DAL BAROCCO ALL’ILLUMINISMO


Rispetto al barocco l’illuminismo rappresentò un deciso rinnovamento. Le poetiche seicentesche erano ricche di inquietudine e esistenziale e del senso di fragilità e di smarrimento di fronte alla scoperta di nuovi mondi e dell’infinità dell’universo. Lo stile era teso a stupire a suscitare meraviglia; il linguaggio oscuro, ricco di metafore adatto ad un pubblico colto ed aristocratico. Nella letteratura invece si tendeva a scindere fra il mondo letterario e quello scientifico. La letteratura illuminista invece era fondata su una visione ottimistica della cita e sulla fiducia nel progresso dell’uomo. I valori andavano a ricercarsi sull’intraprendenza, la chiarezza e la semplicità. Nasceva anche una concezione unitaria della cultura in scompariva la scissione fra cultura umanistica e scientifica in nome di una visione in cui queste due componenti si integravano a vicenda nell’attività intellettuale.
Il pensiero illuminista portò quindi a un generale rinnovamento della mentalità, della società, della politica. Se in campo politico anche le masse ebbero una notevole importanza, specie nel corso della Rivoluzione Francese, in altri ambiti ebbero invece enorme importanza gli intellettuali che, avevano un ruolo di guida nei confronti della società. Grandissimo valore ebbe quindi la diffusione del sapere, concepita come un mezzo di emancipazione dei popoli, in un ottica di uguaglianza che in politica si era già affermata. Crebbe tantissimo anche la produzione culturale, che cercò nuovi e diversi canali di diffusione. Infatti iniziarono a diffondersi le prime gazzette, i periodici, e i quotidiani che concorrevano alla formazione di una vasta opinione. La cultura a quel tempo si diffondeva anche attraverso
o Le Accademie
o Le Università
o I teatri
o I salotti
o I caffè (che si diffondono soprattutto nel ‘700)
L’intellettuale a quel tempo si manteneva vendendo le sue opere (oggi essendoci anche i diritti d’autore guadagnano anche negli anni avvenire), in passato erano i nobili, le persone ricche che attraverso il mecenatismo finanziavano l’autore che subiva però encomio, oppure vi erano anche degli artisti che si auto-finanziavano in quanto avevano una loro ricchezza di base (Alfieri).
Oppure, come Goldoni, vi era chi andava a lavorare nei teatri, vendendo le sue opere, e il guadagna dipendeva dal numero di biglietti venduti quindi si guadagnava solo se la rappresentazione teatrale aveva successo.

Le idee illuministiche fecero presto a diffondersi in tutta Europa, grazie anche al progresso dei mezzi di comunicazione. Infatti le comunicazioni marittime e fluviali erano molto rapide, anche più di quelle terrestri, ma anche meno sicure a causa dei frequenti naufragi. La rete stradale si ampliò soprattutto in Europa occidentale. Nacquero anche i primi giornali e i periodici grazie soprattutto all’abolizione della censura. Anche in Italia nel ‘700 nacque la stampa periodica. Tra le più note oltre al “caffè” dei fratelli Cesare e Verri Baccaria si ebbero la “Gazzetta Veneta”, la “Gazzetta di Foligno”, “la Gazzetta Universale di Firenze”ecc; riviste che contribuirono a informare gli italiani dei ceti più colti sulle vicende e sui progressi del tempo. La gran massa della popolazione era culturalmente molto arretrata e non esercitava nessun influsso nella vita politica e sociale.

Le corti e le accademie non erano più gli unici luoghi frequentati dagli intellettuali, nel settecento si diffusero tantissimo i salotti letterari privati, dove si diffondevano le nuove idee letterarie e scientifiche.


I TEATRI


I teatri hanno la funzione di coinvolgere la popolazione e di istruire e mandare dei messaggi come oggi fanno i giornali o la televisione, e consentiva quindi di controllare l’opinione pubblica. Questo, rispetto al mecenatismo risultava più libero anche se comunque manovrato, il quanto l’autore guadagnava solo se l’opera era gradita al pubblico, e quindi le opere erano comunque influenzate dal piacere popolare; cosa che oggi non accade grazie ai diritta d’autore.
Le zone privilegiate del teatro erano destinate ai nobili e al re, e il prezzo del biglietto era più elevato. Essendo presente all’interno del teatro anche il re, per il popolo gli spettacoli erano più di uno, la rappresentazione teatrale il re e i nobili che avevano il privilegio di sedere accanto a lui. Infatti il re era come il sole chi più a lui era vicino e più era importante a livello sociale. Fu in Italia che il teatro ebbe i suoi frutti più felici grazie soprattutto alle opere di Carlo Goldoni, commediografo veneziano che dette vita a una sorta d’Illuminismo popolare che si espresse in un attenta osservazione della gente e degli ambienti, soprattutto quelli di Venezia, in cui si muoveva la piccola e media borghesia, e della quale Goldoni notava e colpiva i vizi, ma metteva anche il luce le virtù.

LE ACCADEMIE


Per entrare in un’accademia bisognava avere determinai requisiti: meriti e capacità. Nelle accademie vigeva un rapporto orizzontale, tra pari, dove vi era un continuo scambio d’idee, non c’è nulla di gerarchico (come poteva essere il rapporto fra dicente e studente).
Famosa fu l’Accademia di Cristina di Svezia che si era rifugiata in Italia dopo aver abdicato al trono, trasferendosi a Roma dove un circolo di poeti, che volevano eliminare il cattivo gusto del Barocco e il nome Arcadia che revoca la regione del Peloponneso abitata da soli pastori, sembro riassumere il bisogno di un linguaggio spontaneo che rispondesse alle esigenze di chiarezza. Essa cercava di andare contro quello che era il formalismo del barocco, che attraverso il ritorno al sentimento della natura, della spontaneità e del buon gusto, cercò di rivoluzionare ancora una volta la poesia. Ogni accademico prese il nome di pastore e il luogo di riunione si chiamò Bosco Parrasio, la loro insegna era la siringa di Pan, e Cristina fu la Basilissa. L’Arcadia, che ebbe i suoi centri in varie regioni d’Italia fu la prima accademia che assunse un carattere nazionale e la sua funzione si ampliò e portò un rinnovamento non solo nel campo letterario ma anche negli studi in genere, e quindi se l’Arcadia non riuscì a contrapporsi del tutto con il barocco, perché i suoi rinnovamenti furono molto scarsi ebbe merito di aprire la strada ad altri movimenti culturali come l’Illuminismo. l’Accademia Arcadia esiste ancora oggi.

