Correnti del Decadentismo

Prima generazione: i nati intorno al 1840 → parnassianesimo/verismo (tutto in poesia), positivismo (illusioni per la scienza)
Generazione di mezzo: i nati intorno al 1860 → vero decadentismo, che dà voce alle delusioni e alla generale insoddisfazione (ogni periodo è seguito da un altro che mette in discussione le filosofie precedenti).
Es. Verlaine, L’ardore: si paragona all’impero romano degli ultimi secoli: i romani si divertivano mentre il mondo intorno a loro stava crollando.
Ultima generazione: i nati intorno al 1980 → completeranno la rivoluzione ma seppelliranno il decadentismo, dando origine alle avanguardie.

Una generazione di poeti, nati intorno al 1840, reagì alla degenerazione del Romanticismo cercando di riportare la poesia al Parnaso, da cui il romanticismo l’aveva fatta scendere → poeti Parnassiani.
Cercarono di tornare ad una poesia curata (labor limae, attenzione ai vocaboli), chiara e razionale. In questo clima si formò anche Baudelaire, che sostenne il labor limae con la celebre frase “l’arte è la ricompensa del lavoro quotidiano”; vi appartennero anche i futuri simbolisti.

1866: data simbolo per il passaggio fra le due tendenze: dal parnassianesimo al simbolismo.
Questo passaggio avvenne quando i parnassiani si rifiutarono di pubblicare nell’antologia parnassiani un nuovo poemetto di Mallarmé, Il pomeriggio d’un fauno, perché considerato troppo poco classico → mettono in mostra la loro arretratezza.

Il decadentismo

Il decadentismo è una tendenza letteraria nata in Francia (1860-1890), in contrasto con Naturalismo e Positivismo. Si propone quindi di manifestare il malessere del vivere sociale, prima nelle arti poi anche in letteratura. Il termine decadentismo indica un movimento letterario circoscritto, ma anche l’atteggiamento culturale che abbraccia tutto l’ultimo Ottocento e arriverà fino al primo Novecento.
Il nome viene dato da uno dei poeti, Verlaine, che nella poesia Langueur si definisce “impero alla fine della decadenza”, interpretando il senso di disfacimento comune a tutti in quell’epoca. Tuttavia in un primo momento il termine assunse un carattere negativo, e venne indirizzato contro coloro che avvertivano il fallimento del sogno positivistico (mentre loro erano orgogliosi di sentirsi scrittori di un’età in crisi, di passaggio).
Riprende l’irrazionalismo del Romanticismo inglese e tedesco, portandolo all’esasperazione.
Si fonda principalmente su tre cardini
• Visione estetizzante della vita;
• Esplorazione di zone ignote della sensibilità;
• Scoperta del subconscio.
Tecniche utilizzate
• Utilizzo di parole con valenza connotativa e sensi multipli: non sono più strumenti comunicativi ma pura fonicità;
• Utilizzo della sinestesia (accostamento di due termini appartenenti a due campi sensoriali diversi);
• Sintassi libera;
• Utilizzo frequente degli aggettivi, per suggerire il mistero che avvolge ogni cosa;
• Utilizzo di simboli che evocano sentimenti, stati d’animo e idee attraverso un legame di analogie → si configura come una poesia per un pubblico ristretto o per se stessi → idea che l’arte vera è quella che non si vede perché incomprensibile ai più → frattura fra artista e pubblico.

Il Decadentismo è un fenomeno complesso e polivalente: non esiste una poetica comune, ma è un insieme di poetiche differenti, fra le quali ritroviamo simbolismo ed estetismo, in un secondo momento anche le avanguardie si avvicinano a questa corrente (futurismo, espressionismo, dadaismo, surrealismo).
Panismo → Se io e mondo coincidono l’io individuale può fondersi con la vita del Tutto, identificarsi in un filo d’erba, in una nube etc, confondersi nella materia.
Epifanie → un particolare qualunque della realtà, che appare insignificante alla visione comune, si carica ad un tratto di intensità simbolica e affascina come un messaggio proveniente da un’altra realtà, come rivelazione di un assoluto (Joyce, Dedalus).

La poesia

Deve tendere alla fusione tra tutte le arti, accogliendo di ognuna le suggestioni più produttive (Baudelaire → le arti aspirano, se non a sostituirsi l'un l'altra, per lo meno a prestarsi reciprocamente energie nuove).
Inoltre ricorre al simbolo: oggetti, parole, immagini che evocano sentimenti, stati d’animo, idee attraverso un misterioso legame di analogie → poesia per se stessa, a causa della nascita della cultura di massa, che offre al grande pubblico prodotti in serie e senza personalità → l’arte vera è quella che non si vende perché incomprensibile ai più → frattura tra artista e pubblico.

L’eroe decadente

Il decadentismo incarna la nuova sensibilità in personaggi esemplari, miti umani.
• Il maledetto: l’artista che profana tutti i valori e le convenzioni, vive ai margini della società;
• L’esteta: trasforma la sua vita in un’opera d’arte, ha orrore della vita comune, della volgarità borghese dell’egualitarismo democratico, ha gusti raffinati, ama solo il passato.

