Fine della Repubblica


L’identità romana


Nel II secolo a.C. l’Italia (terra dei vitelli) non può essere considerata una nazione vera e propria, anche se gli italici erano riuniti sotto Roma, seppure non si sentissero reciprocamente consanguinei.
Questa differenza è causata dal fatto che i romani si sentivano discendenti dei troiani tramite Enea, la cui leggenda si fonde con quella di Romolo e Remo.
Dopo la conquista della Magna Grecia, a Roma avviene un processo di ellenizzazione che, seppure molti storici lo videro come un processo negativo, arricchì Roma.
La fama di Roma affascinò i Greci, che la considerarono come una polis greca. Ma la loro visione cambia quando vengono sconfitti. Si incominciò a pensare dei Romani come un popolo feroce che deve il suo successo alla fortuna.
I Romani, a differenza dei Greci, concedevano più facilmente la cittadinanza. Grazie a ciò, Roma poteva arruolare più legionari e guadagnare con l’imposizione di tasse.
La società romana è oligarchica e autoritaria. La cellula base della società è la famiglia, comandata dal paterfamilias. Anche nella vita politica il potere è in mano a pochi cittadini ricchi. Nonostante ciò, il sistema romano presenta elementi di apertura che trovavano il consenso dei cittadini.
Un senso patriottico accentuato conferisce alle truppe romane una grande capacità di resistenza. Ciò dipende dal fatto che l’esercito è composto da cittadini e non da mercenari.

Crisi agraria


Roma è in un periodo difficile a causa delle guerre. Le popolazioni italiche che si schierarono con Annibale furono private di una parte consistente del loro territorio, che entrò a far parte dell’agro pubblico, ormai diventato enorme. La popolazione contadina si trovò impoverita poiché non ricevette territori, e inoltre ci fu un crollo dei prezzi del grano. Essi dovettero cambiare il tipo di coltivazione ma ciò richiedeva capitali, per cui cedettero i propri campi che ingrandivano i latifondi dei ricchi. Questi ultimi ignorarono leggi fatte per disciplinare l’occupazione dell’agro pubblico e si proteggevano a vicenda. I contadini impoveriti non potevano neanche cercare lavori umili perché trovavano la concorrenza degli schiavi. In molti andarono verso Roma, ma anche qui la concorrenza era elevata. Un grande numero di persone si trovò quindi disoccupato.

Crisi militare


L’impoverimento dei contadini ebbe ripercussioni sull’arruolamento. Il progressivo sfaldamento del sistema sociale provocarono un senso di inquietudine tra il popolo e il senato. Queste ansie si ripresero nella 3a guerra punica in cui Cartagine venne rasa al suolo.

Gli schiavi


A seguito delle conquiste, ci fu un grande numero di persone schiavizzate, portati a livelli di lavoro mai visti prima. Gli schiavi lavoravano nelle villae, aziende finalizzate alla massima produttività agricola. Lo schiavo era considerato un oggetto di proprietà del padrone. Nel II secolo a.C. in Italia il numero di schiavi andava da 3 a 7 per ogni 10 uomini liberi.
Gli schiavi si organizzarono per fare una rivolta, capeggiata da Euno, che sconvolse la Sicilia tra il 139 e il 132. Distrussero campagne e uccisero alcuni soldati, ma vennero definitivamente vinti da un esercito inviato da Roma e ben organizzato, comandato dal console Publio Rupilio.

