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Decadentismo


La seconda metà dell’Ottocento fu caratterizzata da Positivismo (comprendente Naturalismo e Verismo) e Decadentismo. Quest’ultimo veniva utilizzato dagli artisti italiani (perché in Francia era chiamato Simbolismo, Estetismo o Parnasianesimo). Mentre da una parte vi erano poeti che scrivevano semplici romanzi, dall’altra ve ne erano che vivevano quell’età come un periodo di crisi, in una società figlia della Rivoluzione Industriale; questa corrente di pensiero nacque nelle grandi metropoli come Parigi. Tutto è sottoposto ad un processo di burocratizzazione e mercificazione (tutto ha un prezzo, compresa l’arte). Il poeta decadente non si ritrova in questa società e assume atteggiamenti di ribellione e anticonformismo, producendo poesie che indagano sugli aspetti più reconditi dell’Io; l’artista si pone inoltre in un rapporto diverso con la natura (soggettività). La natura è misteriosa, caratterizzata da dei simboli, che il poeta decadente è in grado di leggere, ma che l’uomo normale non riesce di riconoscere. I poeti decadenti non concepiscono la poesia come un insegnamento, si sentono nella società come dei veggenti (coloro che sono in grado di vedere oltre l’apparenza delle cose). Il precursore del Simbolismo è stato Baudelaire che nel 1857 pubblicò una raccolta di poesie, intitolata “I fiori del male” (Le fleur du mal), dove anticipò i temi caratteristici del Simbolismo, che ebbe il suo apogeo alla fine dell’Ottocento. In questa raccolta ci sono due poesie in particolare che sono tipicamente decadenti: “L’albatro” ha il tema del poeta e “Corrispondenze” ha quello dei simboli. Nella prima Baudelaire paragona il poeta con un albatro, uccello capace di volare sopra le tempeste ma che quando scende a terra viene deriso perché le sue giganti ali non gli permettono di camminare bene perché toccano per terra; così il poeta è un genio, ma è deriso e incompreso dalla società in cui vive (l’artista viene apprezzato soltanto se fa un tipo di arte che piace al pubblico).
La poetica decadente tende all’irrazionale (la decodificazione dei simboli non è possibile con la scienza, per cui si fa riferimento all’indizione) e i filosofi di riferimento sono Nietsche e Bergson. Nietsche per primo parlò di superuomo e di volontà di potenza: dopo la diffusione del Cristianesimo la civiltà occidentale fu caratterizzata da un atteggiamento di rinuncia che il filosofo critica e riassume nell’aforisma della morte di Dio, in quanto l’etica cristiana ha sostituito lo spirito dionisiaco con quello apollineo (l’irrazionalità rappresentata dall’ebrezza venne sostituita dalla razionalità e compostezza di Apollo, dio del sole e dell’ordine). Bisognerebbe riportare nella civiltà occidentale i valori dell’ebrezza e dell’irrazionalità (volontà di potenza) e l’uomo che riuscirà in questo intento sarà il superuomo (o oltreuomo). La morte di Dio per Nietsche è la morte del dio Dioniso (egli è ateo). La visione di Nietsche è vitalistica. L’altro filosofo di riferimento fu Bergson e la sua attenzione si spostò nel concetto di tempo (interiore e soggettivo, esteriore) e di coscienza; il tempo interiore è quello di ognuno di noi e ha a che fare con la coscienza e non può essere misurato in termini di quantità, bensì di qualità (è caratterizzato dalle esperienze, che sono un intreccio in continua evoluzione di passato, presente e futuro). La coscienza è un flusso continuo e lo strumento che la comprende è l’intuizione e non la scienza, che è in grado di scandagliare gli angoli più segreti della coscienza. Questi sono i principi-cardine della poesia simbolista-decadentista e i poeti si esprimono con metafore, analogie e sinestesie. Il Decadentismo è diametralmente opposto al Positivismo.
L’anno di nascita del Simbolismo è il 1883, quando nella rivista parigina “Il gatto nero” (Le chat noire) il poeta francese Paul Verlaine pubblicò il sonetto “Languore”, dove disse: “Io sono l’impero alla fine della decadenza, e guardo passare i grandi barbari bianchi, componendo…”, intendendo che i poeti decadenti si sentivano nello stesso stato d’animo di un impero che è ormai in decadenza, che guarda passare la società del tempo, componendo poesie belle e altisonanti, ma inutili (in quanto non ha quasi più niente da dire). Dalla pubblicazione di questo sonetto l’opinione pubblica (i borghesi) etichettò con la parola “decadenti” tutti i poeti che si ritrovavano sulla riva sinistra della Senna, usando il nome in senso negativo, ma che alla fine diventò il loro simbolo distintivo. Gli artisti di questo tempo sono contradditori, perché si oppongono alla società borghese, ma alla fine è grazie a loro che divennero famosi.
La conoscenza, secondo questi poeti, può essere raggiunta o con l’irrazionale oppure artificialmente, con alterazioni della psiche (per entrare a contatto con la conoscenza, ossia la sregolatezza di tutti i sensi). Si diceva che l’artista decadente assumesse delle “maschere”, ossia degli atteggiamenti o dei modi di fare; le più comuni erano quelle del dandy e dell’esteta. Il dandy è l’uomo che vive volutamente nella solitudine e circondato dal bello e dall’eleganza (atteggiamento sprezzante e aristocratico), facendo della bellezza il proprio culto. Molto simile al dandy è l’esteta (come D’Annunzio), che è il dandy artista, che fa della sua vita un’opera d’arte (si sviluppa la figura del collezionista), perché l’arte, come dicevano i parnasiani, non ha altro fine che l’arte stessa. “Il ritratto di Dorian Grey” di Oscar Wilde è l’opera che spiega questi modi di vivere. Oscar Wilde era irlandese e scrisse quest’opera in cui si parlava di Dorian Grey, un dandy, che si fece ritrarre da un suo amico pittore e con una sorta di incantesimo invecchiava il soggetto del dipinto e non il vero lui, facendolo restare giovane. Dorian condusse un avita sregolata, che lo portò a uccidere anche l’amico pittore. Un giorno andò nella soffitta della sua casa, dove era conservato il quadro e vide che l’immagine del quadro era orrenda (era vecchio), perché quell’immagine era il ritratto della sua anima, così squarciò la tela, rompendo l’incantesimo e morendo anch’egli. Tutti i personaggi (dandy o esteta) sono destinati/condannati al fallimento, perché non c’è spazio per questi personaggi nella società moderna. La figura femminile è il nemico per eccellenza di queste persone.
Huysmans scrisse il romanzo “Controcorrente”, il cui personaggio si ritirò in una villa diventando un collezionista e finendo per morire solo.
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