Esempi di eroe decadente:
• A ritroso di J.K.Huysmans

Jean Des Esseintes, ultimo discendente di una ricca e nobile famiglia, ha cercato inutilmente soddisfazione nei piaceri di una vita disordinata. Disgustato e incapace di vivere ancora fra i suoi simili, sceglie di continuare i suoi giorni in solitudine, in una dimora che egli stesso si è studiato di rendere il più possibile raffinata e conforme ai suoi gusti. Qui sceglie e colleziona tutto ciò che l'arte ha saputo creare di veramente bello e può condurre l'unico tipo di vita che gli è possibile. Ma proprio questa vita, minutamente descritta nel romanzo nelle sue estetiche sperimentazioni, lo porta alla nevrosi e gli diventa quindi insostenibile. L'unica soluzione è quella di tornare tra la gente, in quel mondo banale e volgare che gli ripugna. Ma come potrà salvarsi se, pur dopo esperienze così raffinate, non c'è tipo di vita che lo accontenti?
• Il ritratto di Dorian Gray di Oscar Wilde

Dorian Gray concepisce la vita solo se realizzata in forma estetica: “...l'artista è il creatore di cose belle... non esistono libri morali o immorali. I libri sono scritti bene o male: questo è tutto... il vizio e la virtù sono per l'artista materiale di un'arte.…” Dorian Gray è un giovane bellissimo, quando un suo amico pittore gli regala un ritratto che gli ha fatto, egli stesso rimane affascinato dalla propria bellezza, e formula un augurio: che la vita e le sue vicende non lascino alcuna impronta sul suo volto, ma vadano a segnare semmai quello del ritratto. Ed è quello che succede: Dorian si da’ a una vita di piaceri senza scrupoli, ma quello del ritratto su cui si sono impressi i segni della dissolutezza e del male, è la più fedele immagine che egli non sopporta e su cui si avventa.

• Il piacere di Gabriele D'Annunzio

Andrea Sperelli è raffinato e gelido; cultore solo di un bello aristocratico, spregiatore del grigio diluvio democratico odierno che tante belle cose e rare sommerge miseramente. Ultimo rampollo di un'antica famiglia nobile, Andrea Sperelli, ne continua anche la tradizione: è un raffinato, predilige gli studi insoliti, è un esteta. Tutta la sua vita è improntata su questi criteri come pure la vita amorosa. Abbandonato però dall'amante, inutilmente Andrea cerca di sostituire la passione per lei con altri piaceri ed avventure. Rimane ferito in duello e ospitato nella villa della cugina, ritrova le risorse nella natura e nell'arte e nella spirituale bellezza di una giovane donna che qui conosce e di cui si innamora. Corrisposto, non riesce però a liberarsi dall'influsso delle esperienza passate. Andrea confuso rivive così con la nuova amante l'amore per la prima. Ma il rapporto ambiguo viene troncato quando Andrea, in un momento di trasporto si lascia sfuggire il nome Elena, e Maria scopre il fondo di quel legame.
L’inetto e il superuomo
Inaugurato dalle Memorie del sottosuolo di Dostoiewskij, ritorna nelle pagine di Fogazzaro e soprattutto di Svevo e Pirandello. L’inetto è escluso dalla vita normale, alla quale non sa partecipare per mancanza di energie, di competitività, ha una ipertrofia di vita interiore come dimensione alternativa e parallela alla vita vera.
Versione pascoliana dell’inetto è il fanciullino: rifiuto della condizione adulta, regressione a forme di emotività e sensibilità infantili, erotismo rimosso o mascherato, una forma di coscienza prelogica e quindi espressione dell’irrazionalismo.

Il superuomo proposto da D’Annunzio, l’uomo dominatore senza morale, superiore a tutti - con una manipolazione molto libera delle teorie di Nietzsche - si carica di significati politici reazionari legati al nazionalismo e all’imperialismo più aggressivi.

Charles Baudelaire (1821 – 1867)

Nel 1857 muore il patrigno e Charles si riavvicina alla madre; è l’anno della pubblicazione del suo più grande libro “Le fleurs du mal” (libro che da inizio alla poesia moderna).
Propone l’idea del poeta come alchimista: egli deve sapere dosare gli ingredienti per creare qualcosa di perfetto (→ condivide con i Parnassiani il culto della forma perfetta) → pur conducendo una vita da alcolista, drogato o sperperatore è consapevole che il poeta deve saperci fare.
È cosciente del fatto che il poeta è un esiliato (anche per questo è considerato padre del decadentismo) → perdita dell’aureola (presente ne “L’albatros”): il compito del poeta non è solo comporre cose belle ma anche scuotere le coscienze, è contro i “poetucoli”.
Baudelaire rappresenta la crisi dell’uomo, lacerato fra
• Ideal (stato d’animo positivo): seguire gli ideali, aspirare a qualcosa di migliore, seguire la bellezza e condividerla nell’arte, con gli altri uomini;
• Ennui / Spleen (=milza, che secerne bile nera, che nell’antichità si credeva responsabile del temperamento malinconico) → rappresenta angoscia, malinconia.