Tiberio Gracco


Tiberio Gracco, proveniente da una famiglia prestigiosa, era un tribuno della plebe. Propose all’assemblea della plebe una legge agraria che poneva un limite di 500 iugeri, più 250 iugeri per ogni figlio, fino a un massimo di 1000 iugeri. I territori in eccesso derivati da questa legge sarebbero andati ai cittadini poveri in lotti che sarebbero però rimasti dello Stato, per evitare che gli assegnatori rivendessero quanto ottenuto ai più ricchi. Le operazioni di recupero e di riassegnazione dell’agro pubblico sarebbero state gestite a una commissione composta da 3 membri.
Con questa legge Tiberio voleva risolvere 2 problemi: quello dei contadini ridotti allo stato di proletari e quello dell’esercito, che avrebbe avuto un maggior numero di arruolabili.
I ricchi consideravano questa legge un affronto e un torto poiché non consideravano i territori dello stato da loro illegalmente occupati come propri.
Il tribuno della plebe Marco Ottavio esercitò il suo diritto di veto e bloccò la votazione. Tiberio convocò un’altra assemblea per dichiarare Ottavio decaduto. Ci riuscì e la sua legge fu approvata.
Tiberio andò contro la tradizione romana, considerata intoccabile per il popolo, ma propose una visione più aperta e dinamica della politica. I suoi seguaci usarono come strumento di lotta il tribunato della plebe.
Tiberio voleva utilizzare l’eredità del deceduto Attalo III, sovrano di Pergamo, per finanziare i nullatenenti, in modo che potessero fornirsi degli strumenti necessari al lavoro nei campi. Questa proposta irritò il senato ancora una volta.
Allo scadere del suo mandato, Tiberio si candidò per un altro anno per il ruolo di tribuno. Nessuna legge lo vietava, ma questa iniziativa andò contro la tradizione. I suoi nemici lo volevano morto. Nel 133 Tiberio fu assalito da un gruppo di senatori e fu ucciso assieme a molti dei suoi seguaci.

Gli italici


La legge agraria non fu comunque abrogata, ma sorse un nuovo problema dagli Italici: le terre dell’agro pubblico erano state occupate illegalmente anche dagli aristocratici delle città italiche. Il recupero di quelle terre sarebbe stato una rottura di vecchi accordi. Scipione tentò di occuparsi di queste proteste ma venne trovato morto in circostanze misteriose.
Per placare gli Italici il console Fulvio Flacco propose di offrire agli alleati la cittadinanza romana. Gli italici accettarono, ma il senato non ne discusse nemmeno. In futuro questa scelta si rivelò sbagliata perché bisognava risolvere il problema il prima possibile.

Gaio Gracco


Nel 123 venne eletto al tribunato Gaio Gracco, fratello di Tiberio. Propose una nuova legge agraria che riprendeva la precedente e la perfezionava in alcuni punti, e una legge frumentaria che prevedeva la distribuzione di frumento a prezzo ridotto per i plebei meno ricchi. Volle fondare tre nuove colonie romane per dare terre ai nuovi coloni e riattivare il commercio. Con una legge sulla cittadinanza Gaio cercò inoltre di risolvere il problema degli Italici. Questa legge concedeva la cittadinanza romana ai soli Latini e la cittadinanza latina agi Italici. La legge più importante era però la legge giudiziaria che riguardava i processi nei confronti dei governatori corrotti.
Durante il II secolo il sistema politico era molto corrotto. I governatori erano sottoposti al controllo del senato e i attraverso quest’ultimo i provinciali potevano accusarli di abusi. Questo strumento di controllo si rivelò una finzione. I governatori usciti di carica erano senatori, come i loro giudici, e si creò una rete di complicità. A nulla valse l’istituzione, nel 149, di un tribunale preposto a questi casi, perché anch’esso era composto da senatori.
Per sanare la situazione, Gaio Gracco propose che i tribunali fossero assegnati unicamente ai cavalieri, per ottenere anche un vantaggio politico mettendo in opposizione i due ordini principali.
Il disegno non riuscì. La legge sulla costituzione non fu approvata e Gaio venne oscurato da un altro tribuno, Marco Livio Druso, che non permise la rielezione del suo collega.
Nel 122 scoppiarono degli incidenti e il senato emanò un’estrema deliberazione del senato con la quale si ordinava ai magistrati di ristabilire l’ordine. Gracco, per non cadere in mano ai nemici, si fece uccidere da uno schiavo.
Il senato procedette dunque allo smantellamento delle riforme graccane: i lotti di terra dei nullatenenti potevano essere recuperati dai ricchi attraverso il pagamento di una buonuscita e la commissione agraria venne abolita.

