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Impetuoso e appassionato e al tempo stesso riflessivo e malinconico, il celebre poeta condivide gli ideali e l’impegno civile del suo tempo, ma con una sensibilità che anticipa quella romantica dell’Ottocento. La forte aversione di Vittorio Alfieri per ogni forma di potere assoluto, che umilia la dignità dell’uomo, è un sentimento maturato nel clima illuminista. E illuminista è anche la sua formazione, la sua fiducia educativa nella capacità della cultura e della poesia. Ribellioni, entusiasmi, malinconia, noia, amori appassionati e sofferenza caratterizzano la vita di Alfieri, che rispecchia le contraddizioni di un’epoca e la crisi di una classe sociale, l’aristocrazia, ormai al tramonto. Nato nel 1749 in una ricca e nobile famiglia di Asti, trascorre un’infanzia triste e malinconica. A dieci anni viene mandato nella Reale Accademia di Torni, un rigido collegio che odia, dove trascorre otto anni di ineducazione, asino tra gli asini sotto un asino. Uscito dall’Accademia, inquieto e insofferente dell’ambiente aristocratico che considera meschino e corrotto, viaggia da un Paese all’altro attraversando tutta l’Europa. Nel 1773 si stabilisce a Torno e nel 1775 viene rappresentata con successo la sua prima tragedia, Cleopatra. Nella poesia Alfieri trova finalmente un senso alla propria esistenza e alla poesia dedica con passione il resto della vita. Riprende a viaggiare e si trova a Parigi nel 1789 quando scoppia la Rivoluzione francese, che Alfieri accoglie con entusiasmo e celebra in un’ode. Ben presto, però, deluso e disgustato dagli sviluppi sanguinosi degli eventi della Rivoluzione, rientra in Toscana, dove muore nel 1803, a 54 anni.

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