Spleen

Lo spleen è quel senso di angoscia che sovente coglie anche noi creandoci quel senso di timore di paura, che non può essere superata perché si ha paura di affrontarla. Non possiamo non notare l’anafora presente all’inizio delle prime tre strofe, quasi a voler evidenziare il verificarsi dello spleen al quale non è possibile sfuggire.
Quand le ciel bas et lourd pèse comme un couvercle
Sur l'esprit gémissant en proie aux longs ennuis,
Et que de l'horizon embrassant tout le cercle
Il nous verse un jour noir plus triste que les nuits;

Quand la terre est changée en un cachot humide,
Où l'Espérance, comme une chauve-souris,
S'en va battant les murs de son aile timide
Et se cognant la tête à des plafonds pourris;

Quand la pluie étalant ses immenses traînées
D'une vaste prison imite les barreaux,
Et qu'un peuple muet d'infâmes araignées
Vient tendre ses filets au fond de nos cerveaux,

Des cloches tout à coup sautent avec furie
Et lancent vers le ciel un affreux hurlement,
Ainsi que des esprits errants et sans patrie
Qui se mettent à geindre opiniâtrément.

- Et de longs corbillards, sans tambours ni musique,
Défilent lentement dans mon âme; l'Espoir,
Vaincu, pleure, et l'Angoisse atroce, despotique,
Sur mon crâne incliné plante son drapeau noir. Quando, come un coperchio, il cielo pesa greve
Sull'anima gemente in preda a lunghi affanni,
E in un unico cerchio stringendo l'orizzonte
Riversa un giorno nero più triste delle notti;

5 Quando la terra cambia in un'umida cella,
Entro cui la Speranza va, come un pipistrello,
Sbattendo la sua timida ala contro i muri
E picchiando la testa sul fradicio soffitto;

Quando la pioggia stende le sue immense strisce
10 Imitando le sbarre di una vasta prigione,
E, muto e ripugnante, un popolo di ragni
Tende le proprie reti dentro i nostri cervelli;

Delle campane a un tratto esplodono con furia
Lanciando verso il cielo un urlo spaventoso,
15 Che fa pensare a spiriti erranti e senza patria
Che si mettano a gemere in maniera ostinata.

- E lunghi funerali, senza tamburi o musica,
Sfilano lentamente nel cuore; la Speranza,
Vinta, piange, e l'Angoscia, dispotica ed atroce,
Infilza sul mio cranio la sua bandiera nera..


Il suo contrasto interiore è ben rappresentato in queste due liriche dedicate alle due donne della sua vita: la prima (Jeanne Duvall) veramente amata; la seconda (Madame Sabatier) che non l’hai mai preso veramente (sembra una preghiera).

“O tu che come un
coltello sei penetrata nel
mio cuore gemente: o tu
che, come un branco di
demoni, venisti, folle e
ornatissima, a fare del
mio spirito umiliato il tuo
letto e il tuo regno,
infame cui sono legato
come il forzato alla
catena, come il giocatore
testardo al gioco, come
l’ubriaco alla bottiglia,
come i vermi alla carogna
– maledetta, sii tu
maledetta!” “Angelo pieno di
felicità, di gioia e
luci…a te non
chiedo, angelo,
nient’altro che le
tue preci, angelo
che pieno sei di
felicità, di gioia e
luci”


Albatros

Il contrasto tra l’artista da un lato e la società dall’altro risale per lo meno al Romanticismo. La novità di questa ripresa consiste nella dimensione dolorosa che Baudelaire dà al motivo non nuovo. L’estraneità al mondo circostante si risolveva negli esempi precedenti in distacco orgoglioso, in compiacimento della propria superiorità; qui invece diventa doloroso esilio fra gli uomini, tragica consapevolezza della caduta, dramma dell’incomprensione. Al di là del linguaggio metaforico, un’idea emerge nel testo: non solo quella che il poeta è incompreso e irriso dalla folla volgare, ma anche l’idea che l’altezza stessa delle sue utopie, lo rende poi del tutto inadatto alla vita reale, gli impedisce di aderire alle cose, al quotidiano. Ritorna l’idea della poesia come voce dell’esilio: il poeta è un “esule in terra”, “il poeta è un sovrano, ma il suo regno non è di questo mondo”.
« Souvent, pour s’amuser, les hommes d’équipage
Prennent des albatros, vastes oiseaux des mers,
Qui suivent, indolents compagnons de voyage,
Le navire glissant sur les gouffres amers.

À peine les ont-ils déposés sur les planches,
Que ces rois de l'azur, maladroits et honteux,
Laissent piteusement leurs grandes ailes blanches
Comme des avirons traîner à côté d'eux.

Ce voyageur ailé, comme il est gauche et veule !
Lui, naguère si beau, qu'il est comique et laid !
L'un agace son bec avec un brûle-gueule,
L'autre mime, en boitant, l'infirme qui volait!

