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La sfilata degli imbecilli da Il Giorno, parte del passo “La Notte”


Quanta folla d’eroi! Tu, che modello
d’ogni nobil virtù, d’ogn’atto eccelso,
esser dei fra’ tuoi pari, i pari tuoi
a conoscere apprendi; e in te raccogli
quanto di bello e glorioso e grande
sparse in cento di loro arte o natura.
Altri di lor ne la carriera illustre

stampa i primi vestigi; altri gran parte
di via già corse; altri a la meta è giunto.
In vano il vulgo temerario a gli uni
di fanciulli dà nome; e quelli adulti,
questi già vegli di chiamare ardisce:
tutti son pari. Ognun folleggia e scherza;
ognun giudica e libra; ognun del pari
l’altro abbraccia e vezzeggia: in ciò sol tanto

non simili tra lor, che ognun sua cura
ha diletta fra l’altre onde più brilli.

Questi è l’almo garzon, che con maestri
da la scutica sua moti di braccio
desta sibili egregi; e l’ore illustra
l’aere agitando de le sale immense,
onde i prischi trofei pendono e gli avi.

L’altro è l’eroe, che da la guancia enfiata
e dal torto oricalco a i trivj annuncia
suo talento immortal, qualor dall’alto
de’ famosi palagi emula il suono
di messagger, che frettoloso arrive.
Quanto è vago a mirarlo allor che in veste
cinto spedita, e con le gambe assorte
in amplo cuoio, cavalcando a i campi
rapisce il cocchio,
ove la dama è assisa
e il marito e l’ancella e il figlio e il cane!
Quegli or esce di là dove ne’ fori
si ministran bevande ozio e novelle.
Ei v’andò mattutin, partinne al pranzo,
vi tornò fino a notte: e già sei lustri
volgon da poi che il bel tenor di vita
giovinetto intraprese. Ah chi di lui
può sedendo trovar più grati sonni
o più lunghi sbadigli; o più fiate
d’atro rapè solleticar le nari;
o a voce popolare orecchi e fede
prestar più ingordo e declamar più forte?

Ecco che il segue del figliuol di Maia
il più celebre alunno, al cui consiglio
nel gran dubbio de’ casi ognaltro cede;
sia che dadi versati, o pezzi eretti,
o giacenti pedine, o brevi o grandi
carte mescan la pugna. Ei sul mattino
le stupide micranie o l’aspre tossi

molce giocando a le canute dame.

Ei, già tolte le mense, i nati or ora
giochi a le belle declinanti insegna.
Ei la notte raccoglie a sé dintorno
schiera d’eroi, che nobil estro infiamma
d’apprender l’arte, onde l’altrui fortuna
vincasi e domi; e del soave amico
nobil parte de’ campi all’altro ceda.

Vuoi su lucido carro in dì solenne
gir trionfando al corso? Ecco quell’uno,
che al lavor ne presieda. E legni e pelli
e ferri e sete e carpentieri e fabbri
a lui son noti: e per l’Ausonia tutta
è noto ei pure. Il Càlabro di feudi
e d’ordini superbo; i duchi e i prenci,
che pascon Mongibello;
e fin gli stessi
gran nipoti Romani a lui sovente
ne commetton la cura: ed ei sen vola
d’una in altra officina in fin che sorga,
auspice lui, la fortunata mole.
Poi di tele ricinta, e contro all’onte
de la pioggia e del sol ben forte armata,
mille e più passi l’accompagna ei stesso
fuor de le mura; e con soave sguardo
la segue ancor sin che la via declini.

Vedi giugner colui, che di cavalli
invitto domator divide il giorno
fra i cavalli e la dama. Or de la dama
la man tiepida preme; or de’ cavalli
liscia i dorsi pilosi, ovver col dito
tenta a terra prostrato i ferri e l’ugna.

Aimè misera lei quando s’indìce
fiera altrove frequente! Ei l’abbandona;
e per monti inaccessi e valli orrende
trova i lochi remoti, e cambia o merca.

Ma lei beata poi quand’ei sen torna
sparso di limo; e novo fasto adduce
di frementi corsieri; e gli avi loro
e i costumi e le patrie a lei soletta

molte lune ripete! Or vedi l’altro,
di cui più diligente o più costante
non fu mai damigella o a tesser nodi
o d’aurei drappi a separar lo stame.
A lui turgide ancora ambe le tasche
son d’ascose materie.
Eran già queste
prezioso tapeto, in cui distinti
d’oro e lucide lane i casi apparvero
d’Ilio infelice: e il cavalier, sedendo
nel gabinetto de la dama, ormai
con ostinata man tutte divise
in fili minutissimi le genti
d’Argo e di Frigia. Un fianco solo avanza
de la bella rapita; e poi l’eroe,
pur giunto al fin di sua decenne impresa,
andrà superbo al par d’ambo gli Atridi.

Commento del testo


Il testo La sfilata degli imbecilli fa parte della raccolta poetica di Giuseppe Parini dal titolo Il Giorno e fa parte della celebre della raccolta dal titolo La notte.
In questo brano viene descritto il ricevimento nel cuore della notte a cui deve partecipare il Giovin Signore che si reca nella sede del ricevimento in compagnia di una gentile donna. Non appena egli arriva nella sala del ricevimento ha modo di vedere certi strani personaggi, che appartengono alla classe aristocratica. Il Parini critica questi personaggi all’interno della poesia, le descrive infatti come delle caricature, come delle personcine insignificanti che sono “bassi” sul piano culturale, intellettuale e anche morale.
Non per nulla Parini li definisce “la sfilata degli imbecilli”, per cui i nobili vengono definiti come appartenenti ad una classe vanesia, senza alcun valore.

Vengono anche descritti gli atteggiamenti dei membri della nobiltà: i loro tic, le loro manie, le ossessioni personali di ciascun nobile, il loro dover apparire a tutti i costi, ecc…

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