Si torna a scuola tra incertezze e rinvii: le coordinate regione per regione

Marcello G.
Di Marcello G.
scuole aperte regioni

Il ritorno a scuola in presenza degli studenti delle scuole superiori assomiglia sempre di più a un thriller: la ripresa di lunedì è rimasta in bilico fino all’ora di pranzo di domenica a causa di una riunione last minute del Comitato Tecnico Scientifico, che ha dato il suo placet definitivo. Un ulteriore brivido per i ragazzi interessati dalle riaperture del 18 gennaio che, per avere un quadro completo della situazione, avevano già dovuto attendere il week-end, tra provvedimenti in ordine sparso dei Governatori, ricorsi al Tar da parte dei cittadini (spesso accolti) e passaggio in zona rossa di alcune regioni.
Alla fine, però, una fetta molto consistente di alunni delle superiori sta provando a tornare alla didattica in presenza, seppur a ranghi ridotti e con modalità inedite. Conti alla mano, infatti, in queste ore quasi un terzo del totale degli iscritti (circa 860mila su 2,6 milioni) si siederà nuovamente al proprio banco. Perché, dopo le riaperture del 7 gennaio (Trentino - Alto Adige) e dell'11 gennaio (Toscana, Abruzzo e Valle d'Aosta), oggi è stato il turno di alcune tra le regioni col maggior numero di studenti (come Lazio, Emilia-Romagna e Piemonte). Ma la situazione resta confusa, per loro e per tutti gli altri. Come è stato il ritorno? Con quali regole, tra le tante messe a disposizione da decreti e ordinanze? Quando torneranno tutti quanti? Domande a cui ha voluto dare risposta il sito Skuola.net.

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    Iniziamo col riassumere in quali regioni le lezioni nelle scuole superiori sono tornate in presenza, seppur lasciando a casa (a turno) qualche studente; una minoranza, se tutto fila liscio. Perché se fino al 15 gennaio era possibile accogliere in classe ogni giorno il 50% degli alunni - con la possibilità di deroga per studenti con bisogni educativi speciali o per attività di lavoratori negli istituti tecnici e professionali - ora si può arrivare fino al 75%. A meno che i provvedimenti regionali o il peggioramento della situazione epidemiologica stabiliscano diversamente: ad esempio, in zona rossa tutti gli studenti, dalla seconda media in su, restano a casa e seguono le lezioni in Dad. Il quadro generale è però il seguente:

    - Dopo lo slittamento di qualche giorno della ripresa post natalizia – dal 7 all'11 gennaio – da una settimana hanno nuovamente varcato i portoni di scuola i ragazzi di Toscana, Abruzzo e Valle d'Aosta. Andando ad aggiungersi a quelli delle province di Trento e di Bolzano (gli unici a ricominciare secondo calendario, il 7). Da segnalare, in questo caso, che nonostante la provincia autonoma di Bolzano sia recentemente finita in zona rossa, il presidente Kompatscher ha assicurato che la didattica in presenza proseguirà per tutti.

    - Il 18 gennaio, invece, la ripresa ha interessato gli studenti di Lazio, Piemonte, Emilia-Romagna e Molise. Emblematico del clima di scontro permanente che c'è tra Governo e Regioni è quanto accaduto proprio in Emilia: un'ordinanza del governatore Bonaccini aveva rimandato ulteriormente la ripresa; il Tar l'ha bocciata mandando regolarmente in classe gli alunni più grandi. A loro si sarebbero dovuti aggiungere quelli del Friuli Venezia Giulia ma, a una prima ordinanza (bocciata anch'essa dal Tar), il presidente Fedriga ne ha fatta seguire un'altra che fissa il rientro addirittura al 31 gennaio.

    Quando si rientrerà in classe nella altre regioni?


    All'appello, dunque, mancano ancora ben dodici regioni. Sono quelle che già alla vigilia della (ipotetica) prima data di rientro (11 gennaio) avevano posticipato notevolmente le riaperture o, come nel caso del Friuli, lo hanno fatto in corso d'opera. O, ancora, si tratta di quelle successivamente collocate in zona rossa (ricordiamo, infatti, che l'attività in presenza alle superiori può avvenire solo nelle zone gialle o arancioni). Ad oggi, il calendario delle riaperture è il seguente:

    - 25 gennaio: Lombardia (in caso di uscita dalla zona rossa), Campania, Liguria, Puglia, Umbria;

    - 1 febbraio: Veneto, Sicilia, Friuli Venezia Giulia, Marche, Calabria, Basilicata e Sardegna.