Le Poète est semblable au prince des nuées
Qui hante la tempête et se rit de l'archer ;
Exilé sur le sol au milieu des huées,
Ses ailes de géant l'empêchent de marcher. » « Spesso, per divertirsi, i marinai
catturano degli albatri, grandi uccelli dei mari,
indolenti compagni di viaggio delle navi
in lieve corsa sugli abissi amari.

L’hanno appena posato sulla tolda
e già il re dell’azzurro, maldestro e vergognoso,
pietosamente accanto a sé strascina
come fossero remi le grandi ali bianche.

Com’è fiacco e sinistro il viaggiatore alato!
E comico e brutto, lui prima cosi bello!
Chi gli mette una pipa sotto il becco,
chi imita, zoppicando, lo storpio che volava!

Il Poeta è come lui, principe delle nubi
che sta con l’uragano e ride degli arcieri;
esule in terra fra gli scherni, gli impediscono
di camminare le sue ali di gigante. »

Nella descrizione dell’uccello emergono caratteristiche che preparano il paragone col poeta della seconda parte della lirica: il senso di grandiosità che emana dal volo di questi uccelli (grandi), l’accenno alla inutilità della poesia nella Società contemporanea (indolenti), il rapporto tra i gorghi marini e la vita dell’uomo (entrambi atroci abissi).
I versi 5‐11 mirano a sottolineare (re dell’azzurro., goffo impacciato; viaggiatore alato. comico e brutto) il contrasto tra la naturale
condizione dell’albatro e la sua attuale condizione di straniero.
L’importante però è ribadire che la chiave di lettura per questi versi «è una chiave fantastica, poetica. Partendo dalle vocali come spunto e dai colori che gli suggeriscono Rimbaud si abbandona, con una libertà che preannuncia le Illuminazioni alle associazioni icastiche. Solo accettando queste coordinate è possibile essere sensibili alle misteriose connivenze psicologiche che le immagini tradiscono, ai cromatismi che impongono, alla sapiente musicalità delle frasi; altrimenti il sonetto si trasforma in un rebus fastidioso ed inutile».

Da tale estraneità ha origine l’angoscia esistenziale, a cui il poeta tenta di sottrarsi tramite
• Ottundimento della coscienza (paradisi artificiali): droghe, alcol, piaceri vari;
• Il viaggio: partire verso luoghi lontani, “tuffarsi nell’abisso”, “toccare il fondo dell’ignoto per trovarvi il nuovo”;
• Capacità del poeta di scrivere in modo da trovare un punto di contatto tra la natura esterna e il mondo interiore → è necessaria una nuova poesia, una nuova lingua (deve essere come un uncino che va nell’interiorità dell’uomo e pesca la verità)

Correspondances

Questa lirica è da considerare un manifesto della poesia contemporanea, una dichiarazione di poetica fondamentale sia per la produzione di Baudelaire sia per le applicazioni e gli sviluppi che i canoni qui annunciati avranno presso i poeti posteriori.
La segreta realtà della natura va ricercata nella fitta rete di rapporti analogici che lega oggetti della realtà apparentemente lontani tra loro.

La Nature est un temple où de vivants piliers
Laissent parfois sortir de confuses paroles;
L'homme y passe à travers des forêts de symboles
Qui l'observent avec des regards familiers.

Comme de longs échos qui de loin se confondent
Dans une ténébreuse et profonde unité,
Vaste comme la nuit et comme la clarté,
Les parfums, les couleurs et les sons se répondent.

II est des parfums frais comme des chairs d'enfants,
Doux comme les hautbois, verts comme les prairies,
— Et d'autres, corrompus, riches et triomphants,

Ayant l'expansion des choses infinies,
Comme l'ambre, le musc, le benjoin et l'encens,
Qui chantent les transports de l'esprit et des sens.
La Natura è un tempio dove incerte parole
mormorano pilastri che sono vivi,
una foresta di simboli che l'uomo
attraversa nei raggi dei loro sguardi familiari.

Come echi che a lungo e da lontano
tendono a un'unità profonda e buia
grande come le tenebre o la luce
i suoni rispondono ai colori, i colori ai profumi.

Profumi freschi come la pelle d'un bambino
vellutati come l'oboe e verdi come i prati,
altri d'una corrotta, trionfante ricchezza

che tende a propagarsi senza fine- così
l'ambra e il muschio, l'incenso e il benzoino
a commentare le dolcezze estreme dello spirito e dei sensi.

