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I personaggi femminili dell'Eneide


Quando si affronta la lettura dell’Eneide risulta evidente fin dalle prime pagine il contrasto dell’opera con i poemi omerici e le differenze che intercorrono fra le tre composizioni. Gli aspetti da analizzare e i confronti da fare sarebbero moltissimi e spazierebbero in numerosi ambiti diversi, dai temi trattati ai valori che Virgilio intendeva esprimere.
Tuttavia uno dei più evidenti è quello che riguarda i personaggi, con una particolare attenzione per i personaggi femminili. Con questo non voglio dire che l’Eneide si discosti completamente dall’epica omerica, ma sicuramente i personaggi di Virgilio sono personaggi nuovi, che si allontanano da numerosi stereotipi presenti nell’Iliade e nell’Odissea (per esempio quello dell’eroe guerriero, come Achille): nessuno di loro è omologato nei valori e nei comportamenti, cosa che si verificava invece nei poemi omerici, ognuno di loro è diverso nei modi di agire, nella mentalità e si fa una nuova e più profonda attenzione ai sentimenti, alle relazioni affettive. L’esempio più emblematico è sicuramente il protagonista, Enea, che è un eroe completamente nuovo da quelli visti in precedenza. Altra grande novità che caratterizza l’opera è la consistente presenza di personaggi “del dolore”. Virgilio considerava infatti questo sentimento come un aspetto essenziale e inevitabile della vita dell’uomo ed è per questo motivo che lo ritroviamo in molte figure dell’opera. In particolare, fra le figure femminili, quella più emblematica da questo punto di vista è Didone.
Didone è la regina di Cartagine e compare per la prima volta nel primo libro, poco dopo l’arrivo di Enea e dei troiani sulle coste della città. La presentazione del personaggio viene affidata a Venere, madre di Enea, che, trasformatasi in una giovane cacciatrice, racconta al figlio la storia della regina. Didone ha origini troiane e proviene in particolare dalla città di Tiro, dove aveva sposato il re Sicheo. Pigmalione, però, fratello della donna, aveva ucciso il re e tramava di rubarle il regno e tutte le ricchezze della corona. A lungo era riuscito a tenere nascosto l’omicidio, incurante del dolore e dell’apprensione della sorella, che aveva continuato a sperare che l’uomo fosse ancora vivo. Una notte però Sicheo le era apparso in sogno: era pallido e il petto era stato trafitto da una spada. Le aveva spiegato quello che era successo e poi le aveva rivelato il luogo in cui era sotterrato il tesoro reale. Una volta raccolte quelle ricchezze e riuniti gli uomini che ancora le erano fedeli, o che avevano timore del futuro tiranno, la donna aveva preparato delle navi ed era partita, con l’intento di fondare una nuova città. Giunta sulle coste africane era stata però ostacolata da popolazioni aggressive e bellicose, tra cui quella dei Getuli. Il loro re, Iarba, come molti dei sovrani locali, era intenzionato a prendere Didone in sposa, in modo da impossessarsi delle sue ricchezze, ma la donna aveva dei piani ben diversi: voleva fondare una nuova città insieme agli altri troiani e governarla autonomamente. Iarba allora, per prendersi gioco di lei, le aveva concesso tanta terra quanta ne poteva contenere la pelle di un bue. La donna però, particolarmente astuta e brillante, l’aveva fatta tagliare in strisce sottilissime, con cui aveva disegnato un perimetro piuttosto esteso ed era riuscita a fondare la sua città, a cui aveva dato il nome di Cartagine (l’acropoli invece viene chiamata Birsa, che secondo Virgilio deriverebbe dal greco “byrsa”, parola che significa “pelle”). Quando Enea giunge sulle coste africane la città è ancora in fase di fondazione. Ci sono cantieri e edifici in costruzione e il protagonista si fermerà anche ad osservare e ammirare il tempio di Giunone, la cui grandezza è simbolo della potenza e del potere che verranno raggiunti dalla città fenicia.