I SALOTTI


Nei salotti il sapere è d’élite non basta, il sapere, ma anche essere di un certo rango sociale. Vi si poteva entrare solo se vi si era invitati. Qui si riunivano tutti i gruppi d’intellettuali che discutevano di musica filosofia ecc.

I CAFFÈ

Simili ai salotti dove tutti possono entrare, anche se comunque si è costretti a consumare (pagare) qindi per entrare bisognava avere i soldi (si tratta di luoghi visitati principalmente dai nobili borghesi) luogo d’incontro, dove si commentavano i fatti e gli eventi della politica e della letteratura. qui troviamo le riviste che potevano essere consultate da tutti, con scopo divulgativo.

LE ENCICLOPEDIE


Sono le conoscenze degli altri rivedute e corrette. Dove vengono selezionate le conoscenze in modo preciso e corretto. Vi è una netta distinzione fra le cose vere e quelle false (cosa che invece non abbiamo nelle Summe dove scienza e fantasia sono unite). Le materie vengono trattate analiticamente e scientificamente e religione e mitologia non sono mischiate.

L’ILLUMINISMO


L’Illuminismo si sviluppa in Inghilterra subito dopo le Rivoluzioni Inglesi, espresso principalmente da John Loke, che si diffuse in Europa intorno al XVIII sec. fino alla Rivoluzione Francese.
La corrente di pensiero illuminista non è per niente nuova, infatti non fa altro che riprendere e approfondire tutto ciò che già nell’epoca del rinascimento aveva avuto una certa affermazione. Nel settecento però questi concetti raggiunsero una completezza e una definizione mai raggiunti. I tratti comuni dell’epoca rinascimentale e quella illuministica sono tre:
• La visione dell’uomo come centro del mondo e artefice del proprio destino
• Una visione laica della vita
• Un’interpretazione delle religioni come diverse manifestazioni di una stessa religione universale (religione naturale)
Nella concezione illuministica però compaiono anche alcuni aspetti della filosofia seicentesca: l’attiggiamento razionalistico che vedeva nella ragione la facoltà più importante dell’uomo e la sua guida per conoscere la realtà; la convinzione che la morale dovesse essere autonoma rispetto alla tradizione religiosa. L’autonomia nasceva dalla critica della religione e della Chiesa; critica che aveva favorito anche il diffondersi della tolleranza verso le altre religioni. Era nata anche una nuova concezione del diritto, che riteneva gli uomini tutti uguali, portatori di diritti universali e quindi tutti legittimamente partecipi alla vita sociale e politica. Cosicchè nacque anche una nuova concezione sull’origine dello stato e dell’autorità (che per la prima volta si afferma durante le rivoluzioni inglesi) che faceva riferimento al popolo come unico depositario della sovranità e quindi affermava il diritto di ribellarsi contro il potere se questo diventava assolutistico o oppressivo. In questo periodo nacque anche l’empirismo, una teoria della conoscenza che riteneva che all’origine di ogni idea o pensiero vi fossero l’esperienza e la percezione. Solo in un seconodo momento queste conoscenze producevano delle idee ; e a partire da questa idee si raggiungevano della conoscenze più complesse fino ad arrivare alla scienza. Oltre ai concetti filosofici del seicento venne ripresa anche la “nuova scienza” che anch’essa era nata in autonomia e si trovava spesso in opposizione con la religione e il potere della Chiesa. Le sue caratteristiche più importanti erano la sperimentazione e la ricerca di leggi di natura esprimibili attraverso il linguaggio della matematica. Da esso era nato un grande sviluppo tecnologico, accresciuto nel ‘700 anche per favorire il progresso industriale e agricolo. Il progresso era favorito sopratutto dalla collaborazione fra scienziati e dalla diffusione di accademie e riviste.

L’illuminismo segnò anche un profondo rinnovamento, soprattutto rispetto alla concezione politica e sociale dominante all’interno dell’Antico regime. Le caratteristiche principali della mentalità dell’antico regime erano una concezione religiosa cupa e controriformista dell’uomo, ricca di pessimismo, in cui l’uomo era visto come un essere dominato dall’egoismo, attratto dal peccato e pieno di odio verso il prossimo, sempre pronto a sopraffarlo. A questa si univa una concezione di stato assoluto e della divisione in ceti della società che era immodificabile perché voluta da Dio.

La caratteristica più evidente dell’illuminismo fu l’ottimismo, alimentato da un’evoluzione della vita economica e sociale, che diffondeva l’idea secondo cui il progresso avrebbe portato alla felicità. La sconfitta di alcune malattie, le maggiori possibilità di alimentazione e il conseguente aumento demografico prospettavano una vita migliore; le scoperte scientifiche e l’industrializzazione sembravano porter semplificare la vita dell’uomo e rendendola così più semplice. Lo sviluppo del pensiero scientifico faceva sperare che tutto, prima o poi si sarebbe spiegato e risolto con la ragione. Ed è proprio in questo periodo che si arriva al concetto della ragione come un elemento comune di tutti gli uomini, tutti gli uomini erano fratelli, concetto che portò al cosmopolitismo illuministico, ovvero, che non esistono differenze raziali, culturali o sociali, tutti gli uomini sono uguali e tutti siamo cittadini del mondo. L’uomo razionale è animato da sentimenti fraterni verso i suoi simili. Nacque così anche il filantropismo, amore verso tutti gli uomini, che, insieme al cosmopolitismo diedero vita allo spirito di tolleranza, che consiste nel rispetto degli altri indipendentemente dalle opinioni o dalle vicende personali.
L’uso della ragione portò anche a eliminare i pregiudizi, le superstizioni e di conseguenza i dogmi religiosi; e se tutti siamo uguli e la società deve essere giusta ed equa, di conseguenza nessuno può vantare privilegi di classe o di stirpe. La mentalità illuministica cominciò a ribellarsi contro quelle classi (nobili e clero) che tendevano a difendere i loro privilegi e a mantenere sistemi di vita, sociali ed economici, che ostacolavano la nascita di una società più moderna, equa e giusta.