Nei primi versi è evidente la dimensione mistica della concezione baudelairiana. La natura è, come il tempio, il luogo in cui l’uomo entra in Comunicazione con Dio: colonne di questo tempio sono gli alberi.
Al verso 8 “i colori ai profumi”: scrisse lo stesso Baudelaire a proposito di Wagner ne L’arte romantica: «Sarebbe veramente strano che il suono non potesse sopperire il colore e che i colori non potessero significare o esprimere delle idee; le cose si sono sempre espresse mediante un’analogia reciproca dal giorno in cui Dio ha creato il mondo come una complessa e indivisibile totalità».
Una serie di corrispondenze come esemplificazioni appaiono nelle terzine. Si noti però che, mentre nei primi tre esempi il rapporto è tra sensazione olfattiva da un lato e sensazione tattile (pelle d’un bambino), acustica (oboe), visiva (prati) dall’altro, negli esempi a
partire dal verso 13 il rapporto è tra rappresentazione olfattiva e stato d’animo: ci sono profumi opulenti che danno un senso di infinito e sono significazione analoga di uno stato di estasi dei sensi e dell’anima.
E’ il poeta ad avere la facoltà di decifrare i simboli occulti grazie alla sua sensibilità privilegiata, alle sue prerogative di veggente. La poesia non si colloca più sul piano della comunicazione logica, ma agisce a livelli più profondi evocando analogie misteriose. La poesia assume il valore di rivelazione del mistero.

La perdita dell’aureola

«Ehilà! voi qui, mio caro? Voi in un bordello? voi, il bevitor di quintessenza, voi, il mangiator d'ambrosia? C'è da essere stupito, davvero”.
Mio caro, sapete il terrore che ho dei cavalli e delle vetture. Prima,come attraversavo in gran fretta il viale, e saltellavo nel fango, attraverso quel mobile caos dove la morte arriva galoppando da tutte le parti contemporaneamente, la mia aureola, in un brusco movimento, m‘è scivolata dal capo nel fango della massicciata. Non ho avuto il coraggio di raccattarla. Ho ritenuto meno spiacevole perdere le mie insegne, che non farmi rompere l'ossa. E poi, mi sono detto, non ogni male viene per nuocere. Ora posso girare in incognito, fare delle bassezze e darmi alla crapula come i semplici mortali. Ed eccomi in tutto simile a voi, come vedete!
- Dovreste almeno mettere un annuncio riguardo all'aureola, o farla richiedere dal commissario. Assolutamente no! Mi trovo bene qui. Voi, voi solo m'avete riconosciuto. Del resto, la dignità m'è venuta a noia. Poi, mi piace il pensiero che qualche poetastro la raccatterà e se ne cingerà sfacciatamente. Far felice uno, che piacere! e soprattutto, felice uno che mi farà ridere! Pensate a X, o a Z! Sarà proprio buffo, no?»

A une passante

La rue assourdissante autour de moi hurlait.
Longue, mince, en grand deuil, douleur majestueuse,
Une femme passa, d’une main fastueuse
Soulevant, balançant le feston et l’ourlet ;
Agile et noble, avec sa jambe de statue.
Moi, je buvais, crispé comme un extravagant,
Dans son œil, ciel livide où germe l’ouragan,
La douceur qui fascine et le plaisir qui tue.
Un éclair… puis la nuit ! – Fugitive beauté
Dont le regard m’a fait soudainement renaître,
Ne te verrai-je plus que dans l’éternité ?
Ailleurs, bien loin d’ici ! trop tard ! jamais peut-être !
Car j’ignore où tu fuis, tu ne sais où je vais,
O toi que j’eusse aimée, ô toi qui le savais !
La strada rintronante sbraitava intorno a me.
Alta, sottile, in lutto, dolore maestoso,
una donna passò, con la mano solenne
sollevando e reggendo l’orlo del suo vestito.
Nobile e svelta, con le sue gambe statuarie.
Io succhiavo, contratto come uno stravagante,
dentro i suoi occhi, cielo che cova un uragano,
la dolcezza che incanta e il piacere che uccide.
Un lampo… e poi la notte! Bellezza fuggitiva,
il cui sguardo mi ha fatto rinascere di colpo,
non ti rivedrò più fino all’eternità?
Lontano, via di qui! E troppo tardi, o mai!
Dove fuggi, non so; tu non sai dove vado.
Ma avrei potuto amarti e tu, tu lo sapevi!

La scena si svolge su uno sfondo moderno (anti-amoenus): è strada rumorosa di una città nella quale Baudelaire incontra una donna meravigliosa ma vestita di nero (forse in lutto?) ≠ Dante quando incontra Beatrice lo fa in un clima di profondo silenzio, nel quale la sua perfezione era amplificata.
Lei fa un unico gesto: si tira su la gonna, per non bagnarla → lui coglie il dettaglio della sua gamba, poi la guarda negli occhi (sono come un cielo livido nel quale sta per arrivare la tempesta) e capisce che sarebbe la donna in grado di dargli quella pace che ha sempre cercato in altre donne, nelle droghe ecc.
Lei capisce lo stesso, ma si passano di fianco e si oltrepassano.

