Bocciature, voti e orientamento: anche loro condizionano le differenze sociali tra studenti

Ilaria_Roncone
Di Ilaria_Roncone
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L'efficienza del sistema scolastico ed educativo di una nazione non dipende solo da quanti soldi quello Stato investe in istruzione. Certo, i fondi pubblici messi a disposizione sono sicuramente fondamentali ma ci sono anche altri elementi che contribuiscono a garantire davvero il 'diritto allo studio' e soprattutto al futuro. Tra questi, curiosamente, ci sono anche le bocciature.
È quanto emerge l'ultimo rapporto della rete Eurydice, "Equity in school education in Europe: Structures, policies and student performance". La 'ripetenza' di uno o più anni scolastici, infatti, spesso si traduce in un livello più basso di pari opportunità; in particolar modo nella scuola secondaria (medie e superiori). Lo stesso si può dire per un altro fattore determinante: l'età i cui si gettano le basi per ciò che si vorrà fare da grandi; prima arriva e peggio è, specie se è indotto e non volontario. E l'Italia, su entrambi i fronti, purtroppo non brilla. Ma è in buona compagnia.

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    A livello europeo, quello di puntare più sulla ripetizione della classe che sul recupero degli apprendimenti è un fenomeno abbastanza diffuso. In media, nei 42 Paesi analizzati dalla ricerca, il 4% degli alunni nel percorso che li porta dalle scuole elementari alle superiori, si è trovato almeno una volta a dover ripetere l’anno scolastico. Ma ci sono sistemi educativi in cui la situazione è ben peggiore, arrivando a superare il 25%: è il caso, ad esempio, del Portogallo (tasso di ripetenza pari al 26,6%), della Spagna (28,7%), del Lussemburgo (32,2%). Dove si trova l’Italia? Circa a metà strada: da noi il 13,2% degli studenti è stato costretto allo stop una o più volte. Per fortuna, però, abbiamo una possibile scappatoia: i debiti scolastici, da colmare tra la fine di un classe e l'inizio della successiva; un sistema a cui si affida la maggior parte delle nazioni per evitare di lasciare indietro troppi ragazzi. Mentre altre - circa un quarto - prevedono il passaggio all’anno successivo a patto che lo studente soddisfi determinate condizioni nel corso del seguente anno scolastico.

    Il passaggio alle scuole superiori può attendere

    Decisivo, come anticipato, anche il passaggio dalla scuola primaria o secondaria inferiore a quella secondaria superiore. Tecnicamente si chiama “tracking” e si concretizza nell'assegnazione degli studenti a diversi indirizzi (cosa che avviene praticamente dappertutto). Laddove questo momento arriva troppo presto, diventa un problema. In particolare, secondo la rete Eurydice, la scelta precoce dell’indirizzo scolastico tende ad andare di pari passo con un maggiore rischio di segregazione scolastica e un maggior ruolo del background familiare sul futuro degli studenti, limitando la mobilità sociale. In Italia, ad esempio, il salto arriva attorno ai 14 anni. Certamente meglio di Paesi come Germania, Ungheria, Austria, Repubblica ceca, Slovacchia (dove si iniziano a indirizzare gli studenti ai diversi percorsi di studio già all’età di 10-11 anni). Ma comunque peggio dei nove sistemi (tra cui quasi tutti i paesi nordici e il Regno Unito) che rimandano la scelta formale dei percorsi differenziati fino ai 16 anni.

    I voti, specie da piccoli, non fanno bene

    Proseguendo nella lettura, il Rapporto Eurydice si sofferma su altri due fattori che incidono negativamente sulla salute di un sistema formativo. Il primo si concretizza nell'introduzione, spesso sin da bambini, di criteri di ammissione ai livelli successivi basati su risultati scolastici codificati: un terzo degli Stati analizzati fa iniziare questo tipo di selezione già a partire dall'istruzione secondaria inferiore accentuando ulteriormente le differenze sociali. Il secondo è l'assenza di docenti formati per affiancare gli studenti che ottengono scarsi risultati ma che potrebbero recuperare avendo qualcuno che si occupi di loro: nell’istruzione primaria, queste professionalità, sono disponibili in tutte le scuole in soli dodici sistemi educativi; nella scuola secondaria inferiore si riducono a dieci; in quella secondaria superiore a sette.

    Servono regole comuni per la scelta della scuola

    L’equità, infine, viene ridotta anche quando ci sono regole differenti nella scelta della scuola nell’ambito di uno stesso sistema educativo. Questo vuol dire che se i genitori sono liberi di scegliere tra particolari tipi di scuola pubblica o privata, questo può aumentare la “segregazione scolastica” e l’importanza della provenienza dei genitori riflettendosi così sui risultati degli alunni. In questo senso, l’Italia fa parte degli undici sistemi educativi europei che hanno le stesse politiche nella scelta della scuola e nell’ammissione degli studenti a prescindere dal tipo di scuola.

    La spesa pubblica rimane centrale

    Ovviamente, il cardine di tutto rimane la spesa che ogni Stato dedica all'istruzione. Specie nella scuola primaria, il finanziamento pubblico si dimostra molto importante per garantire equità, contribuendo addirittura a ridurre la differenza di rendimento tra gli studenti. La nazione che fa di più? Il Lussemburgo, che ha uno standard di poter d'acquisto (SPA) – indicatore che racchiude l'investimento dedicato ad ogni studente – di 13.430. La più indietro? La Romania : SPA a 1.940. L’Italia, di nuovo, si colloca circa a metà con 5.852 SPA speso per ogni studente (a fronte di una media europea è di 5.962 SPA).
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