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La cultura dal punto di vista antropologico e sociologico


L’evoluzionista Taylor diede la prima definizione antropologica di cultura che si allontana sia dall’universalismo illuminista sia dalla visione etnocentrica della prima antropologia e sottolinea il carattere relativo della cultura nel 1871. La definisce come il complesso che include le conoscenze, le credenze, la morale, le abitudini e gli oggetti materiali di una comunità. Vi sono tre novità in questo tipo di pensiero: la prima è che riconosce che tutti i gruppi sociali, quindi anche i selvaggi o primitivi, hanno la capacità di produrre cultura; la seconda è che inserisce nel termine “cultura” non solo il sapere scientifico, l' arte, la religione, il diritto, ma anche le consuetudini, i costumi e i modi di vita acquisiti socialmente, in un'accezione "totale" del termine cultura; infine, la terza novità, è che rifiuta qualsiasi soluzione di continuità fra popoli civili e popoli primitivi. Tylor appartiene al periodo illuminista, un approccio teorico che vede le varie culture collocate in diversi stadi evolutivi. Durante, invece, il periodo funzionalista, si rifiutarono le principali tesi evoluzioniste, infatti questa corrente privilegia lo studio empirico sul campo dei fatti sociali, cioè l’individuo viene studiato all’interno del contesto sociale che lo influenza. Durkheim, uno dei maggiori esponenti, poneva l’accento sulla dimensione morale e simbolica delle rappresentazioni collettive come momento costituente la coesione necessaria a definire un organismo sociale.

In comune con gli autori precedenti non vi è nulla, mentre con il diffusionista Boass aveva un distacco dalla concezione evoluzionista di Taylor e introdusse altre definizioni nella sua concezione di cultura. Malinowski, Mauss e Levy-Strauss, nonostante appartenessero a correnti differenti, presentavano un concetto comune: evidenziano la necessità di immergersi nel tessuto culturale della comunità studiata per comprenderne i suoi significati. Affermano una visione più relativista e credono che per poter studiare e comprendere una cultura occorra partecipare attivamente alla vita, l’antropologo deve sperimentare direttamente le strutture, gli usi e i costumi in modo da comprendere i bisogni sottostanti. In particolare questo pensiero venne sviluppato dal funzionalista Malinowski che criticò l'approccio evoluzionista e impose l'osservazione partecipante, una tecnica di ricerca etnografica incentrata sulla prolungata permanenza e partecipazione alle attività del gruppo sociale studiato da parte del ricercatore, come metodo fondamentale dell'antropologia. Precedentemente gli antropologi evoluzionisti consideravano la loro ricerca un lavoro di teorizzazioni su dati che altri soggetti procuravano loro, infatti alcuni, come Taylor, non hanno mai svolto ricerche sul campo. Per lo struttural funzionalista Levy-Strauss la cultura è come il linguaggio, si compone di un numero finito di segni che danno un’infinita varietà. Ciò può essere ricollegabile alla definizione di Geertz, che considera la cultura come un insieme di simboli che prendono vita nello scambio comunicativo, entrambi danno una particolare importanza al linguaggio, nonostante entrambi appartenessero a correnti differenti. A sua volta, una definizione simile la vediamo in Benedict secondo la quale la cultura è l’insieme dei modi in cui si esprime il pensiero, sia attraverso le parole sia attraverso il comportamento; dunque la cultura è vista come un insieme di simboli anche da questa autrice, appartenente, insieme a Boas, alla corrente anti evoluzionista del particolarismo storico; il compito dell’antropologo era quello di andare presso i micro-aggregati per cercare d’immedesimarsi, di capire il punto di vista del nativo e di vedere la realtà sociale dalla sua prospettiva.