Tema dell’incontro fugace diventa uno dei topos della modernità → Joice lo chiamerà epifania=rivelazione istantanea, che subito sfugge.
• Sonetto che presenta due uscite di rime sia per quartine (ABBA –CDDC) che terzine (EFE –FEE);
• Impiego del verso classico (verso alessandrino doppio, composto da due esasillabici → in italiano risulta un settenario).
Raffigurazione del personaggio femminile → innovazione nel tema → l’oggetto è lo stesso raccontato da Petrarca e Dante, ma il modo è diverso: la donna diventa portatrice di comportamenti contradditori, ambivalenti. Da una parte è dolcezza che affascina (fascinazione, come un incantesimo → spesso significato negativo) e dall’altra piacere mortale che uccide → ambiguità nell’ambiguità.
La tradizione petrarchesca e dantesca dell’incontro con la donna, carico di significati e sguardi importanti, viene annullata dalla vista di questi occhi che sono pronti ad una tempesta.
Questa donna è portatrice di segnali di lutto, di un “dolore maestoso”, infatti è vestita di nero → invita al piacere trasmettendo allo steso tempo un segnale di morte → l’io reagisce contraendosi → non può entrare in contatto con questa donna.
Particolare è anche lo scenario: la via assordante, le urla della folla → è il nuovo ambiente in cui si svolge l’incontro, non più locus amoenus, tranquilli quasi “beati”: l’io è assoggettato al trauma della folla, in mezzo alla quale è costretto a cercare la donna.
Questo shock della folla trasforma il tipo di esperienza che vive l’io, un soggetto metropolitano: non c’è rapporto di autenticità con la donna, la forza dell’eros si unisce a quella del lutto.
Questa nuova esperienza annulla il tempo: l’attimo della vita coincide con l’eterno: il momento di verità immette all’esperienza del mai più (“ti rivedrò solo nell’eternità”) → l’attimo dichiara di essere perduto, simbolo del mai più e non di una vita da vivere.
Amore a primo sguardo vs amore a lungo sguardo: una possibilità di vita che scompare non appena si è mostrata e ci ha fatto sperare.
Nuovo modo di vivere l’interiorità: ha conosciuto il suo splendore durante il romanticismo, e ora sta maturando verso l’alienazione → perdita della vita interiore a vantaggio della sua oggettivizzazione.
L’esperienza della vita interiore è esperienza di discontinuità.
L’emozione del momento autentico è concessa solo nella discontinuità (in modo epifanico – Joyce): la felicità è un attimo, così come la possibilità di accedere ad una vita vera (è un lampo).
≠ Incontro di Dante con Beatrice, che è una consegna di amore, felicità e del significato della vita → un darsi della felicità che non può disgiungersi nella sua impossibilità: un darsi e un negarsi allo stesso tempo.
Amare=lutto; significa esser consapevoli di cosa si ha perduto. Ecco il perché del vestito della donna: esprime il rapporto di lutto con la felicità e la società.

Verlaine (1844 – 1896)

Langueur

=Languore: indica uno stato d’animo malinconico, come quando sei sul divano, avresti mille cose da fare ma stai bene lì e non vuoi alzarti → contrasto fra il volere realizzare qualcosa e allo stesso tempo non volerlo fare: ambiguità degli stati d’animo.
Il poeta tenta di esprimere la sua “accidia”, debolezza della volontà causata dal fatto che è consapevole di non avere un luogo, che il fare poesia non è necessario alla gente e pertanto è inutile; confina con la noia, condizione dell’uomo moderno.
• Poesia molto musicale, ricca di suggestioni.
• Acrostico, poesia nella quale le lettere iniziali delle parole formano a loro volta un nome, spesso quello del poeta: simboleggia poesia complicatissime ma prive di contenuti → arte poetica del tardo impero (raffinata, fatta da abili poeti di grande abilità tecnica) che manca di contenuto, o comunque la forma prevale sula sostanza.
Sono l’Impero alla fine della decadenza,
che guarda passare i grandi Barbari bianchi
componendo acrostici indolenti dove danza
il languore del sole in uno stile d’oro.
Soletta l’anima soffre di noia densa al cuore.
Laggiù, si dice, infuriano lunghe battaglie cruente.
O non potervi, debole e così lento ai propositi,
o non volervi far fiorire un po’ quest’esistenza!
O non potervi, o non volervi un po’ morire!
Ah! Tutto è bevuto! Non ridi più, Batillo?
Tutto è bevuto, tutto è mangiato! Niente più da dire!
Solo, un poema un po’ fatuo che si getta alle fiamme,
solo, uno schiavo un po’ frivolo che vi dimentica,
solo, un tedio d’un non so che attaccato all’anima!
Art poetique
Titolo che Orazio diede ad una sua epistola dedicata alla famiglia dei Pisoni, nella quale scrive che è necessario mescolare l’utile al dolce, utilizzare la callida iuctura (= fare collegamenti per mostrare la propria bravura) → il termine ha assunto il significato di dichiarazione della poetica dell’autore, nella quale egli esprime la sua idea di poesia
Verlaine sosteneva che l’arte non dovesse essere banale, che non dovesse ricorrere a stile consueti (es. la rima cuore-amore (rima molto diffusa)), come quelle ricette in cucina che hanno ingredienti che fanno schifo ma gli si mette l’aglio, e riconoscendo quel piacere, le persone apprezzano → arguzie assassine, uccidono la poesia non stuzzicando il lettore.
La poesia deve essere musicale.
Impari = verso imparisillabo → musica raffinata e difficile, non la solita musicalità data dal verso endecasillabo (es. con Manzoni) che rende la poesia facilmente ricordabile e per questo utilizzato nella poesia popolare.
La sua è una poesia di accostamenti inusitati → vago e indefinito (Indeciso unito al preciso).
Il senso della poesia non deve essere esplicitato, ma deve essere nascosto, velato.
La musica prima di ogni altra cosa,
E perciò preferisci il verso dispari
Più vago e più solubile nell'aria,
Senza nulla in esso che pesi o posi...