KANT


Il filosofo tedesco Immanuel Kant (1724-1804) è colui, che in sintesi definì l’illuminismo, questo grazie alla suo breve scritto del 1784 intitolato Risposta alla domanda “che cos’è l’illuminismo” . in tale trattato afferma che l’età dei lumi ha consentito “l’uscita dell’uomo dallo stato di minorità”, cioè quella condizione in cui si era incapaci di “far uso del proprio intelletto senza essere guidati da un’altro perché dominati da viltà e pigrizia. In un altro scritto egli ha indicato il nuovo atteggiamento che l’uomo deve avere , indicando la possibilità di poter fa uso pubblico della propria ragione in tutti i campi, senza piegarsi di fronte alla tradizione o all’autorità.
Queste due immagini esprimono in modo migliore d’idea che l’Illuminismo aveva dell’uomo, dei suoi diritti e del progresso culturale a cui tutti dovevano contribuire. Egli colse lo spirito dei tempi nuovi in cui la ragione era considerato metro assoluto di giudizio e si andava affermando una cultura verificata dall’individuo attraverso l’intelligenza senza la guida di alcuna autorità economica o religiosa.

L’illuminismo inizialmente nacque come un fenomeno di élite, ma ben presto vide coinvolti nel dibattito culturale gran parte degli uomini politici e della classe dirigente dei vari stati europei, convinti che il regno dei lumi avrebbe portato a un mondo nuovo e migliore, nel quale fosse possibile garantire la pubblica felicità smascherando superstizioni, pregiudizi e arbitri.

L’illuminismo si diffuse in tutta Europa ma ebbe il suoi centro e la sua maggiore espansione in Francia ; dove si affermò un nuovo ruolo sociale dell’intellettuale. Il philososophe divenne per gli enciclopedisti colui che impone alle emozioni il controllo della ragione; non si lascia favorire dall’immaginazione, ma usa in modo sistematico un’osservazione senza preconcetti; è consapevole dei limiti della ragione, sa dare un valore pratico e utile al sapere; considera gli uomini come cittadini del mondo, ugualmente degni di rispetto, a qualunque razza, religione, classe sociale appartengano. Il philosophe si pone alla guida morale della società e si presenta come un professionista del pensiero sempre in lotta con il potere costituito e i suoi privilegi. I principali philosophes erano Montesquieu (1689-1755) Voltaire (1694-1778) Rosseau (1712-1778)

MONTESQUIEU


In campo politico criticò la società dell’Antico Regime, teorizzando la separazione dei poteri legislativo, esecutivo e giudiziale. La visione laica, che si nota anche nella sua opera lo Spirito delle leggi, è stata un modello essenziale per lo sviluppo delle idee rivoluzionarie francesi e per la costruzione dello stato costituzionale, basato sulla tolleranza, il rifiuto del dispotismo e la separazione dei poteri. Egli si considerava il simbolo della legalità contro il potere dell’assolutismo regio. Egli pur essendo attratto dalla soluzione politica inglese, non respingeva il sistema monarchico francese, ma proponeva di riformarloper impedire il dispotismo. Il principio della divisione dei poteri risulta un riferimento per la salvaguardia della libertà politica e come tale è ancora oggi alla base delle più moderne costituzioni.

VOLTAIRE


Uno dei principali rappresentanti dell’Illuminismo, insieme a Montesquieu; suscitò scandalo con la sua pubblicazione delle Lettere filosofiche a causa del violento dogmatismo che le aveva ispirate. Deista e consigliere di Federico II di Prussica. Ammiratore della monarchia costituzionale inglese, anche se tuttavia temeva che l’indebolimento dell’assolutismo avrebbe favorito l’anarchia nobiliare e soprattutto nutriva forti dubbi sulla capacità del popolo si auto-governarsi. Il modello che egli propose fu quello di uno stato retto da un sovrano illuminato che, guidato dalla filosofia dei lumi, adoperasse il poter assoluto per riformare le strutture giuridiche, amministrative ed economiche dello stato e per garantirne le libertà dei cittadini contro il potere e i privilegi della nobiltà feudale.
Egli era convinto che la tolleranza tra gli uomini e il rispetto delle diversità si basasse sul riconoscimento della pari dignità di tutte le religioni del mondo. Tutti gli uomini al di là della fede che professano devono sentirsi fratelli amarsi e non odiarsi; devono essere eliminate le ipocrisie morali e religiose che, per ragioni di supremazia politica, corrompono le conoscenze degli uomini e impediscono il rispetto della loro dignità. La tolleranza da lui predicata fu condannata con forza dagli uomini ci chiesa che vogliono sottomettere la volontà e la mente dei credenti; e si prefigge di abbattere tutti i mali l’ignoranza e la superstizione che impediscono all’umanità di progredire, e che devono essere combattuti con la fede illuministica nel cosmopolitismo e nel filantropismo.

JEAN-JACQUES ROUSSEAU


Fu un altro esponente di punta dell’Illuminismo. Il pensiero politico di Rousseau fu molto radicale; nella sua opera Il contratto sociale egli pose l’accento più sul tema delle disuguaglianze sociali che non su quello della libertà. La sua riflessione rovesciava l’intera impostazione illuministica, considerando il progresso e la civiltà come le cause dei mali della società. Per Rousseau era importante tornare alla condizione di uguaglianza e garantire a tutti la parità di diritti e di vantaggi con l’ instaurazione di uno stato democratico, retto dal principio della sovranità popolare. Secondo Rousseau le disuguaglianze sociali sono derivate dall’introduzione della proprietà privata; uguali per tutti sono i diritti alla vita, ai beni materiali e alla diffusione delle idee. Il sovrano per primo deve dare l’esempio rispettando tali principi poiché la propria autorità deriva non da Dio ma dal popolo. Formula anche un nuovo ideale educativo; nella sua opera l’Emilio dove afferma che il bambino non deve essere imbottito dalle nozioni impose gli dall’adulto; egli deve, invece, vivere la sua infanzia, formarsi spontaneamente secondo le sue possibilità e le sue inclinazioni, non deve orientarsi quindi secondo i pregiudizi del maestro, ma secondo quella che viene definita esperienza concreta. Secondo Rousseau il bambino sviluppa dunque i sentimenti e la ragione grazie alla stimolazione di un comportamento attivo e alla logica della scoperta.