Le idee, valori e atteggiamenti di Benedict costituivano un tutto integrato, differente dal tutto complesso di cui parlava Tylor nella sua definizione di cultura. James Clifford, appartenente già al periodo post-moderno, seguì la scia di critiche di Malinowki, Mauss e Levy-Strauss stabilendo che la cultura non è un bagaglio di modelli definiti, ma un insieme di possibilità e vincoli che strutturano la realtà in un processo dinamico di continua ibridazione con altre culture. Dunque tratta anche di acculturazione, già affrontata precedentemente, cioè quel processo di cambiamento culturale e psicologico dovuto al contatto duraturo con persone appartenenti a culture differenti. Inoltre, secondo questo autore, il testo antropologico è l’unico mezzo per poter studiare le popolazioni senza farsi influenzare dal proprio punto di vista. La prospettiva di contrasto, invece, rispetto alla modernità si è combinata nell'antropologia più recente con l'abbandono dell'idea (piuttosto tenace in Lévi-Strauss) che le società primitive, tradizionali, premoderne fossero mondi chiusi, integri, puri e, nello stesso tempo, fragili, destinati soltanto, di fronte all' avanzata della modernità occidentale, a resistere e cercare di conservare disperatamente la propria identità oppure definitivamente sparire. Geertz sostiene che le popolazioni indigene hanno dovuto fare i conti con le forze del progresso ma i risultati sono stati sia distruttivi, sia inventivi; l’espansione dell’Occidente appare a Clifford un fertilizzante per nuovi ordini di differenza. Questa visione di un futuro assai meno tragico e possibilista, che si fa storia, può produrre del "nuovo" e apre “sentieri della modernità” specifici, peculiari, alternativi, nasce dalla convinzione che l'identità, in senso etnografico, non possa che essere mista, relazionale e inventiva. Per quanto riguarda lo stesso Geertz, appartenente all’antropologia contemporanea, trattò in particolare di che cosa si occupa l’etnografia per individuare la conoscenza.

Accomuna la cultura ad una rete di significati che gli individui hanno creato e continuano a ricreare, restandone così invischiati. Non accoglie il metodo comparativo evoluzionista, secondo la quale si cerca di confrontare vari fenomeni per trovarne gli elementi comuni ed è molto legato al simbolismo, infatti non avvolge totalmente gli esseri umani in quanto esseri culturali e l’antropologo deve essere in grado di imparare e interpretare i significati specifici allo stesso modo dei nativi, il popolo studiato, in particolare, da Geertz; l’antropologo deve compiere una ricerca etnografica intensa, dialogando con quest’ultimi. Dunque è in stretto contatto con Clifford perché entrambi sostengono che è necessario vedere le cose non solo dal proprio punto di vista ma anche da quello della popolazione studiata. Si può notare una grande differenza con il conflittualista Karl Marx che, al contrario, definisce la cultura come l’elemento sovrastrutturale necessario a mantenere l’ordine sociale derivato dalla ripartizione e proprietà dei mezzi materiali di produzione. Dunque Marx e Durkheim hanno idee contrarie sul concetto di cultura: Durkheim tratta dei fatti sociali, che influenzano fortemente l’individuo, mentre Marx collega fattori economici e disuguaglianze con le istituzioni sociali; in particolare, però, Marx ha idee in contrapposizione anche con il sociologo Comte, della corrente evoluzionista. Infine ho individuato un aspetto in comune fra Karl e gli evoluzionisti: divide l’evoluzione della società in categorie (primitiva comunista, schiavista e quella in cui proletariato e borghesia sono in conflitto tra loro) esattamente come gli evoluzionisti che dividevano l’evoluzione in stadi universali di sviluppo. Se il funzionalismo e le teorie del conflitto pongono l’accento sulle strutture che sorreggono la società e che influenzano il comportamento umano, le teorie dell'azione sociale rivolgono l'attenzione alle azioni e interazioni che producono quelle strutture; inoltre il funzionalismo e le teorie del conflitto promuovono modelli di funzionamento complessivo della società mentre le teorie dell'azione sociale si concentrano sui comportamenti individuali dei singoli attori. Il maggiore esponente della teoria dell’azione sociale è Mead secondo cui l’interazione simbolica, ossia lo scambio di segni e significati mediante le pratiche comunicative, è alla base dello sviluppo del sé e dell’interiorizzazione dell’immaginario sociale ossia l’insieme dei modelli che formano la cultura in una data società.

Un concetto è contrario al funzionalista Durkheim, cioè il fatto che mentre per Mead, come per coloro che appartenevano all’agire sociale come, ad esempio, Weber, ogni persona ha una propria identità e dunque è l’individuo stesso a plasmare il suo futuro, mentre per Durkheim ciò non può avvenire senza l’influenza dei fatti sociali, cioè quei modi di pensare e di agire che sono esterni all’individuo, ma che esercitano una coercizione su, appunto, l’individuo. Vi è invece un punto in comune fra i due: il simbolismo. Per Mead è molto importante lo scambio di segni (definito interazionismo simbolico) e Durkheim poneva l’accento sulla dimensione morale e simbolica delle rappresentazioni collettive. Uno dei maggiori esponenti della post-modernità, oltre a Clifford, è la scuola di Francoforte che racchiude vari autori e parla di industria culturale per indicare la produzione omologante di modelli culturali attraverso i media e l’industria che favorirebbero una cultura e una società massificata, ossia senza stimoli, priva di creatività in quanto destinata a raggiungere il maggior numero di persone (rianimando l’idea illuminista di una cultura alta). Infatti la società è vista in crisi di valori, è più complessa e ricca di problemi e questi concetti li ripresero gli autori della contemporaneità, in particolare Bauman che trattò della società liquida, cioè il fatto che la staticità di ruoli, istituzioni, strutture della modernità è stata soppiantata da una nuova fluidità.