È anche necessario che tu non scelga
le tue parole senza qualche errore:
nulla è più caro della canzone grigia
in cui l'Incerto al Preciso si unisce.

Sono dei begli occhi dietro i veli,
è la forte luce tremolante del mezzogiorno,
è, in mezzo al cielo tiepido d'autunno,
l'azzurro brulichio di chiare stelle!

Perché noi vogliamo la Sfumatura ancora,
non il Colore ma soltanto sfumatura!
Oh! la sfumatura solamente accoppia
il sogno al sogno e il flauto al corno

Fuggi lontano dall'Arguzia assassina,
dallo Spirito crudele e dal Riso impuro,
che fanno piangere gli occhi dell'Azzurro,
e tutto quest'aglio di bassa cucina

Prendi l'eloquenza e torcile il collo!
E farai bene, in vena d'energia,
a moderare un poco la Rima.
Fin dove andrà, se non la sorvegli?

Oh, chi dirà i torti della Rima?
Quale fanciullo sordo o negro folle
ci ha forgiato questo gioiello da un soldo
che suona vuoto e falso sotto la lima?

Musica e sempre musica ancora!
Sia il tuo verso la cosa che dilegua
che si sente che fugge da un'anima che va
verso altri cieli ad altri amori.

Che il tuo verso sia la buona avventura
Sparsa al vento increspato del mattino
Che porta odori di menta e di timo...
E tutto il resto è letteratura.


Rimbaud

Condusse una vita spericolata e piena di eccessi e morì molto giovane; era un “enfant prodige”, fin da bambino aveva un carattere molto forte.
Fuggì di casa a 16 anni perché non sopportava il conformismo borghese → partecipa all’esperimento della Comune, favoreggiando per i comunardi.
Era contro la sua famiglia e il suo perbenismo; amava la “canaglia”: il popolo basso e meschino.
La sua poesia risente della sua vita.
Ebbe una relazione omosessuale con Verlaine, che poi lo uccise per gelosia.
A 17 anni con i suoi scritti aveva già cambiato la letteratura mondiale.
La sua opera più grande si chiama “Battello ebbro”: il nome Battello dà l’idea del suo continuo viaggiare; ebbro rende sia l’idea dell’ubriaco che l’idea di un battello che scende lungo il fiume senza nessuno che lo comandi, che fa quel che vuole → poesia onirica, tema del viaggio (non alla ricerca di sé stessi, o non solo, ma viaggio come fuga da sé stesso e dalla civiltà (vedi Gauguin o John Lennon).
La lettera del veggente 1871
Ma sempre in quel tempo Rimbaud scrive anche Il Battello ebbro: un battello lungo la corrente di un possente fiume dell’America, scomparsi i marinai, resta in balia delle acque, alla deriva, e arriva al mare: assiste lungo questo viaggio agli spettacoli più strani e ignoti all’esperienza dell’uomo, può contemplare aspetti della natura inimmaginabili, andare al di là dei limiti del reale.
È ovvio che l’avventura del battello è una chiara trasposizione dell’esperienza biografica del poeta.
Con questo componimento al ribelle succede il veggente, l’atteggiamento di rancorosa rivolta trova una via d’uscita nella ricerca (o meglio, nella creazione) di un mondo nuovo.
Ecco la teorizzazione di tutto ciò in un brano della famosa Lettera del veggente (1871): «il Poeta si fa veggente mediante un lungo, immenso e ragionato disordine di tutti i sensi. Tutte le forme d’amore, di sofferenze, di pazzie; egli cerca se stesso, esaurisce in sé tutti i veleni, per non conservarne che la quintessenza. Ineffabile tortura nella quale egli ha bisogno di tutta la fede, di tutta la forza sovrumana, nella quale e‐gli diventa il grande infermo, il grande criminale, il grande maledetto, — e il sommo Sapiente! — Egli giunge infatti all”’ignoto!“. Poiché ha coltivato la sua anima, già ricca, più di qualsiasi altro! Egli giunge all’ignoto, e quand’anche, smarrito, finisse col perdere l’intelligenza delle proprie visioni, le avrà pur viste! Che crepi nel suo balzo attraverso le cose inaudite ‐orizzonti sui quali l’altro si è abbattuto! ... Dunque il poeta è veramente un ladro di fuoco. Ha l’incarico dell’umanità, degli “animali” addirittura; dovrà far sentire, palpare, ascoltare le sue invenzioni; se ciò che riporta di “laggiù” ha forma, egli dà forma; se è informe, egli dà l’informe. Trovare una lingua... Questa lingua sarà dell’anima per l’anima, riassumerà tutto: profumi, suoni, colori; pensiero che uncina il pensiero e che tira. ll poeta definirebbe la quantità di ignoto che nel suo tempo si desta nell’anima universale...»
Lettera a un amico o un conoscente; spiega cosa lo ha guidato e cosa lo guiderà nello scrivere poesia.
Propone il poeta come indovino, profeta: deve vedere al di là delle cose che si vedono sul piano fenomenico. In particolare deve eliminare quelle griglie che incanalano la fantasia:
• Le categorie di spazio e tempo (no all’ordine cronologico, ordine di causa-effetto) → presente allucinatorio;
• La sintassi, che inganna la parte intima dell’animo a cui il poeta vuole dare voce, l’inconscio (“stagno oscuro”, per dirlo con le parole di Rimbaud), e la lingua dell’inconscio non è quella obbligata dai canoni della poesia; è necessario che il poeta sia libero di disporre a proprio piacere le varie parole → come bisogna associare i concetti?
• La lingua di Rimbaud procede per analogia (es. io guardo la tua notte.. cosa guardo? Il tuo animo oscuro, i tuoi capelli scuri, i tuoi occhi scuri?): come una similitudine o metafora molto contratta, che lascia spazio a moltissime interpretazioni. Il lettore “ricrea” il testo, esistono perciò tante poesie quanti sono i lettori che leggendo una poesia la interpretano: non c’è un interpretazione uniforme o convenzionale.