IL PROBLEMA DEI SELVAGGI E LA TEORIA DEL BUON SELVAGGIO


La consapevolezza che esistevano al mondo culture e popoli diversi aveva accompagnato da sempre la cultura occidentale, ma tutte le nuove scoperte avevano portato alla luce delle popolazioni che vivevano in maniera primitiva. Per gli uomini del XVI e del XVII sec. questo era divenuto “il problema dei selvaggi” cioè il desiderio di spigare come era possibile che ci fossero dei popoli che non avevano strutture politiche, ne commerciali e ne produttive, ne alcuna forma di scrittura. Mancava infatti la consapevolezza che questa era la condizione originaria dell’uomo, infatti si pensava che egli fosse sempre vissuto all’interno di una qualche forma di società complessa e strutturata.
Durante il XVIII secolo iniziò a farsi strada la consapevolezza che un tempo le popolazioni che avevano raggiunto un livello di organizzazione sociale complesso erano state “selvagge” e vennero formulate varie teorie su come era avvenuto questo processo. Una delle più interessanti fu quella di uno studioso napoletano Gian Battista Vico; ma che non fu l’unico, infatti anche Rousseau formulò una sua concezione dei primitivi, creando dei modelli filosofici che si diffuse tantissimo tanto da essere definito “mito del buon selvaggio”.
L’analisi della condizione di vita dei popoli primitivi venne fatta da Rousseau nel Discorso sull’origine dell’ineguaglianza nel quale spiega la condizione d’infelicità dell’uomo nel suo distacco dalla natura e nella creazione di una società in cui esistono la proprietà e la disuguaglianza. A suo dire, gli uomini nella condizione originaria (stato di natura) non erano cattivi, anzi nella condizione primitiva l’uomo era dotato di sentimenti semplici e naturali, come la compassione verso il prossimo, e non desidera fare male a gli altri, quindi, spiega il perché l’uomo nella nostra società agisce in modo malvagio ed è indifferente al dolore degli altri e in alcuni casi è crudele, affermando che l’origine di tutti i mali e la proprietà. Quindi secondo lui la soluzione è il ritorno dello stato di natura attraverso l’eguaglianza cioè a quella condizione di piena armonia con la natura e con gli altri.

IL PENSIERO ECONOMICO

Lo sviluppo dell’economia e l’incremento della popolazione stimolarono negli ambienti illuministici la riflessione sulla politica economica dei governi e sui meccanismi della produzione e di ricchezza. Si svilupparono così due scuole di pensiero; quella dei fisiocratici (il cui esponente principale fu François Quesnay) in Francia e quella dei liberisti (Adam Smith) in Inghilterra, che fondarono una nuova scienza: l’economia politica.
Sia la fisiocrazia che il liberismo avevano dei punti in comune:
• Ritenevano che l’economia fosse soggetta a leggi naturali come quella del mercato (che stabilisce i prezzi delle merci in base alla relazione fra domanda e offerta).
• Criticavano la politica mercantilistica dei governi, che ostacolavano con dazi doganali e vincoli la libera circolazione delle merci.
• Proponevano una nuova politica economica all’insegna del “lasciate fare, lasciate passare” che escludeva l’intervento dello Stato in economia e l’abolizione di tutti i vincoli che condizionavano lo sviluppo economico.
FRANCOIS QUESNAY caposcuola della fisiocrazia, così definita per la sua fiducia nel potere della natura. Egli sostiene che l’agricoltura è l’unica attività veramente produttiva in quanto soltanto essa crea un prodotto netto. Mentre l’industria e il commercio si limitano a trasformare la materia o a distribuire le merci, l’agricoltura, grazie alla fertilità del suolo realizza surplus. Quindi, dato che la prosperità di uno Stato è data dall’agricoltura e necessario a suo dire favorirne lo sviluppo attraverso l’abolizione dei vincoli feudali sulla terra, la liberazione del commercio dei prodotti agricoli in particolare del grano. Tale tesi si fonda su un economia fondata sulla terra come del resto era quella francese, che doveva anche far crescere la produzione in quanto la popolazione stava crescendo. I concetti di libera iniziativa e libero commercio contrastavano nettamente con i principi economici degli stati assolutisti ed erano quindi considerati principi rivoluzionari.

ADAM SMITH


Il cui pensiero è alla base di tutto il pensiero economico moderno. Egli sosteneva che il lavoro è l’asse portante della ricchezza di ogni nazione. Non la natura, come invece affermavano i fisiocratici, ma è il lavoro che produce ricchezza. La prosperità di una nazione è frutto dei singoli e quindi dell’individuo che deve essere messo nelle condizioni di compiere delle scelte economiche che ritiene più adeguate, senza subire alcun intervento dallo stato. La fabbrico moderna a suo dire è il luogo dove il capitale viene investito per la produzione che ha valore di scambio (che realizza quindi profitto) e dove la divisone del lavoro aumenta la produttività del singolo. L’interesse privato (del capitalista che investe per il profitto, dell’operaio che lavora per il salario) è la molla che spinge chiunque a sviluppare la produttività e la circolazione delle merci secondo le leggi del mercato. Egli parte quindi dal principio individualista secondo cui è interesse personale spingere gli uomini verso un miglioramento del proprio tenore di vita e concorda con il principio fisiocratico per quanto riguarda la necessità dell’assoluta libertà di scambio e di mercato.


ILLUMINISMO ITALIANO


In Italia i maggiori centri di diffusione dei lumi furono Milano e Napoli, dove gli uomini di cultura erano interessati alle ricerche scientifiche, giuridiche ed economiche.
Tra gli illuministi lombardi ricordiamo i fratelli Pietro e Alessandro Verri economisti, filosofi e storici, animatori del periodico il “caffè”, in cui, attraverso un colloquio amichevole con il lettore vengono discussi vari argomenti, tutti però diretti alla pubblica utilità. Gli intellettuali e il lettore quindi si pongono sullo stesso piano, frequentando insieme la bottega del caffè del greco Demetrio (nella quale le conversazioni si svolgono immaginariamente). La scelta dell’ambientazione è il simbolo di un rifiuto, da parte degli intellettuali progressisti, della letteratura dell’accademia e del palazzo reale e della cultura d’èlite che esclude il grande pubblico. Pietro fu anche animatore dell’Accademia dei Pugni, il cui fine era quello di approfondire le conoscenze utili alla vita sociale, affermando che in tutti i paesi Europei le idee dov’essero circolare liberamente.