Fine di un equilibrio


Tra i nobili si crearono due gruppi contrapposti, quello degli optimates e quello dei populares. Gli optimates erano favorevoli al rafforzamento del senato e ostili alle rivolte del popolo, mentre i populares erano favorevoli al ridimensionamento dei poteri del senato e di redistribuire la ricchezza attraverso nuove leggi agrarie.

Gaio Mario


Nel 112 il regno di Numidia, in Africa, alleato dei romani, cadde nelle mani di Giugurta, che ostruì i commercianti romani. Ma l’Italia settentrionale era minacciata da die tribù germaniche, i Cimbri e i Teutoni, e le vicende in Africa furono ignorate dal senato, ma non dai cavalieri, che convinsero il popolo a intraprendere una battagli contro il regni di Giugurta. La battaglia fu persa malamente e il popolo fu umiliato. Così, nel 107, il popolo elesse il console Gaio Mario, a cui venne affidato il comando della battaglia in Numidia. Il console era considerato un homo novus, ovvero un plebeo asceso alla massima carica senza essere nobile.
Egli procedette con l’arruolamento delle sue legioni secondo nuovi criteri. Mario chiamò alle armi esclusivamente i volontari, senza considerare il reddito. Si arruolarono soprattutto i più poveri che speravano nell’assegnazione delle terre al termine della campagna militare.
Mario partì per l’Africa e ci restò dal 107 al 105, data in cui vinse completamente.
Intanto la minaccia dei Cimbri e dei Teutoni si addensò. Essi infersero una sconfitta nei pressi del fiume Rodano nella città di Arausio nel 105. Mario, rieletto per 5 volte, ottenne due successi: ad Aquae Sextiae nel 102 contro i Teutoni e nel 101 ai Campi Raudii contro i Cimbri. Il pericolo era scampato, ma per proteggere il nord Italia furono organizzate le province della Gallia Transalpina e della Gallia Cisalpina.
Il popolo sosteneva Mario e pensava che potesse opporsi agli optimates ma lui, privo di capacità politiche adeguate, non soddisfò le attese.


Guerra sociale


Nel 91 il tribuno della plebe Marco Livio Druso propose una serie di riforme:
1) i tribunali sarebbero stati affidati ai senatori;
2) i cavalieri, esclusi dal tribunale, sarebbero entrati nel senato, i cui componenti sarebbero diventati da 300 a 600;
3) distribuzioni di terre e fondazioni di colonie avrebbero soddisfatto le esigenze della plebe meno ricca;
4) gli alleati italici avrebbero avuto accesso alla cittadinanza romana.
La sua azione fu sradicata da un sicario che lo pugnalò.
Gli italici fornivano da tempo un contributo fondamentale alla milizia romana ma erano tagliati fuori dalle decisioni, che venivano prese esclusivamente a Roma. Anche nell’esercito le funzioni erano nelle mani dei romani; gli italici partecipavano allo sfruttamento economico delle provincie e erano esclusi dalla distribuzione dell’agro pubblico.
Nel 90 la loro rivolta dilagò in tutta Italia, le famiglie romane venivano massacrate e iniziò quindi la guerra sociale.
La rivolta assunse anche motivi patriottici. Emerse per la prima volta un’idea politica di Italia.
La guerra fu dura e crudele, ma alla fine Roma riuscì a piegare i ribelli. Man mano che le città si ribellarono, le veniva concessa la cittadinanza, mentre le popolazioni rimaste fedeli a Roma vennero premiate con la cittadinanza latina.

