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Il Neoclassicismo

Tra la fine del 1700 e i primi decenni del 1800 tre grandi manifestazioni culturali convissero in Europa: l’Illuminismo, il Preromanticismo ed il Neoclassicismo.
L’ultima di queste tre non è stata denominata “classicismo” ma “neoclassicismo” poiché nella storia della cultura europea già vi fu una fase classicista, ovverosia l’Umanesimo, in cui furono ripresi le opere e i modelli classici.
Tuttavia il Neoclassicismo non si sviluppò a partire della letteratura ma della storia dell’arte. Solo successivamente ci furono delle ricadute neoclassiche nella letteratura, in quanto gli autori furono influenzati da tale manifestazione.
Il teorico del Neoclassicismo fu lo storico dell’arte Joachim Winckelmann, autore dell’opera “Storia dell’arte nell’antichità”, all’interno della quale egli tentò di definire il concetto platonico di bellezza ideale.
Winckelmann premette che la bellezza è un valore assoluto che non muta al passare del tempo e delle mode e afferma che l’artista non può riprodurre esattamente la bellezza ideale poiché, nel passaggio tra le idee e la realizzazione dell’opera d’arte, qualche particolare viene perso.
L’artista utilizza l’idea di bellezza come orientamento verso cui tendere e verso il quale deve avvicinarsi il più possibile.
Winckelmann ricerca nell’arte classica l’artista che è stato in grado di avvicinarsi a tale concetto ritrova tale figura in Fidia, artista a cui venne affidato il compito di decorare il Partenone.
Secondo lo studioso, nelle opere di Fidia c’è il rispetto dell’armonia e simmetria nelle forme e quindi c’è la rappresentazione di una bellezza immutabile.
L’arte classica, rappresentata da Fidia, fu il modello a cui si ispirarono diversi artisti alla fine del Settecento, tra cui Jean-Louis David, che raffigurò Napoleone a cavallo e la morte di Marat nel suo bagno, e Antonio Canova, artista neoclassicista italiano, autore di monumenti funebri, della celebre “Amore e Psiche” e del gruppo scultoreo delle tre grazie, che probabilmente ispirò l’omonimo sonetto di Foscolo.
In letteratura, l’introduzione del neoclassicismo fu difficile.
In Europa si era reduci dell’Illuminismo che imponeva il concetto di sapere utile e pertanto il ritorno al classicismo era visto come anacronistico.
Tuttavia, gli autori dell’epoca decisero di prendere le forme della tradizione classica (come l’ode, il poemetto e il sonetto), spesso indulgendo al mito, ma vivificandole con contenuti moderni.
Il poeta francese Andé Chénier sintetizzò tale caratteristica nella frase “Sur des pensers nouveaux, faisons des verses antiques” (“Su dei pensieri nuovi, facciamo dei versi antichi”).

Tra il classicismo dell’Umanesimo e del Neoclassicismo ci sono delle differenze:
1. Nell’Umanesimo, l’input del recupero dei classici è la letteratura. Nel Neoclassicismo, il recupero del classico parte dall’arte.
2. Nel Cinquecento, gli umanisti volevano eliminare il periodo buio ed oscurantista del Medioevo, periodo storico che separa l’età Umanistica-Rinascimentale dall’età classica. In tal modo gli umanisti credevano di essere legati ai classici.
Invece, Nel tardo Settecento i neoclassici erano consapevoli dell’impossibilità di una nuova immersione nell’età classica. Essi erano convinti che ci si potesse avvicinare al periodo classico ma che fosse impossibile raggiungerlo del tutto.
L’età classica è considerata perduta per sempre e gli autori neoclassici la guardavano con nostalgia, comprendendo di non poter osservare e percepire la realtà con la stessa ingenuità dei classici.
3. Nell’Umanesimo, il recupero della cultura classica era orientato verso la latinità mentre nel Neoclassicismo si assistette al recupero sia del latino che del greco.

Sintetizzando:
500 – Medioevo come periodo da superare e dimenticare per riagganciarsi all’età classica ed esprimersi con forme nuove e gioiose.
700 – Età classica lontana e perduta per sempre. La si guarda in maniera nostalgica. I testi dei neoclassici sono nostalgici e malinconici nei confronti della Grecia, la quale era legata al territorio di Venezia in quel periodo storico.

Infine, nel 1700 ci furono delle campagne di scavo che portarono in luce molti reperti a Pompei, Ercolano e Roma. Gli intellettuali dell’epoca erano soliti a girare per l’Europa e l’Italia per poter studiare le opere classiche, compiendo il cosiddetto “grand tour”.
I “grand tour” vedevano la Campania come meta principale e diedero impulso al gusto classico come modello da imitare. Anche Goëthe visitò Napoli e ne decantò le bellezze.

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