CESARE BECCARIA, (1738-1794)


Anch’esso tra i collaboratori del periodico milanese, letterato e giurista che scrisse un libro sul sistema giudiziario del tempo e dei suoi principi a cui si ispirava, Dei delitti e delle pene. Egli esprime nelle suo opere il desiderio di rinnovare la società secondo le idee illuministe, fiducioso in una nuova giustizia basata sull’uguaglianza fra gli uomini e sulla chiarezza delle leggi che tutti devono rispettare per loro vantaggio. Polemizza contro la legislazione repressiva, e propone dei nuovi sistemi di repressione del crimine e di limitazione delle pene. Al concetto di crimine non gli viene dato più un significato religioso di peccato, quanto piuttosto di violazione del patto sociale. La giustizia quindi era vista come una scienza dell’uomo. Messa a punto per tutelare individuo e suoi diritti. Fra le idee innovative di Beccaria vi era l’eliminazione della pena di morte, ancora in uso in alcuni paesi dell’America e frutto di dibattito ancora oggi.
Egli considerava inutile un numero elevato di pene, in quanto non serviva a migliorare gli uomini e a tenerli lontani dalla colpe e dai crimini. Ciò l’aveva capito dal fatto che, la pena di morte, massima condanna che si possa infliggere non aveva diminuito il numero di misfatti, fosse inutile, oltre che un sopruso di un uomo nei confronti di un altro uomo.
Nella sua opera non parla in termini religiosi, anzi fa una distinzione netta fra ciò che appartiene alla sfera morale e religiosa e quindi il peccato che solo Dio può giudicare, e ciò che è della sfera giuridica. Le idee di Beccaria non sono quindi umanitarie, ma semplicemente pratiche.

CARLO GOLDONI


Nato a Venezia il 25 febbraio del 1707 da una famiglia borghese. La sua casa era luogo d’incontro di gente di teatro, attori, musicisti. Il padre, che era un medico lo portò con se a Perugia dove iniziò gli studi di grammatica, poi a Rimini dove proseguì con filosofia: ma Goldoni preferiva la lettura delle opere teatrali e amava frequentare gli spettacoli della commedia dell’arte. Nel 1721, stanco degli studi di filosofia, fuggì da Rimini nascosto in una barca di una compagnia di comici e sbarcò a Chioggia dove incontrò la madre rimasta vedova. Non volendo, come il padre intraprendere la carriera di medico cominciò gli studi giuridici prima a Pavia (da qui cacciato per una satira composta contro le donne pavesi) poi a Padova, dove si laureò le 1731. Dal 1731 al 1743 esercitò la professione di avvocato e ricoprì alcuni incarichi pubblici. Nel frattempo sposò Nicoletta da cui non ebbe figli, che fu sua compagna per tutta la vita. Nel 1734 conobbe a Verona il capocomico Giuseppe Imer e divenne poeta della sua compagnia, che lavorava a Venezia al teatro San Samuele. Vivendo a stretto contatto con attori, impresari e pubblico e conoscendo la situazione di crisi in cui era entrata la commedia dell’arte, basata sull’improvvisazione degli attori in scena, cercò in modo graduale di riformare il teatro comico, a partire dal 1738 anno in cui era arrivato nella compagnia in celebre Pantalone Francesco Golinetti, in cui la parte da protagonista era scritta (premeditata).
La donna di garbo (1743), Goldoni realizzò la prima commedia interamente scritta. Nel 1747 venne ingaggiato dalla compagnia Medebac di Venezia, dove gli fu poeta fino al 1753. In questi anni portò avanti la sua riforma, aiutato anche dagli attori. In questo periodo scrisse La vedova scaltra (1748), e nel 1749 mise in scena La famiglia dell’antiquario. Nel 1753, per Marianna Marliani, compose la locandiera, una delle commedie più fortunate, incentrata sul personaggio di Mirandolina che rifiuta la corte di due nobili spasimanti, ostinandosi a sedurre un cliente della sua locanda che odia le donne: riuscita nell’intento, sceglie di sposare il cameriere Fabrizio.
Dopo l’insuccesso di una commedia promise, per non perdere il favore del pubblico, per la stagione teatrale 1750-1751 ben 16 nuove commedie e mantenne fede all’impegno sottoponendosi a un faticoso lavoro. La più celebre è la bottega del caffè. Nel 1753 lascò la compagnia Medebac e passò al teatro San Luca di proprietà dei nobili Vendramin. Gli al Santa Lucia furono per lui molto duri, in quanto fu bersaglio di molte polemiche scatenate sia dall’abate Petro Chiari, per ragioni legate ala concorrenza, sia da un altro autore Carlo Gozzi, che aveva una concezione fiabesca del teatro in contrapposizione con quella realista di Goldoni. Per soddisfare il gusto del pubblico allora alternò le commedie di carattere con altre sentimentali, o di ambientazione esotica.
Tuttavia proseguì nel suo impegno di riforma. Inserendo nelle grandi commedie d’ambiente l’uso del dialetto. Nacquero in questo periodo grandi capolavori come: il capinello, le baruffe chiozzotte, le avventure della villeggiatura ecc.
Nel 1762, stanco delle polemiche e deluso dal pubblico che correva ad assistere le fiabe del Gozzi accettò di trasferirsi in Francia per dirigere la Comédie italienne.
In Francia però lo attendevano altre delusioni: il pubblico parigino gli chiedeva scenari dal commedia dell’arte e non era ben disposto alla sua commedia “riformata”. Egli riuscì a proporre solo una commedia di carattere: il burbero beneficio (1771). Chiamato a corte come maestro di italiano per le principesse reali ottenne una piccola pensione che la Rivoluzione gli tolse nel 1792. Morì in miseria il 6 febbraio del 1793: il giorno dopo la convenzione decretava che la pensione gli fosse restituita. Tra il 1783 e il 1787 aveva composto Memories, l’autobiografia che illustra la necessità di una riforma del teatro. Il teatro a quel tempo si basava sulla commedia dell’arte dove si mettevano in scena delle “maschere” con caratteristiche fisse (Arlecchino, Pantalone, Colombina ecc.) gli attori si specializzavano nel ruolo di una maschera e recitavano improvvisando: seguivano cioè un canovaccio che si limitava ad indicare il soggetto dell’azione comica, sul quale inventavano battute, dialoghi e scene comiche.

