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Cesare Beccaria (Milano 1738 – 1794)


Biografia: nato da famiglia agiata e nobile, dagli 8 ai 16 anni studiò al collegio Farnesiano di Parma, distinguendosi per le capacità di calcolo. Nel 1758 si laureò in diritto all’università di Pavia. A fine anni ’50 entrò a far parte dell’Accademia dei Trasformati. Accolto poi nel gruppo dei Pugni, fu aiutato da Verri a risolvere un gravoso problema familiare (contro i genitori perché voleva sposare una ragazza povera). Tra il 1763 e il 1764 offrì qualche notevole contributo al “Caffè”, pubblicando poi il “Dei delitti e delle pene” in forma anonima per prudenza in una piccola stamperia livornese.
Il successo fu immediato e clamoroso, anche in tutta Europa. Nel 1766 giunse a Parigi, invitato dagli enciclopedisti, che lo accolsero con entusiasmo. Ma il suo carattere schivo e malinconico lo fecero tornare a Milano dopo soli due mesi. Inizia la sua fase calante: l’inimicizia con Verri, il rifiuto alla zarina Caterina II per redigere le nuovi leggi russe…solo nel 1771 accetta il ruolo di consigliere del Supremo Consiglio di Economia.

Le opere. Dal Caffè: De’ fogli periodici: è una autorevole definizione del giornalismo antitradizionale del ‘700. L’articolo fa esplicito riferimento al significato sociale assunto dal diffondersi dei giornali, che vengono ritenuti complementari alle forme più tradizionali di diffusione della conoscenza, e in qualche caso fondamentali per raggiungere tale scopo (es: il pubblico femminile). Importante, infine, è la considerazione complessa del ruolo del giornalista: il suo compito è quello di istruire i lettori, compito difficile e di responsabilità, che deve essere assolto cercando al tempo stesso di interessare e divertire il proprio pubblico.
“Si veda la facilità dell’acquisto, il comodo trasporto, la brevità del tempo che si consuma nella lettura di esso, e vedrassi quanto maggiori vantaggi abbia con sé questo metodo d’instruire gli uomini”.

Dei delitti e delle pene: Beccaria mostra di puntare a una riforma globale del sistema penale, che sottragga all’arbitrio individuale dei giudici, liberi di interpretare i testi legali come meglio credono, il diritto di decidere della vita e della morte di ogni persona. Occorre, spiega l’autore, un codice di leggi ben chiaro e ragionato, univoco nell’interpretazione, che si faccia carico di tutelare i cittadini; questi hanno ceduto allo stato una porzione della loro libertà in pegno della tutela della loro aggregazione sociale (è la tesi espressa di Rousseau nel Contratto Sociale), e hanno sì il diritto di essere difesi dalle aggressioni, ma anche di essere considerati innocenti sino a che il loro delitto non venga inconfutabilmente dimostrato.

In questa definizione scientifica e rigorosa dei compiti della giustizia, non possono trovar posto né la tortura né la pena di morte. La prima è ripudiata perché, come potrebbe scagionare un colpevole di fibra robusta, così potrebbe anche far condannare un innocente costretto a cedere a motivo della sua debolezza fisica. La pena di morte è dimostrata “non utile, né necessaria” alla sicurezza dei cittadini, in primo luogo perché contraria allo spirito del contratto sociale (nemmeno la più alta autorità può disporre della vita dell’individuo), in secondo luogo perché per un malfattore è più deterrente la privazione perpetua della libertà piuttosto che la sofferenza di un breve istante liberatorio.
Ben più atta a stornare le menti dal delitto sarà dunque l’idea di una condanna a vita ai lavori forzati, che renderà al tempo stesso utile alla società il lavoro del condannato.
“E’ meglio prevenire i delitti che punirli. E serve una pena pronta, equa e sempre proporzionata ai delitti”.

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