Eliminato 1 punti

Romanticismo

Riepilogo storico

1600-Barocco

Fine 1600-Accademia dell’Arcadia: si prefiggeva di combattere il cattivo gusto barocco, cercando di proporre un tipo di poesia semplice nei contenuti, scegliendo dei temi tenui. In questo periodo nasce anche la commedia goldoniana.
1700-Illuminismo. Tra i maggiori esponenti troviamo gli enciclopedisti quali Pietro Verri e Cesare Beccaria.
Seconda metà del 1700- Neoclassicismo e Preromanticismo: era una fase di transizione tra Illuminismo e Romanticismo, troviamo Vittorio Alfieri (1749-1803) ed anche Giuseppe Parini (1729-1799). Parini è più illuminista, condizionato dal neoclassicismo, Alfieri è diviso tra queste due correnti, Illuminismo e Preromanticismo. Ma il primo vero esponente del pre romanticismo è Ugo Foscolo. In questo periodo vi era il movimento dello Sturm und Drang in Germania, la poesia cimiteriale in Inghilterra con Young e Gray e ancora con McPherson in Scozia, i Canti di Ossian.

1800: Romanticismo
NB: vi è una sottile differenza tra Neoclassicismo e Preromanticismo: nel neoclassicismo i temi ricorrenti sono l’ideale della bellezza e dell’armonia, per il preromanticismo l’io e la natura, sentita in comunione con la vita del soggetto.

Romanticismo

Convenzionalmente, per fissare la data d’inizio del Romanticismo, teniamo conto della pubblicazione di Athenaeum, una rivista letteraria tedesca pubblicata nel1798 dai fratelli Schlegel. Tuttavia la parola “romantic” era già apparsa in Inghilterra, per la prima volta nel ‘600, per indicare qualcosa di fantastico, assurdo e falso che si trovava nei romanzi cavallereschi. Poi nella prima parte del ‘700 passa a significare “ciò che è atto a dilettare l’immaginazione”. Poi, a fine ‘700 inizia a designare non solo la scena oggettiva che diletta l’immaginazione ma anche la sensazione soggettiva, vale a dire l’emozione suscitata nel soggetto che contempla la scena. Nella Nuova Eloisa di Russeau compare il termine “romantique” per definire qualcosa di vago ed indefinito. Poi appare appunto la rivista tedesca.
Durante il periodo romantico si percepisce il fatto che l’intellettuale viva una frattura con se stesso e con la società, poiché, essendo l’Europa in fase di industrializzazione, l’opera letteraria è vista come una merce, ma per l’artista la sua opera ha un valore incommensurabile e vederla sul mercato segnata da un prezzo è sentito come una contaminazione. E in più, essendo sul mercato, l’opera dovrebbe assecondare quei gusti della borghesia di cui l’artista disprezza la poca sensibilità. L’artista perde inoltre la sua posizione privilegiata. E’ visto come una figura improduttiva, che ha l’unico scopo di rallegrare e divertire. In più, il più delle volte gli artisti provengono dalla classe borghese e dunque si sentono respinti dalla loro stessa classe sociale di provenienza. L’artista è frustrato e cerca di distaccarsi da questo.

In tutta Europa e in Italia il romanticismo si espande con dinamiche differenti, ma ci sono comunque dei caratteri generali: l’esaltazione del sentimento, l’attenzione nei confronti della storia di tutti i tempi, superando dunque l’abitudine che si aveva nel ‘700 di valorizzare un’epoca piuttosto che un’altra. Viene rivalutato anche il Medio Evo in quanto culla della cristianità, si valorizza anche il sentimento religioso. L’arte romantica è percepita in termini di creatività, originalità, è espressione del sentimento e dell’irrazionalità.
I temi principali sono la religione, l’amore e la morte. Vi è una predilezione per i contesti bui, come la notte. La notte è la fase della giornata più sottoposta alla fase del vago, nel buio non si colgono i contorni delle cose. Il sentimento è infatti collegato a qualcosa di vago e l’arte romantica esamina ciò che tende all’infinito. Si ha anche il gusto dell’orrido, l’attrazione per qualcosa di misterioso.

Il romanticismo in Italia

Si afferma in ritardo rispetto alla Germania e alla Gran Bretagna ed ha anche dei tratti differenti. Si crea un dibattito intorno a questo fatto in occasione della pubblicazione di un articolo di Madame de Stael sulla “Biblioteca Italiana” nel gennaio 1816. Il dibattito si divide tra:

-coloro i quali sostenevano di poter trarre dei buoni spunti di riflessione dal testo della Stael;
-coloro i quali tendevano a mantenere legami con la classicità, ossia i tradizionalisti.
Lei era una baronessa francese che rivolge una critica agli intellettuali italiani.

