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Pietro Verri (Milano 1728 – 1797): letteratura ed illuminismo


Biografia: nato da famiglia aristocratica, nel 1749 aderì all’Accademia dei Trasformati. Nel 1759 intraprese la carriera delle armi, diventando capitano a Vienna e combattendo contro i prussiani. Tornato a Milano nel 1761, decide di darsi agli studi economici. Si era intanto venuto a formare a casa sua un piccolo ma combattivo circolo serale, cui la città attribuì lo scherzoso nome di Accademia dei Pugni. Ne facevano parte fra gli altri il fratello Alessandro e Cesare Beccaria. Nel 1764 i Pugni iniziano la compilazione di un giornale, “Il Caffè”, sul modello inglese dello “Spectator”. Dal 1764 al 1780 scala la carriera politica amministrativa fino alla nomina di Presidente del Magistrato camerale.
Messo a riposo nel 1786, nel 1796 fu chiamato a far parte della nuova municipalità repubblicana, ma poco dopo morì improvvisamente durante una seduta notturna del Consiglio.

Le opere. Il Caffè: nato perché l’informazione fosse anche libero e piacevole intrattenimento, raccolse i molteplici e disordinati interessi dei suoi collaboratori, incontrando il favore del pubblico. Nonostante il carattere “leggero”, fu strumento polemico, sferzante ed incisivo contro i difetti della società, e stimolante anche su alcuni temi come il commercio e l’innesto del vaiolo. La satira è l’arma che Verri maneggia meglio, contro la vecchia cultura, la staticità della scienza e degli uomini di legge.

Cos’è questo “Caffè”? “E’ un foglio di stampa che si pubblicherà ogni dieci giorni. Cosa conterrà? Cose varie, disparatissime, inedite, fatte da diversi autori, tutte dirette alla pubblica utilità. Con che stile? Con ogni stile, che non annoi. Perché un tal progetto? Per una aggradevole occupazione per noi e per spargere utili cognizioni ai nostri concittadini, divertendoli. Perché chiamiamo questi fogli “Il Caffè? Un greco, mal soffrendo l’avvilimento e la schiavitù, in cui i Greci tutti vengono tenuti dagli Ottomani conquistatori, son già tre anni che si risolvette d’abbandonare il suo paese, e molto si trattenne in Mocha, dove cambiò parte delle sue merci in caffè del più squisito che si possa dare al mondo. Indi prese il partito di stabilirsi in Italia, a Milano, dove son già tre mesi che ha aperta una bottega addobbata con ricchezza ed eleganza somma. In essa bottega primieramente si beve un caffè che merita il nome veramente di caffè, vi sono comodi sedili, vi si respira sempre un’aria tepida e profumata che consola, vi si trova sempre i fogli di novelle politiche…Il nostro Greco adunque si chiama Demetrio…vi è nel caffè una virtù risvegliativi degli spiriti animati”.

Osservazioni sulla tortura: il tema della riforma dell’apparato giudiziario, che fu a lungo al centro degli interessi dell’Illuminismo lombardo, è qui trattato con cura, partendo dalla crisi economica dello Stato di Milano nel XVII secolo e dalla pestilenza del 1630-31 (quella descritta anche successivamente da Canzoni). Dai documenti ebbe notizia di come l’origine dell’epidemia non fosse allora riconosciuta solo nel contagio, ma soprattutto nello spargimento di unguenti infetti, da parte di sicari al soldo di potenze straniere o espressamente inviati dal demonio. A fare le spese di quella terribile accusa furono due modesti cittadini, il commissario alla sanità Guglielmo Piazza e il barbiere Giangiacomo Mora, condotti in tribunale, sottoposti a tortura – alla quale finirono per cedere – e ritenuti quindi rei confessi. Gli “untori” vennero condannati a una morte atroce ed infamante.
Dei 16 capitoli in cui è divisa l’operetta, i primi otto narrano dell’atroce caso giudiziario. I progressi della scienza, osserva Verri, hanno dimostrato che quella delle unzioni è stata una comoda trovata dei magistrati per soddisfare l’opinione pubblica, offrendole in pasto dei colpevoli, mentre la responsabilità principale dell’epidemia andava riconosciuto nell’incapacità dello Stato a farvi fronte, oltre che nell’ignoranza imperversante in quei tempi. Attraverso l’esame degli atti processuali, Verri giunge a stabilire la parte fondamentale assunta dalla tortura nell’accertamento della colpevolezza dei due malcapitati untori. La seconda parte è una serrata arringa contro l’uso della tortura: l’autore nega che la si possa considerare un mezzo per raggiungere la verità, dimostrando che il suo utilizzo nei processi è in realtà un segno di debolezza della macchina giudiziaria.

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