La riforma teatrale


Egli sentiva l’esigenza di trasformare lo schema di un opera in un testo interamente scritto, che non lasciasse più spazio all’improvvisazione degli attori. Questa esigenza era data da un nuovo modo di interpretare la finalità del teatro comico che elaborò in linea con lo spirito dell’illuminismo e con l’idea della finalità etica ed educativa dell’arte. Secondo Goldoni il teatro doveva attingere le sue tematiche dalla realtà sociale, per cercare di correggere i vizi e di mettere in ridicolo i cattivi costumi. Nella prefazione alla prima raccolta di commedie, pubblicata nel 1750, Goldoni afferma di seguire due fonti d0ispirazione, due “libri”: il Mondo e il Teatro. Il mondo corrisponde alla realtà fonte inesauribile che offre all’autore situazioni, caratteri, personaggi da mettere sulla scena, ritraendoli dal vero. Il teatro detta all’autore le regole e i modelli da seguire per portare sulla scena la realtà.
Il teatro riformato di Goldoni è quindi un teatro verosimile che mette in scena tipi e caratteri umani e sociali, situazioni reali, date dall’osservazione della società contemporanea. La commedia, secondo Goldoni deve rispettare tali principi:
• Portare sulla scena avvenimenti verosimili
• Fondarsi su intrecci semplici presentati con un linguaggio chiaro e colloquiale
• Delineare caratteri che si potevano incontrare nella vita, quindi non tipi astratti e fissi
• Contenere una nota moralistica cordiale
• Basarsi su un dialogo scritto, e quindi non sull’improvvisazione degli attori.

IL ROMANZO STORICO


Il romanzo storico è una narrazione in cui, sullo sfondo di avvenimenti realmente accaduti in epoche molto lontane, si proietta la vicenda immaginaria dei personaggi, del tutto coerente col contesto storico in cui s’inseriscono. Il vero della storia si fonde col verosimile dell’invenzione: il punto di vista non si sofferma sul quadro storico ma sulla vicenda umana. Il romanzo storico presenta dei principi fondamentali:
• Il narratore non si identifica in nessun personaggio, ma assume il ruolo di ordinatore esterno e onnisciente e tiene il filo della narrazione conoscendo dall’inizio tutte le caratteristiche dei personaggi e l’evolversi delle vicende
• Le parti descrittive sono ampie e analitiche e riguardano tanto gli ambienti e le azioni quanti, i caratteri dei personaggi.

A dare avvio al romanzo storico è lo scrittore scozzese Walter Scott con la composizione Waverley, pubblicata anonimo nel 1814. la tecnica narrativa di Scott si affina nei romanzi successivi e lo scrittore arriva ad elaborare meccanismi che si ripetono in tutti i suoi libri, dando vita al modello scottiano. Immancabile è lo sfondo storico e le avventure dei protagonisti (intrighi, episodi di duelli e di tornei, colpi di scena, ecc…).
A egli gli va riconosciuto il merito di aver dato vita a tipi umani che incarnano, nel rispetto della storia, comportamenti sociali tipici dell’epoca in cui sono calati. Questa tendenza, estremamente innovativa all’inizio dell’Ottocento, avrebbe favorito negli scrittori successivi l’impegno in un arte più realistica e attenta nelle problematiche sociali, uno dei quali fu Alessandro Manzoni.

WALTER SCOTT


Nato a Edimburgo nel 1771 da una famiglia di antica nobiltà, dedica all’avvocatura. Perciò anche lui si dedicò agli studi giuridici, si laureò e si dedicò all’attività forense. Ma la passione per la letteratura prese il sopravvento: appassionato alle leggente tradizionali scozzesi compose poemetti, ballate, di ispirazione medievale e romantica che lo resero celebre. Nel frattempo si dedicava ad attività politiche e militari. Attento ai mutamenti del del mercato editoriale abbandonò la poetica che si stava affermando con Gorge Byron, e si dedicò ad elaborare un nuovo tipo di romanzo, il romanzo storico; prtando a termine la sua prima opera Waverley nel 1814,che segue appunto questo filone. L’enorme successo dell’opera e i suoi problemi economici lo spinsero a scrivere altre opere al punto di comporre 21 romani in 11 anni. Ciò però non fu positivo per la sua salute; tanto che nel 1830 fu colpito da un ictus, che lo portò alla morte nel 1832.
Fra le sue opere famose erano Rob Roy, La sposa di Lammermoor. E a partire da Ivanhoe l’ambientazione delle sue opere si sposta in Inghilterra nella Francia e nella Germania medioevali e nella Palestina dei crociati.

LA TRAMA


Il romanzo è ambientato in Inghilterra nel XII sec, durante il regno del re normanno Riccardo Cuor di Leone. L’isola era stata conquistata dai Normanni un secolo prima e qui l’organizzazione era di tipo feudale: i feudatari normanni quindi esercitavano la loro autorità su quelli anglosassoni in un clima di tensione ed ostilità. Ivanhoe, figlio del nobile sassone Credric e innamorato do Rowena, è stato bandito da padre in quanto era un ostacolo per i suoi piani di matrimonio tra Rawena e Athelstane, ultimo discendente dei re sassoni. L’intento di Credric, è infatti, quello di dar vita a dei nuovi sovrani di stipe sassone che animino la rivolta contro i Normanni. Perciò Ivanhoe parte per la Terra Santa col re Riccardo Cuor di Leone. Nel frattempo però il principe Giovanni, fratello di Riccardo tiene la reggenza del regno, ma con intenzioni usurpatrici. Ivanhoe, torna dalla crociata per difendere la causa del suo re e si presenta in incognita a casa di suo padre.
Dopo la scena si sposta alla lizza di Ashby, un torneo bandito dal principe Giovanni, che accoglieva i migliori combattenti di tutta la nobiltà dia normanna che sassone. La lizza si concluse con la vittoria di un misterioso cavaliere che si fa chiamare Cavaliere Diseredato, il quale riesce a battere il templare Brian de Bois-Guilbert con ll’aiuto di un altrettanto misterioso Cavaliere Nero. Per ricevere il premio da Rowena, il Cavaliere Dideredato deve togliersi l’elmo e rivelare la sua identità: egli è Ivanhoe; che gravemente ferito si fa curare da Rebecca, che s’innamora di lui.
Dopo il torneo Credric, Ivanhoe, Rawena e Rebecca vengono rapiti da un cavaliere normanno e poi liberati dal Cavaliere Nero e da Robin Hood. Rimane però prigioniera Rebecca che viene accusata di stregoneria da Bois-Guilbert. Ivanhoe si batte per lei e vince il nemico. Il Cavaliere Nero si rivela essere Riccardo Cuor di Leone, riprende il suo regno usurpatogli dal fratello e ottiene la sottomissione dei sassoni, avviando il processo di fusione fra i conquistatori e i conquistati. Ivanhoe sposa Rawena, mentre Rebecca e il padre lasciano l’Inghilterra.