Guerra civile


Roma si trovò impegnata in un nuovo conflitto in Oriente. Tutto ebbe origine in uno stato vassallo dei Romani, il regno del Ponto, governato da Mitridate VI Eupatore. Nell’88 Mitridate invase la provincia romana d’Asia, e passò in Macedonia e in Grecia. Il senato affidò la battaglia a un console, Lucio Cornelio Silla. Mentre era già pronto a partire, l’assemblea della plebe, istigata da Gaio Mario, aveva deciso di assegnare a Mario il comando della spedizione. Silla inviò quindi l’esercito a Roma: molti populares furono uccisi, altri fuggirono.
Messi a tacere gli avversari, Silla sconfisse Mitridate nell’84 e rientrò velocemente a Roma, dove scoppiò una battaglia tra populares e optimates. Prevalsero i populares, per cui i sostenitori di Silla vennero uccisi, mentre i veterani di Mario saccheggiavano la città. Mario, nel frattempo, era morto nell’86. Silla, rientrato nell’83, sbaragliò i populares alle porte romane.
Nell’82 Silla assunse la carica di dittatore. L’opposizione fu messa a tacere attraverso le tavole di proscrizione, elenchi contenenti i nomi dei suoi nemici politici. I figli dei proscritti venivano esclusi dalle cariche magistrali. Inoltre Silla portò il numero di senatori da 300 a 600, a cui venne affidato il tribunale. Infine, i poteri del tribunato della plebe furono drasticamente ridotti.
Dopo la morte di Silla, il senato mandò in Spagna delle legioni comandate da Pompeo per sedare alcune rivolte di Quinto Sertorio. Nel frattempo l’Italia dovette affrontare un’altra guerra servile comandata da Spartaco, che fu però violentemente repressa da Crasso. Pompeo e Crasso divennero quindi i due consoli. Pompeo sconfisse la pirateria mediterranea ed effettuò importanti conquiste in Oriente, dove istituì nuove provincie.
Intanto la situazione della repubblica precipita. Il senato, capeggiato da Cicerone, dovette affrontare la rivolta di Catilina e di alcuni nobili. Repressi i congiurati, Cicerone intende stringere un accordo tra tutti i ceti e ripone il potere in Pompeo, il quale dà vita con Crasso e Cesare il primo triumvirato nel 60 a.C., con cui si elimina di fatto il senato. Eletto console, Cesare ottiene le gallie e esilia Cicerone, Pompeo ottiene il governo delle provincie iberiche e Crasso muore nella battaglia di Canne contro i Parti. Cesare intanto vince una ribellione delle tribù della gallia comandate da Vercingetorige. Nel frattempo però Roma è ancora nel caos e il senato nomina Pompeo console senza collega.
Cesare torna a Roma. Il senato gli ordina di sciogliere le legioni ma lui varca il Rubicone, proclamando di voler difendere la libertà del popolo romano oppresso dall’oligarchia. Pompeo fugge in Epiro. Lo scontro militare si conclude con la sconfitta di Pompeo a Farsalo e con la sua morte per mano del re dell’Egitto. Cesare non accetta che un romano venga ucciso in territorio straniero e conquista l’Egitto, nominando Cleopatra come regina.
Cesare torna nuovamente a Roma e si ricopre di cariche e privilegi. Attua importanti riforme politiche e sociali e si proclama imperator. Gli oligarchici non accettano lo strapotere di Cesare e organizzano una congiura, in cui Cesare viene assassinato per mano di Bruto e Cassio nel 44 a.C. Marco Antonio, generale di Cesare, cerca di consolidare la propria posizione, ma alla fine è Gaio Ottavio a salire al trono.
Tornato a Roma dopo la congiura, Ottaviano appoggia il senato contro Antonio e ottiene la nomina al consolato. Infine giunge a un accordo con Antonio e Lepido che causa la nascita del secondo triumvirato. I nemici degli attuali governanti sono Cicerone e coloro che uccisero Cesare, che vennero sconfitti a Filippi. Messo da parte Lepido, Ottaviano si riavvicina al senato e muove una guerra contro Antonio. Ad Azio, Antonio viene sconfitto e Ottaviano rimane padrone incontrastato del mondo romano.

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