Madame de Stael, “sulla maniera e l’utilità delle traduzioni”

Madame de Stael prende atto della condizione della letteratura italiana, ossia una condizione per cui l’Italia è ancora troppo legata alla tradizione classica, condizione che nega la possibilità di aprirsi agli stimoli della cultura straniera, in particolare a quella romantica. Questo pensiero si evince nel testo.
Righe 5-7: ella sostiene che gli italiani dovrebbero tradurre le opere d’oltralpe, sostanzialmente inglesi e tedesche, per poter mostrare qualche novità ai loro cittadini, che nemmeno sono in grado di pensare che quelle “favole” sono ormai antiche;
Riga 8: con un tono antifrastico dice “gli intelletti della bell’Italia”, ed allude ironicamente ai letterati italiani, ha un tono sarcastico;
Righe 10-12: gli italiani non devono imitare le opere d’oltralpe, ma devono semplicemente conoscere la letteratura straniera per poter ampliare i propri orizzonti. Vi è sottintesa una critica all’imitazione, poiché nella cultura classica l’imitazione non è mal vista, in quanto si ritiene che i classici rappresentino la perfezione. La de Stael non concepisce questo, poiché è qualcosa di estraneo alla cultura romantica. Poi dice “ma per uscire di quelle usanze viete, le quali durano nella letteratura come nelle compagnie i complimenti, a pregiudizio della naturale schiettezza”. Intende dire semplicemente che il complimento elimina la naturale spontaneità.

Righe 18-19: la de Stael paragona gli intellettuali italiani con degli animali da cortile che razzolano tra le ceneri. Le ceneri rappresentano l’età classica. L’erudito possiede molte conoscenze e spesso fa sfoggio di esse, e spesso comunque ha un approccio molto freddo e distaccato verso la cultura, un approccio non profondo e critico, quale invece dovrebbe essere.
Righe 20-24: ci sono poi ancora un altro gruppo di intellettuali i quali scrivono poesie sonore e vuote, incapaci di stimolare emozioni poiché non nate da ispirazione autentica, sentita. Se gli italiani conoscessero la letteratura straniera potrebbero essere stimolati da nuovi temi e forme e potrebbero creare qualcosa di più originale.

Pietro Giordani: “Un italiano” risponde al discorso della Stael

Con quest’articolo, che pubblicò nell’Aprile del 1816 sulla stessa ‘’Biblioteca Italiana” , Paolo Giordani risponde alla de Stael in merito al dibattito sul rapporto tra i letterati italiani e la lettertura straniera. Attraverso quest’articolo Pietro Giordiani prende le distanze dal pensiero della Stael.
Righe 1-3: Tramite queste due domande retoriche egli insinua che l’influenza, l’importazione delle letterature straniere impoverirebbe la letteratura italiana, ritiene che sia importante preservare le tradizioni.
Righe 4-9: Pietro afferma che non per forza il vero deve essere alla base della letteratura. Nell’arte, invece, un oggetto può essere apprezzato solo se bello. Afferma: la scienza per il vero, l’arte per il bello. E questa è una concezione tipicamente classicista. Le scienze hanno un progresso infinito, invece l’arte ha un progresso definito, ha dei limiti. L’arte tende al bello e il massimo della bellezza, la perfezione, è stata raggiunta in epoca classica. Dice “finito è il progresso delle arti: quando abbiano e trovato il bello, e saputo esprimerlo, in quello riposano”: intende dire che una volta che l’arte ha raggiunto la perfezione, ed è stata raggiunta in epoca classica, non rimane altro che l’imitazione. Dunque ha una visione opposta a quella della Stael anche in questo, la Stael infatti sosteneva che l’imitazione fosse qualcosa di negativo.

Righe 10-11: dice che se pensassimo che tutto ciò che è nuovo è necessariamente bello, allora perderemmo la concezione di ciò che è davvero bello.
Righe 12-13: fa un riferimento all’arte barocca, e dice che l’arte barocca, con il suo disperato bisogno di novità e stravaganze, si allontanò del tutto dalla bellezza;
Righe 13-18: dice che ciò che accadde all’arte barocca accadde ugualmente alla letteratura seicentesca.
Righe 16-17: per lo meno i seicenteschi “avevano una pazzia originale e italiana: la nostra follia è di scimie, e quindi tanto più deforme”. Intende dire che allontanarsi dal patrimonio classico significa allontanarsi dalle proprie radici. Pietro Giordani riteneva che la letteratura italiana fosse di grande qualità e pertanto allontanarsi dal proprio patrimonio culturale fosse uno sbaglio. Questo concetto viene chiarito e ribadito nelle righe 21-24, dice che la cultura italiana non potrà mantenersi tale se si mescola a quella settentrionale. Dice ancora nella riga 25 che la mescolanza tra queste culture produrrebbe “componimenti simili a’ centauri”. Egli ritiene che le due letterature siano “insociabili” (riga 30). E non per forza, come dice nelle righe 19-20, la letteratura settentrionale, perché rappresenta novità, è bella.
Righe 33-35: Gli intellettuali italiani sono inclini a disprezzare i grandi autori italiani e questo fatto viene criticato da Giordani ed egli afferma quindi che la letteratura italiana è sterile . Gli intellettuali italiani vorrebbero modernizzarsi rivolgendosi ai modelli stranieri, ma magari non conosco nemmeno Dante, e lo disprezzano, e questo è un paradosso. La letteratura italiana è sterile proprio perché “non si coltiva il fondo paterno” (riga 37)3.