Ivanhoe è il primo dei romanzi storici, dove si mescolano fatti e personaggi storici con costumi e leggende di folclore e intrecci di pura invenzione. In questo modo Scott riesce a risaltare le avventure, le azioni eroiche e spettacolari; dove l’immaginazione prevale sull’indagine storica e psicologica.
Essendo ambientato nel Medioevo, vengono sfruttati tutti gli aspetti più conosciuti di quest’epoca: le guerre, crociate in Terrasanta, congiure, assedi. I luoghi rappresentati sono il castello, l’abbazia, la foresta e il campo del torneo, ambienti medievali per eccellenza.
Il campo del torneo è il luogo in cui prendono forma gli ideali cavallereschi: l’eroismo, l’onore, l’obbedienza al signore, la fede in Dio, l’amore.
I personaggi sono minuziosamente descritti, e vi è una netta divisione fra i buoni e i cattivi, che finiscono puntualmente per essere puniti. Ivanhoe è l’eroe positivo coraggioso, umile, e vittima delle ingiustizie. È lui che si merita il lieto fine con nozze festose con l’amata, la riappropriazione dei beni, del titolo nobiliare e dell’affetto paterno. Brian de Bois-Giulbert è invece, il personaggio negativo: duro, altezzoso, feroce, senza alcun interesse per la religione e per la pietà. Rawena, altro personaggio tra i buoni, è un miraggio di bellezza. Si sa poco del suo carattere, ha rilievo in quanto è la donna del protagonista.

Qui trionfano gli ideali tipici della tradizione medievale, ma il sentimento nazionale e l’interesse per la storia collegano il gusto letterario di Scott ad alcuni aspetti del romanticismo. Egli infatti sentiva vivo l’amore per la Scozia, la sua terra d’origine, e rimpiangeva per questo i tempi antichi, in cui la Scozia era indipendente dall’Inghilterra.

JOHANN WOLFGANG GOETHE (1749-1832)


Nato a Francoforte da una famiglia agiata il 28 agosto del 1749. Il padre era un consigliere imperiale, la madre, donna giovane e intelligente; infatti fu proprio dai genitori che apprese più lingue ed ereditò la passione per la letteratura. A 16 anni lasciò la città natale per studiare legge a Lipsia. Qui s’interessò di filosofia, letteratura, chimica, scienze e disegno. In seguito a una malattia che lo costrinse a tornare a Francoforte terminò i suoi studi giuridici a Strasburgo, dove strinse amicizia con Gottfried Herder, uno dei principali esponenti dello Sturm und Drang, un movimento letterario fiorito in Germania che in opposizione al razionalismo illuminista, esaltava la passionalità l’istinto e il sentimento. Egli entrò a farne parte per qualche anni diventando con la produzione di alcune opere il dominatore della scena letteraria tedesca. Nel 1775 si trasferì a Weimar, accettando l’incarico di ministro e consigliere da parte del duca Karl August di Sassonia, dove qui scrisse le sue opere maggiori (il Faust che in definitiva s’intitolerà Gli anni di apprendistato di Wihelm Meister). Nel 1786, all’apice della sua carriera politica, lascò Weimar all’insaputa del duca per intraprendere un viaggio in Italia; dove vi passò due anni di contemplazione di arte e cultura e d’intenso lavoro letterario. Nel 1788 tornò a Weimar ma si distaccò dalla società dedicandosi unicamente alla letteratura. Condivise con Johann C.F. Schiller una poetica classicistica, abbandonando per 10 anni la sua poetica romantica. Da questa amicizia trasse una nuova energia e fiducia, scrisse molto e divenne uno dei massimi esponenti della cultura europea. Egli fu il primo ad intuire il valore artistico di Manzoni, di cui fu grande ammiratore.
Nel 1814 iniziò a stendere la sua autobiografia Poesie e Verità; nel 1819 pubblicò una raccolta di liriche nate in seguito allo studio della civiltà orientale: Divano occidentale-orientale. Solo poco prima della sua morte (avvenuta nel 1832) finì l’opera più importante della sua vita, il Faust con la seconda parte.

I DOLORI DEL GIOVANE WERTHER


Il Werther pubblicato nel 1774, che trae ispirazione dall’amore di Goethe nei confronti della fidanzata di Kestner, è un romanzo epistolare diviso in 2 libri: il primo comprende interamente le lettere che Werther manda all’amico Wilhelm fra il 4 maggio del 1771 e il 10 settembre del 1771; nel secondo interviene l’editore a narrare in terza persona la vicenda di Werther, servendosi delle lettere scritte dallo stesso a Wilhelm e a Lotte tra il 20 settembre 1771 e il 23 dicembre del 1772. Ne risulta impostazione della storia molto originale.

