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Il Giorno


Contemporaneamente alla produzione delle odi illuministiche Parini si dedicò al Giorno, una raccolta di poesia didascalica mai portata a termine. Avrebbe dovuto comprendere mattina, mezzogiorno e sera, ma la parte relativa alla sera non venne mai completata e anzi venne divisa in vespro e notte. L’intera opera fu oggetto di rimaneggiature fino alla morte del Parini.
È basata sulla giornata di un giovin signore, fin da quando si sveglia in tarda mattinata a quando va a letto a notte inoltrata, fornendo la descrizione perfetta della giornata tipo di un aristocratico “medio” dal punto di vista del suo precettore, che nelle prime due parti elargirà consigli su come sconfiggere la noia è che poi successivamente si dedicherà alla mera descrizione. La “normalità” delle vicende la rende un’opera principalmente descrittiva più che narrativa. Tema centrale è il cosiddetto cicibeismo, la convenzione sociale secondo cui fosse accettato per il nobile avere un compagno/a che lo accompagnasse per tutta la vita insieme al coniuge, di fatto legittimando anche l’esistenza di rapporti amorosi extraconiugali.
Il procedimento utilizzato dal Parini è quello dell’antifrasi, ovvero dell’elogiare i comportamenti e anche gli oggetti in maniera opposta rispetto a quello che si pensa realmente. Dietro a un precettore quasi succube e accomodante si nasconde la critica alla nobiltà e ai suoi appartenenti, grazie all’esagerazione di cose e modi di fare propri di questo ceto. Anche il tempo e lo spazio rivestono grande importanza. Il tempo è estremamente lento, si spende a lungo nel descrivere momenti estremamente semplici e banali, che si ripetono quasi meccanicamente, e anche lo spazio è prevalentemente chiuso, quello della dimora del signore e della dama, nonostante la breve quanto apparente parentesi della passeggiata sul corso.
Quella che viene quindi elogiata è l’antica nobiltà del passato, certamente meno “molle ed effeminata” rispetto a quella attuale, pronta a battersi ardentemente per la difesa dello stato, al contrario di quella attuale che vive quasi da parassita e non ne apporta nessun beneficio. Il grande contrasto che emerge con il popolo è quello dell’assenza di valori della famiglia, ma soprattutto lo sperpero e la scarsa considerazione del valore delle cose e delle persone. Emblematici sono gli episodi dove il giovin signore non si cura di avere investito un popolano e quello in cui la gente si ammassa all’ora di pranzo di fronte la casa dei nobili per sentire l’odore delle raffinate pietanze.
Lo scopo che Parini si prefigge è in un certo la rieducazione dell’aristocrazia, non certamente la volontà di eliminarla come pensavano gli intellettuali francesi, affinché possa contribuire al benessere dello stato. Tuttavia il suo atteggiamento è ambivalente, specialmente quando si sofferma nella descrizione degli oggetti, anche attraverso complicati giri di parole (vedasi quello del caffè), poiché se da un lato dovrebbe evidenziarne l’inutilità dall’altro pare esserne segretamente compiaciuto, come anche la descrizione dei rituali e dei modi di fare dei nobili, così immersi nel rococó.
L’uso di un linguaggio prettamente aulico è dovuto al fatto di dover coniugare un’alta dignità poetica con argomenti per così dire frivoli e di basso livello, non solo a scopo ironico. C’è chi ha voluto vederci una contraddizione interna, sia a livello contenutistico che, appunto, formale, fra questa ironia di Parini e la sua segreta compassione. Sono presenti anche degli inserti, delle favolette, di cui sicuramente la più famosa è quella di Amore e Imene, che per l’appunto serve a “giustificare” il cicibeismo.
Quella che Parini deve affrontare con la salita al trono di Giuseppe II è sicuramente una grande delusione. Egli infatti non è aperto al cambiamento come Maria Teresa, e anzi vuole imporre la sua visione dall’alto su ogni aspetto della vita dello stato, cultura compresa, privilegiando, con grande sdegno del Parini, gli studi scientifici rispetto a quelli letterari, provocandone l’allontanamento dall’impegno civile attivo.
Di pari passo a questo disimpegno si afferma la passione per il neoclassicismo, anche a livello formale, grazie anche all’intervento di Winckelmann all’Accademia di Brera dove il Parini stesso insegnava. Gli ideali del neoclassicismo predicavano in un certo senso il ritorno alla semplicità, della purezza tipica dell’arte greca, così nitida è definita. Probabilmente questa fuga verso il neoclassicismo è dovuta alla disillusione causata dal dirigismo, alla volontà di imporre tutto dall’alto, di Giuseppe II
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