    Come anticipato, però, il condizionale è d'obbligo. Perché su questa articolazione pende la spada di Damocle dell’andamento dei contagi nelle varie aree d’Italia, in continua evoluzione. Un aggiornamento dei dati e dell'indice Rt delle singole regioni – solitamente avviene ogni venerdì - potrebbe mischiare una volta di più le carte. Per esempio, se alla fine di questa settimana dovessero rientrare in zona rossa una o più regioni che hanno fissato la riapertura degli istituti superiori da lunedì 25 gennaio, ecco che si provvederà all'ennesimo slittamento.





    Le regole per il ritorno in sicurezza


    Anche quelli che sono tornati in blocco in classe, comunque, avranno il loro bel da fare per adeguarsi alle regole che disciplinano questa nuova riapertura della scuola. Su questo terreno sono i singoli istituti a dettare legge, muovendosi all'interno dei confini fissati dai Tavoli Prefettizi, istituti a seguito del Dpcm del 3 dicembre scorso che, mettendo a confronto le rappresentanze della varie anime della scuola (presidi, amministratori locali, sistema dei trasporti, ecc.), tra la fine di dicembre e l'inizio di gennaio hanno individuato delle linee guida. Ogni provincia o città metropolitana ha stabilito quali fra i seguenti provvedimenti si potranno adottare:

    - differenziare gli orari di ingresso e di uscita, strutturando la giornata di lezioni in due fasce: le più gettonate sembrano essere 8-14 e 10-16; così da dividere in gruppi più piccoli gli alunni;
    - introdurre un orario di entrata flessibile, per evitare assembramenti: con lo scaglionamento degli ingressi tra le 7:45 e le 8:00 o tra le 9:30-9:45, a seconda del turno di appartenenza;
    - decidere come dividere la propria popolazione studentesca: se dimezzare le singole classi (con un mix di didattica in presenza, per chi è in classe, e di didattica a distanza per chi rimane a casa) o alternare le classi sui vari giorni (facendo andare a scuola o restare a casa tutti gli alunni della stessa classe);
    - articolare le attività didattiche su 6 giorni, laddove non avveniva già in condizioni normali; con frequenza anche al sabato, anche per chi solitamente adotta la settimana corta;
    - ridurre l’“ora scolastica” e, quindi, le singole lezioni a 45/50 minuti (anziché i classici 60 minuti)

    Per avere un quadro chiaro della situazione, conviene in questo caso far riferimento al proprio istituto, chiamato a tradurre i provvedimenti locali in un orario scolastico vero e proprio.

    Grassucci: “Dad valida solo in caso di reale emergenza”


    Insomma, si vive quasi alla giornata. Non proprio il massimo per ragazzi già provati da mesi di chiusure e piani provvisori. "Tutta questa incertezza, praticamente su ogni aspetto – rileva Daniele Grassucci, direttore di Skuola.net - fa male agli studenti, che avevano nella scuola e nel suo calendario uno dei pochi punti fermi in una società liquida come quella attuale. Dobbiamo capire che la Dad è una soluzione che, per come è messo il Paese, può funzionare solo in periodi di emergenza ben delimitati ma che non può diventare una strutturale. Se è vero che lasciare la metà degli alunni delle superiori a casa alleggerisce i trasporti, non possiamo ignorare che il 60% di loro, secondo un nostro recente sondaggio, lamenta problemi di connessione di varia natura: dalla scarsa velocità/stabilità all'impossibilità, dal punto di vista economico, di avere un contratto di fornitura adeguato. E' necessario quindi un rapido ritorno in classe per tutti gli studenti, ovviamente in sicurezza. Perché i ragazzi vorrebbero tornare, ma non si sentono sicuri: la maggior parte, infatti, è d'accordo con le chiusure prolungate proposte in alcune regioni, ma è più per paura di contagiarsi o di usare i mezzi pubblici che per la convinzione che a distanza la scuola vada bene lo stesso".
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