Blue whale, Jonathan Galindo e Momo: come nascono e come funzionano le challenge più pericolose del web

Lucilla Tomassi
Di Lucilla Tomassi
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La tragedia del giovane di 11 anni che a Napoli si è tolto la vita buttandosi nel vuoto ha riacceso le polemiche e l’interesse sulle pericolosissime challenge online in grado di ammaliare tanti adolescenti, spingendoli spesso a commettere gesti estremi. Infatti la vicenda del ragazzo napoletano potrebbe essere collegata, secondo le prime indagini degli inquirenti, a challenge come Jonathan Galindo, Blu Whale e Momo, che attraverso personaggi inquietanti e falsi profili sfidano i giovanissimi a prove di coraggio pericolose.



L’origine delle challenge online più pericolose

Uno dei primi fenomeni di questo genere è stata la challenge detta Blue Whale, presumibilmente concepita da Filipp Budejkin, creatore della pagina f57 sul social network russo VKontakte (come riporta un articolo di Wired.it che a sua volta cita il quotidiano russo Novaja Gazeta). Fu proprio la testata russa la prima a collegare decine di suicidi tra gli adolescenti a Blue Whale. Un macabro gioco: 50 giorni di prove, sempre più perverse e incentrate sull’autolesionismo, che culminano nel suicidio del giocatore coinvolto. Ovviamente la voce di questa challenge si è sparsa anche al di fuori dei confini della Russia, arrivando presto in Europa e Stati Uniti. Tuttavia la Blue Whale non è di certo l’unica sfida di questo genere.

Momo Challenge: cos’è e da dove nasce?

L’anno scorso iniziò a circolare una nuova immagine che raffigurava un volto inquietante di una ragazza dagli occhi sporgenti, i capelli unti e i vestiti stracciati. Questa foto prende il nome di Momo, un’entità che - come riportato su Rolling Stone, - solitamente prende di mira i più giovani chiedendo loro di contattare un numero Whatsapp. Dal quale, poi, si ricevono istruzioni per completare una serie di compiti bizzarri e pericolosi, come ad esempio guardare film horror uno di seguito all’altro, non dormire, farsi del male, fino ad arrivare al suicidio. In questo caso chi ci sia dietro i numeri Whatsapp non è del tutto chiaro. E’ possibile invece ricostruire le origini della foto di Momo: non è di una creatura soprannaturale, bensì appartiene a una scultura che Keisuke Aisawa ha prodotto per Link Factory, una casa di produzione Giapponese che si occupa di effetti speciali per il cinema.


Jonathan Galindo Challenge: la nuova sfida del web

Dopo che anche la maschera di Momo è andata in pensione, ultimamente è nata una nuova challenge, anch’essa collegata a un volto spaventoso: la Jonathan Galindo Challenge. Come abbiamo riportato anche noi di Skuola.net, Jonathan Galindo è un fenomeno molto conosciuto negli Stati Uniti, arrivato poi in Europa, che ruota attorno all'immagine inquietante di un ragazzo sfigurato che sembra indossare una maschera con le fattezze del personaggio Disney Pippo. Ovviamente, anche in questo caso, come per Momo, non esiste nessun vero Jonathan Galindo intenzionato a far del male agli adolescenti. Si tratterebbe invece, sia in America che in Europa, di una serie di falsi profili creati con lo scopo di ingaggiare giovani e giovanissimi per sottoporli a una challenge non troppo diversa dalle altre che abbiamo già analizzato. Infatti il meccanismo è simile a quello già sperimentato: se accetti la richiesta di amicizia da profili fake con l’ormai macabramente iconica foto, ti viene inviato tramite messaggistica un link che propone di entrare in un gioco nel quale vengono stabilite determinate sfide e prove di coraggio, fino ad arrivare all’autolesionismo, o peggio, alla morte.

Il caso italiano di challenge pericolose

Come detto, già prima della tragedia di Napoli, queste assurde sfide con la vita erano approdate anche in Italia. Il caso più noto, legato alla Blue Whale, vede una ragazza sotto processo, come riportato dal Messaggero. “Se sei pronta a diventare una balena inciditi 'yes' sulla gamba, se non lo sei tagliati molte volte per autopunirti”, questo il messaggio incriminante mandato da una 23enne che si spacciava come una delle curatrici della Blue Whale Challenge a un’altra giovane di 12 anni tramite il web. E proprio grazie a quel messaggio la 23enneè stata mandata a giudizio con l'accusa di atti persecutori, cioè stalking, e violenza privata, aggravata dal fatto di aver costretto, con un complice che ora ha 16 anni, una alunna di scuola media a infliggersi tagli sul corpo e ad inviarle le foto, come step iniziale delle 50 prove di coraggio. Il dibattimento su questo che, per ora, pare essere il primo e unico caso accertato di Blue Whale in Italia. Agli inquirenti toccherà stabilire se la ben più recente scomparsa del ragazzo di 11 anni che, a Napoli, si è lanciato dal decimo piano, possa essere riconducibile a una di queste challenge online, e quindi avviare le indagini per scoprire chi si cela anche questa volta dietro un falso profilo.
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29 ottobre 2020 ore 16:15

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