Insomma, secondo Bauman, ci pone di fronte a una sfida, chiamandoci all'esercizio di un grado di responsabilità individuale più alto rispetto a prima. Siamo quindi più liberi di scegliere, ma dobbiamo nel contempo rispondere delle nostre scelte, mentre i tradizionali strumenti di distribuzione e assorbimento collettivo dei rischi sono sempre meno efficaci. Quanto più ampia è la libertà, insomma, tanto più esteso è il rischio che potremmo essere costretti ad affrontare. Tratta anche di globalizzazione che ha fatto sentire i propri effetti sui singoli individui, sul formarsi della loro coscienza, sulla possibilità che ciascuno ha di stabilire un corso di vita dotato di senso, ma ha naturalmente influito anche sulle relazioni sociali. La Scuola di Chicago tratta in particolare di una cultura statica e analizza quella degli immigrati negli Stati Uniti, in termini di integrazione e assimilazione. Secondo Berger, Luckman e Garfinkel, antropologi post-industriali, la cultura si identifica con tutte quelle pratiche che danno forma alla conoscenza: non esiste così una realtà oggettiva ma solo una realtà percepita riflesso della cultura di appartenenza. Ciò si sviluppa seguendo l’interazionismo simbolico di Mead; per quanto riguarda i primi due autori, Berger e Luckman, svilupparono un approccio costruttivista mentre Garfinkel l’etnometodologia, il cui ha preso ispirazione dalle teorie di Edmund Husserl, di Alfred Schütz, da alcuni presupposti del funzionalismo di Talcott Parsons e dalle teorie dell'interazionismo simbolico di Mead. Pierre Bourdieu, del periodo post-industriale, riprende l’approccio critico per sottolineare come il rapporto tra capitale scolastico e consumi culturali siano in relazione all’origine sociale: i gusti culturali sono segni distintivi di una classe, la quale esprime una visione del mondo e modelli culturali inconsci che informano la distinzione sociale. La novità rispetto alla teoria conflittuale di Marx è che l’elemento culturale non è più una sovrastruttura, ma parte integrante della struttura. Tale visione ricorda, in qualche modo, gli interessi ideali di Weber e le sue analisi sul ceto: secondo il sociologo tedesco, tuttavia, la distinzione in base al prestigio legato allo status di una posizione sociale, espresso in un’etica e in un’estetica specifiche, non si sovrappone necessariamente alla posizione economica come in Bordieu.

Con la globalizzazione, di cui se n’era già trattato precedentemente e dunque nel periodo post-moderno, si parla di cultura come una rete di significati continuamente riformulata dalle interazioni e dalle pratiche sociali. Ulf Hannerz, appartenente all’antropologia contemporanea, parla, in particolare, di social networks come momento culturale fondamentale della contemporaneità: il punto centrale di questo approccio è il rifiuto sia della visione critica dell’imperialismo culturale sia della visione del particolarismo, che vede nel sorgere di specificità culturali una forma di reazione agli effetti di una cultura mondiale. Bauman e altri autori appartenenti alla stessa corrente, di cui Giddens e Beck, invece, a contrario di Hannerz, criticano la cultura contemporanea perché ritengono che sia schiava del consumo e dell’immagine. Appadurai e Baudrillad hanno degli approcci simili a quello di Bauman: ritengono infatti che nella post-modernità non vi sia cultura. Questa concezione è ricollegabile a quella della scuola di Francoforte, secondo la quale la società è priva di creatività e di stimoli, si basa, infatti, sullo scambio di informazioni. Appadurai crede che la cultura debba essere usata nella sua forma di aggettivo, cioè "culturale“, unitamente a un sostantivo di cui si voglia sottolineare il carattere mobile che la parola cultura, così come è usata, invece non possiede. Baudrillad si concentra, a contrario di Appadurai, sul valore delle immagini. Per quanto riguarda il fenomeno del consumismo, invece, quest’ultimo ritiene che non è la produzione il motore e il protagonista della società capitalista, ma il consumo, a differenza del pensiero di Marx. Per Ugo Fabietti, infine, appartenente alla corrente contemporanea, la cultura è un complesso di modelli che orientano il comportamento e la comprensione del mondo naturale e sociale.
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