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La riorganizzazione dell’impero

Augusto dedicò molta tempo a riorganizzare l’amministrazione della penisola italica e di tutto il territorio imperiale, compreso l'Egitto. Le province di confine, in cui il dominio romano era meno sicuro, divennero province imperiali, cioè furono poste sotto il controllo diretto di Ottaviano, che le affidò a governatori scelti personalmente. Le regioni più centrali e tranquille divennero provincie senatorie, che vennero affidate al senato. Dalle province si ricavavano le ricchezze necessarie a pagare funzionari e soldati e a finanziare le grandi opere pubbliche. Le province imperiali, versavano i loro tributi direttamente nella cassa personale del principe, chiamata fisco, mentre le entrate di quelle senatorie finivano nell'erario, la cassa dello stato.

Con lo scopo di garantire nella città di Roma l'ordine pubblico e un governo efficace, Augusto creò nuovi organismi. I principali erano la prefettura urbana, per la sicurezza pubblica; la prefettura dei vigili, formato da schiavi liberati destinato alla vigilanza notturna e alla difesa dagli incendi; la prefettura dell'annona che provvedeva ai rifornimenti di generi alimentari e alle distribuzioni gratuite di grano, la guardia pretoria, formata da pretoriani, guidati dal prefetto del pretorio, avevano infatti il compito di proteggere il principe e di impedire disordini e sommosse nella capitale. Per equiparare il resto della penisola a Roma. Augusto riordinò l'amministrazione dell’Italia, che venne suddivisa in undici regioni, con l’esclusione della Sicilia e della Sardegna, che restarono province.
Alla crescente disoccupazione della popolazione rurale, espulsa dalle campagne per il continuo ampliarsi dei latifondi, Augusto tentò di porre un rimedio con la costruzione di imponenti opere pubbliche, come ponti, strade, acquedotti. Volle che Roma non fosse inferiore alle grandi capitali orientali; nel 9 a.C. fu eretta l’Ara Pacis, un altare dedicato alla pace in cui vennero rappresentati i principali componenti della famiglia del principe. Augusto volle rinnovare le tradizioni della religione romana. Come pontefice massimo restaurò ben ottantadue templi e rilanciò il culto delle principali divinità, come la triade capitolina e l’Apollo palatino. Accettò le religioni di provenienza orientale.
Sul piano militare, Augusto doveva soddisfare due esigenze apparentemente contrastanti: il bisogno di pace, e il desiderio di nuove conquiste, gradite soprattutto all'esercito. Ottaviano realizzò il primo compito, garantendo agli abitanti dell'impero ordine e sicurezza, ma riuscì solo in parte nel secondo. In Africa la Mauritania venne ridotta a stato vassallo; in Spagna furono domate le tribù settentrionali, assicurando all'impero il pacifico possesso delle province iberiche. Tutta la zona alpina venne sottomessa con spedizioni militari e per consolidare il controllo delle Alpi vennero fondate le colonie nell’attuale Torino e nell’attuale Aosta. Tiberio e Druso, figli della terza moglie di Augusto, costituirono oltre le Alpi due nuove province, il Norico e la Rezia. Tiberio condusse una vittoriosa spedizione nella penisola balcanica fondando la provincia dell’Illirico, una terribile rivolta sconvolse però la regione nel 6 d.C. repressa a fatica, portò alla costituzione di due nuove province, la Dalmazia e la Pannonia.

Augusto era tentato nella conquista della Germania. Dal 12 a.C., con una serie di campagne militari, prima Druso e poi Tiberio erano avanzati oltre il Reno, sottomettendo Batavi, Frisoni e Marcomanni. La crescente penetrazione romana provocò però la violenta reazione delle tribù germaniche, che diedero vita a una grande rivolta. Nel 9 d.C. Arminio, capo dei Cherusci, riuscì ad annientare tre legioni romane nella selva di Teutoburgo. Questa sconfitta fu importante perché costrinse Roma ad abbandonare ogni progetto di conquista dell'Europa continentale e a fissare i confini dell’impero sul Reno.

La successione


Durante il suo lungo governo Ottaviano cercò di ottenere e rendere legittimo quello che Cesare aveva inutilmente cercato di imporre. Ma perché il senato accettò di dare a Ottaviano poteri così ampi? La stanchezza per le lotte civili, il timore nei confronti del generale vittorioso, l'incapacità di trovare altra soluzione alla crisi della repubblica furono all'origine del compromesso tra la nobilitas senatoria e Augusto. L’aristocrazia rinunciava alla direzione politica dello stato, ma in cambio vedeva il proprio primato sull'Oriente e manteneva intatti i privilegi.
Molti si chiedevano che cosa sarebbe successo quando fosse scomparso il fondatore del principato, poiché i poteri conferiti dal senato ad Augusto non erano trasferibili a un successore e sarebbero cessati al momento della sua morte. Il problema eraserio, perché la sua mancata soluzione, avrebbe potuto scatenare una nuova guerra civile. Ottaviano cercò di trovare all'interno della sua famiglia un successore che avesse il favore del senato e non scontentasse l’esercito. La scelta cadde sul figliastro Tiberio, che apparteneva all'antica famiglia Claudia. Tiberio venne così adottato e associato al potere, ricevendo la tribunicia potestas e l’imperium proconsolare con il comando dell’esercito quando Augusto era in vita.
Quando nel 14 d.C morì Augusto, Tiberio non incontrò opposizione ed ebbe riconfermati dal senato i poteri già attribuiti al padre adottivo. Il principe ricambiò Trasferendo dai comizi al senato l’elezione dei magistrati ed eliminò il ristretto «consiglio del principe» che aveva assistito Augusto nelle sue decisioni. I rapporti con il senato furono all'inizio ottimi poiché Tiberio intendeva amministrare l’impero come un capo. Preferì farsi chiamare princeps, cioè «primo» dei senatori. Tiberio proseguì l'opera di Augusto, consolidando la linea di confine romana che andava dal Reno al Danubio, mentre in Oriente, assicurò il controllo dell’Armenia e il rafforzamento della frontiera sull’Eufrate.
Sul piano politico l’imperatore trovò sempre più difficile conciliare la crescente rivalità tra la vecchia aristocrazia senatoria e il nuovo ceto di origine imperiale costituito da cavalieri, funzionari e militari, che mirava a soppiantarla ai vertici dello stato. I contrasti divennero ancora più forti quando il comandante dei pretoriani Elio Seiano, di famiglia equestre, si avvalse della fiducia di Tiberio per guastare i rapporti tra l'imperatore e il senato. Disgustato dalle critiche dell’opposizione senatoria nel 27 d.C. Tiberio si ritirò nell'isola di Capri, abbandonando Roma nelle mani di Seiano. Egli ne approfittò per moltiplicare i processi di lesa maestà, azioni giudiziarie contro nobili e senatori accusati di offese alla dignità del principe, che spesso finivano con la condanna a morte e con la confisca dei beni. Seiano aspirava a esautorare l'imperatore ma sottovalutò la diffidenza di Tiberio che nel 31 d.C. con un clamoroso colpo di scena, lo fece giustiziare. Tiberio morì nel 37 d.C , dopo avere messo come erede il nipote Gaio Cesare.

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