Giovanni Berchet e la poesia popolare

I letterati come Berchet tendono sempre più ad un pubblico che riguarda le classi medie.
Righe 2-4: molte persone, anche se non sono in grado di scrivere poesie o opere, riescono a comprenderle. Pochi sono dunque in grado di produrre un’opera letteraria.
Riga 5: “il poeta sbalza fuori dalle mani della natura”, intende dire che l’ispirazione poetica è un dono della natura.

Berchet ritiene che nel pubblico sia presente:
Righe 10-15: lo stupido, che davanti ad un’opera letteraria si addormenta; con lo stupido si identifica la figura dell’Ottentoto, Berchet fa riferimento ad una popolazione africana vista come particolarmente rozza e primitiva;
Righe 15-25: -l’intellettuale, rappresentato come un parigino che è agiato, acculturato, privo di fantasia; l’intellettuale è identificato con il Parigino, che sta agli antipodi dell’Ottentoto ed in lui la facoltà del raziocinio ha inaridito il sentimento e la fantasia, e dunque il senso della poesia. Berchet afferma che egli ha una “mente inquisitiva”.
Se nell’intellettuale la ragione prevale sul sentimento si delinea un impedimento di recepire la poesia, infatti il ruolo della ragione, se pur non debba essere eliminato, deve essere ridimensionato.
Righe 33-24: L’unico piacere per colui che è guidato dalla ragione è l’individuare l’origine e la causa dei fatti narrati, dunque ha un approccio dotto, ma freddo, ed apprezzerà unicamente la complessità dell’epigramma.
Righe 43-46: egli pone una critica anche al cosmopolitismo tipico della cultura illuminista, poiché ess trascura le caratteristiche storiche della cultura nazionale. Infatti dice “ad ogni tratto egli rischierà di cogliere in iscambio la sua patria, ora credendola il Capo di Buona Speranza, ora il Cortile di Palais-Royal”. Fa anche un riferimento implicito agli ottentoti e ai parigini citando queste due località.
Righe 69-71: fa una critica al classicismo accademico, nel quale prevale un’imitazione pedantesca e che rende la poesia arida.
Righe 83-86: afferma che l’artista debba rivolgersi alla classe media, l’unica che possiede “fantasia” e “cuore”, indispensabili per intendere la poesia, e l’unica che abbia spirito nazionale. Per classe media egli intende la classe borghese.

L’utile, il vero, l’interessante, Alessandro Manzoni

E’ una lettera indirizzata a Cesare d’Azeglio. E’ divisa in pars destruens e pars costruens. Nella prima fa riferimento ad aspetti che il romanticismo elimina, la seconda fa riferimento a ciò che la cultura romantica aveva proposto come novità. Per quanto riguarda la prima, Manzoni ritiene che il fatto positivo del romanticismo è che abbia eliminato la mitologia utilizzata nei classici, in nome di una totale aderenza al vero.
Nel libro è indicata solo la seconda. Posto che, come dice nelle righe 8-9 “la poesia e la letteratura debba porsi in genere l’utile per iscopo, il vero per soggetto e l’interessante per mezzo”,
E’ importante che la letteratura aderisca il vero, infatti Manzoni dice nella riga 17 “il diletto mentale non è prodotto che da un assentimento ad un’idea […] ora quando un nuovo e vivo lume ci fa scoprire in quella idea il falso e quindi l’impossibilità che la mente vi riposi e vi si compiaccia, il diletto e l’interesse spariscono”. La scoperta del vero non riguarda solo il fine, ma anche il bello, come si evince nelle righe 13-15.
Riassumendo:
Manzoni riconosce: 1) il vero come oggetto, che solo crea un diletto nobile che eleva e arricchisce la mente; 2) l'interessante come mezzo (elementi della vita comune capaci di coinvolgere non soltanto i letterati); 3) l'utile morale come scopo (confermando così come, per Manzoni, il bello non sia un valore autonomo, se privo di una giustificazione etica).

Hai bisogno di aiuto in Contesto Storico Letterario 800?
Trova il tuo insegnante su Skuola.net | Ripetizioni
Registrati via email
Consigliato per te
Come fare una tesina: esempio di tesina di Maturità