Le vocali

Esempio di manoscritto: vediamo come Rimbaud scrivesse a getto, in tutto il manoscritto c’è una sola cancellatura → lascia scorrere i pensieri così come gli vengono, in quella stessa forma.
Ogni vocale è associata a un colore (sinestesia suono-vista); da queste sinestesie scaturiscono immagini collegate ad esse:
• la A è nera, come il corpo delle mosche che volano sopra le “crudeli puzze”, come le ombre;
• la E è bianca, si porta dietro l’idea del candore, come tende bianche che svolazzano davanti alla porte aperte per un lieve venticello, come i Re vestiti di bianco, come il vapore che esce da qualcosa che bolle, come i brividi (il tremare, perché hanno freddo, perché il ghiaccio è anche il colore del ghiaccio) dei fiori;
• la I è rosso porpora, come il sangue che vomiti quando sei ferito, come le labbra di una donna che essendo arrabbiata di ride in faccia, le labbra di una ebbrezza penitente (per una vita fuori dalle regole);
• la U è associata al verde, rimanda al tempo circolare, alle profondità del mare, alla pace bucolica che ti fa venire in mente la fronte di un vecchio piena i rughe che gli sono venute per avere passato la vita sui libri: la pace di avere trovato la strada della propria vita.
• la O è blu, ricorda l’omega =la fine, il “raggio violetto dei suoi Occhi” (occhi di Dio? Di una donna?.

A nera, E bianca, I rossa, U verde, O blu: vocali,
Io dirò un giorno le vostre oscure origini:
A, nero corsetto vellutato di mosche splendenti
Che ronzano intorno a crudeli fetori,

Golfi d'ombra; E, candori di vapori e tende,
Lance di ghiaccio appuntite, bianchi re, brividi d'umbelle;
I, porpora, sangue sputato, risata di belle labbra
Nella collera o nelle ubriachezze penitenti;

U, cicli, vibrazioni divine dei verdi mari,
Pace di pascoli seminati d'animali, pace di rughe
Che l'alchimia imprime nelle ampie fronti studiose;

O, suprema Tromba piena di strani stridori,
Silenzi attraversati da Angeli e Mondi:
- O l'Omega, raggio viola dei suoi Occhi!
Stephane Mallarmé
Ha teorizzato e composte nuove forme di poesia, talmente originarie che dopo di lui nessuno se ne è potuto allontanare.
Punti essenziali della sua poetica
• il suo intento è quello di “attingere l’azzurro”: raggiungere una straordinaria purezza nel suo modo di esprimersi; le parole della poesia devono fuggire dalla realtà, non rappresentarla. Devono ricercare non la rappresentazione della cosa ma la sua essenza (linguaggio kantiano: non il fenomeno ma il noumeno).
Pertanto non si possono usare le parole di tutti i giorni, che sono come un vestito che è brutto e consumato perché lo indossi tutti i giorni, e ormai non te ne ricordi nemmeno più: vi siamo abituati, non facciamo più caso né al suono né al pensiero evocativo. Bisogna riportare le parole all’effetto che facevano quando furono pronunciate la prima volta “dare un senso più puro alle parole della tribù”.
Solo qualcuno ha il potere: il poeta (ripresa di aureola). Il poeta è un sacerdote, che fa da mediatore fra la lingua comune e quella pura (associazione particolare di parole che crea il poeta)
• linguaggio figurato e metaforico.Il poeta associa per analogia il proprio stato d’animo di languore alla fine della decadenza dell’Impero romano, cioè a un’epoca di debolezza morale e di evasione nei piaceri della vita. La malattia che lo affligge è la solitudine, la noia che non gli fanno desiderare né di vivere né di morire.

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