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Inflazione

L’inflazione è un male minaccioso per gli Stati moderni e per i ceti sociali a reddito fisso ( se i prezzi salgono, ma il mio stipendio non sale nella stessa misura, in qualche anno mi troverò a poter comperare una quantità inferiore di beni), ma già in età antica fu disastrosa per economia e istituzioni politiche. Un esempio emblematico è fornito dall’Impero romano tra il secolo I a.C. e il secolo III d.C. Al tempo di Augusto il sistema monetario era basato su tre tipi di monete: l’aureus, contenete circa 8.2 grammi d’oro; il denarius, costituito da circa 3,9 grammi d’argento; le monete di rame utilizzate per i pagamenti spiccioli.
Per risparmiare sulle riserve di oro e di argento e nell’illusione che più monete in circolazione avrebbero potuto contenere la crisi finanziaria dello Stato, gli imperatori già nel I secolo d.C. ridussero la quantità di metallo prezioso presente nelle monete: al tempo di Nerone, l’aureus pesava 7.3 grammi d’oro per raggiungere i 4.5 grammi d’oro all’epoca di Costantino (prima metà del IV secolo). Sorte analoga toccò al denarius che nel 270 d.C. conteneva ormai solo 0.17 grammi di argento.

Di conseguenza, i commercianti chiesero progressivamente una sempre maggiore quantità di monete in cambio dei prodotti da loro venduti, contribuendo così ad aggravare il processo inflazionistico in atto. Con il sopraggiungere del III secolo le invasioni barbariche, l’illegalità diffusa e le epidemie, che avevano reso molto più insicura la vita nelle campagne provocarono l’abbandono da parte dei cittadini delle terre da coltivare.
Poiché la produzione diminuì, il prezzo dei prodotti agricoli crebbe enormemente e ciò imprese un’ulteriore accelerazione alla crisi economica e sociale dell’Impero.

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