LA TRAMA


Werther è un giovane artista che si rifugia in campagna per sbrigare alcuni affari di famiglia e per allontanarsi da una donna che non ama più. È subito conquistato dalla bellezza dei luoghi e dalla semplicità e cordialità della gente. A una festa conosce Lotte (Charlotte), una ragazza bella e sensibile, il cui fidanzato Albert, è temporaneamente assente. Werther si innamora perdutamente di lei, pur sapendo che per lui non ci sono speranze.
Al ritorno di Albert (che stabilisce con lui dei buoni rapporti), il giovane capisce che deve andarsene e decide di accettare un impiego presso un ambasciatore. Ma, incapace di sopportare la mediocrità dell’ambiente aristocratico, dà le dimissioni e torna da Lotte che nel frattempo ha sposato Albert. Tutto è cambiato in quel luogo ciò che prima era idilliaco ora assume una forma apatica e triste.
Una sera, in assenza di Albert, Lotte, in un momento di debolezza, ricambia un bacio del giovane, per pentirsene subito dopo, decidendo per sempre di allontanarsi dalla sua vita. Werther finge di dover partire per un viaggio; ma si uccide con la pistola avuta in prestito da Albert.

Si tratta di una storia sentimentale, che indaga quindi nella sfera umana dei sentimenti. L’indagine sull’amore, che è interpretato come forza passionale irruenta e istintiva, secondo i principi poetici dettati dalla corrente preromantica, il realtà è un pretesto per il vero obbiettivo del romanzo: analizzare il mondo interiore del protagonista, che è lo spazio in cui si realizza la storia del suo tormento.

Quest’opera presenta numerose novità come:
• È il primo romanzo epistolare che contenga soltanto le lettere del protagonista, senza le risposte dell’amico confidente, permettendo così di avere l’analisi dettagliata di una sola personalità, che può essere definita introspezione e trova il suo mezzo di esposizione più naturale nelle lettere-sfogo, che registra in modo soggettivo l’accavallarsi delle sensazioni e dei sentimenti.
• Nuovo è il carattere del protagonista che risponde al gusto e alla sensibilità preromantica, che sarà poi modello di tutti gli eroi romantici dell’ Ottocento. L’eroe romantico è un personaggio giovane, geniale e con grandi aspirazioni; fa della letteratura, dell’arte e dell’amore il centro della sua stessa esistenza, disprezza le regole e le convenzioni imposte dalla società da cui si sente incompreso e isolato.
• E infine il nuovo approccio con la natura: che nelle forme romanzesche più antiche era solo lo scenario, un ambientazione stilistica e artificiosa, diventando però nel corse del ‘700 uno spazio realistico e funzionale alla storia del romanzo.

È un errore identificare l’autore con il protagonista dell’opera. Se l’occasione della stesura del romanzo è stata fornita da un’esperienza realmente vissuta, Werther è la proiezione della sensibilità di Goethe e, al tempo stesso, della sua condanna. Nelle ultime pagine del romanzo, quelle dove l’autore prende parola in veste di editore e amico del defunto Werther, troviamo la chiave di lettura dell’intera vicenda.
Il messaggio finale dell’opera non consiste nell’esaltare il suicidio o l’adulterio , ma nella condanna di quell’atteggiamento mentale e sentimentale che scaturisce dall’assoluto e che mira ad esaltare una serie di attimi incomparabili, vissuti con dolorosa intensità e tormentosa nostalgia; egli intende quindi respingere quegli atteggiamenti che hanno caratterizzato la sua giovinezza. Dopo il Werther il poeta di distacca dal movimento preromantico per abbracciare una visione dell’esistenza più classica ed equilibrata.

GIUSEPPE PARINI


Nato in Brianza nel 1729. Di modesta famiglia, fu avviato agli studi da parroco del paese. A nove anni fu mandato a studiare a Milano per diventare sacerdote e quindi godere del lascito lasciato dalla prozia. Studiò nelle scuole dei barnabiti; nel 1754 fu ordinato sacerdote e trovò subito lavoro come precettore presso la famiglia dei duchi Serbelloni, dove rimase fino al 1762. Nel 1752 in seguito alla pubblicazione di un libretto di poesie, che lo resero noto negli ambienti intellettuali milanesi e ammesso nell’accademia dei Trasformati di orientamento razionalista. Egli si era accostato alle idee illuministiche e affermava l’originaria uguaglianza fra gli uomini e condannava gli abusi della classe nobiliare. Entrò presto in contatto con gli uomini di cultura del tempo come Beccaria e Baretti e, con la pubblicazione di una parte delle Odi e delle prime parti del giorno, fu apprezzato anche dall’amministrazione austriaca, che gli affidò prima la direzione della Gazzetta di Milano e poi la cattedra di Lettere nelle Scuole Palatine.
Nel 1796, con la discesa di Napoleone e l’istituzione a Milano della Repubblica giacobina, fu nominato membro della municipalità ma ben presto disapprovò i soprusi dei conquistatori e fu perciò dimesso dall’ufficio. E così vecchio e malato dovette riprendere l’insegnamento. Quando, nel 1799, gli Austriaci rientrarono a Milano, ne salutò l’arrivo con la composizione di un sonetto, ma morì poco dopo, nell’estate del 1799.
L’opera più nota di Parini è Il Giorno (la pubblicazione completa è del 1801, postuma) , un poema satirico in cui il poeta, fine osservatore della società in cui vive, mette in ridicolo la vita frivola e vuota dell’aristocrazia lombarda ed esalta quella operosa e sana della gente dei campi e delle officine.
È l’opera in cui si esprimono meglio le sue convinzioni egualitarie, non di stampo politico ma morale. Egli non denigra l’aristocrazia, ma ne condanna i costumi , proponendo che i ricchi si rendano degni dei privilegi sociali di cui godono, assumendosi un costruttivo ruolo di guida della società. Parini fu inventore di una letteratura che si accordava con le direttive degli illuministici che riguardavano l’impegno sociale, ma nel rispetto di un rigore stilistico classico. Infatti, si ispirò sempre a temi di attualità con l’intento di creare una poesia capace di guidare alla virtù e al bene e di suscitare riflessioni morali piuttosto che sensazioni, anche se non trascurò la forma, convito che la forma poetica classica si dov’esse arricchire al confronto con la realtà sociale. Egli mostrò una mentalità molto aperta anche dal punto di vista linguistico affermando che anche le opere in dialetto avevano valore letterale come del resto quelle scritte in lingua toscana.
Hai bisogno di aiuto in Autori e opere 700?
Trova il tuo insegnante su Skuola.net | Ripetizioni
Registrati via email