Fondamentale per comprendere ed analizzare il personaggio di Didone è la sua storia. È proprio questa la funzione del dialogo fra Enea e Venere: fornire al lettore le informazioni sul personaggio che consentono di inquadrarlo e capirne i comportamenti successivi e il ruolo che giocherà nella vicenda. In particolare quello che più viene sottolineato durante il racconto è la sua condizione di donna esule, infelice e perseguitata che ha saputo però reagire con forza e determinazione per portare a compimento il proprio obbiettivo. È da notare, per esempio, l’uso da parte di Venere del nome Didone, che significa “fuggitiva”, “errante”, al posto di Elissa, il nome fenicio della regina. Questo particolare serve ad avvicinare la donna al protagonista, sottolineando che i due si trovano nella stessa situazione: entrambi sono esuli, si trovano in una terra straniera, hanno affrontato un lungo viaggio in mare e sono costretti a scappare dalla propria città di origine. Didone viene presentata come una donna intelligente, coraggiosa, autorevole. Anche lei come Enea si è trovata improvvisamente a dover guidare il proprio popolo attraverso un viaggio pieno di insidie, ma è riuscita a superare le difficoltà a testa alta e a non farsi abbattere dal dolore che la affliggeva. Allo stesso tempo, però, spiccano la sua disponibilità e generosità, la benevolenza e la solidarietà. È una donna brillante, ma onesta e umile. Attraverso questo personaggio in particolare Virgilio mette in luce il tema del dolore e della perdita, dei travagli che angosciano l’esistenza umana. A causa della malvagità e dell’avidità del fratello ha perso suo marito e ha sperimentato per poco tempo la felicità dell’amore, che le è stato però strappato via. Penso che anche questo aspetto accomuni Didone ed Enea: anche il protagonista infatti ha dovuto affrontare la morte della moglie, evento che gli ha causato un immenso dolore.
È già a partire dalle loro storie, quindi, che fra i due personaggi si crea un legame robusto e profondo. Tuttavia è solo grazie ad un particolare intervento divino che le storie di Didone e Enea si incroceranno, giocando un ruolo fondamentale nel destino di entrambi. Sia Venere che Giunone, infatti, desiderano che Enea e Didone si innamorino. Venere, madre di Enea, vuole che la regina accolga i troiani e dia a suo figlio un luogo sicuro in cui stare, mentre Giunone desidera impedire all’eroe di raggiungere l’Italia e compiere il proprio destino e spera che la donna possa trattenerlo a Cartagine, prendendolo in sposo. Enea intanto è entrato a Cartagine ed è stato accolto dalla generosa Didone che, in qualità di regina, ha ospitato i profughi nel suo palazzo e, per farli riprendere dalle fatiche della navigazione, ha organizzato per loro un grande banchetto, come previsto dalle regole dell’ospitalità. Venere escogita però un sotterfugio e chiede a suo figlio Cupido di sostituirsi a Iulo, figlio di Enea, e colpire Didone con il suo “veleno”, facendola innamorare dell’eroe. Il piano della dea ha successo e così durante il banchetto, un nuovo sentimento inizia a farsi strada nel cuore della donna. Si dice che il suo cuore è ormai disabituato alla passione e che il suo animo è restio a questo sentimento, ma ella non può impedire il dilagare della passione e si trova nuovamente faccia a faccia con questo sentimento, di cui riscopre la bellezza. Cerca quindi di trattenere Enea il più possibile, anche se ormai è da molto calata la notte, e gli chiede di narrare la sua storia. Tuttavia, anche se nel brano del banchetto gli accenni fatti dal narratore alla situazione emotiva di Didone sono pochi, si intuisce già che questo sentimento porterà la regina a un destino spiacevole e sarà la causa della sua rovina. Questo episodio segna il cambiamento che avviene in lei e che sarà determinante per il suo futuro: da regina saggia e autorevole, da donna matura che ha preso in mano il proprio destino, diventa nuovamente una donna fragile e vulnerabile. Il sentimento nei confronti di Enea si fa sempre più forte: ripensa con ammirazione alle imprese che aveva compiuto, alla nobiltà della sua stirpe e non riesce a togliersi dalla testa il suo volto e le sue parole. Tuttavia sente di non potersi abbandonare alla passione, poiché non vuole venire meno al suo giuramento di eterna fedeltà nei confronti del defunto marito Sicheo. Da molto ormai pensava di aver chiuso definitivamente il suo cuore e di aver rinunciato per sempre all’amore ma il suo è un sentimento ardente, forte, passionale e non c’è modo di ignorarlo. Si trova divisa tra la sua promessa d’amore e il nuovo sentimento che la divora. È legata alle leggi del Pudore e vive una nuova relazione come un tradimento e una colpa. Si sente vincolata da quella promessa di eterna fedeltà che si è imposta ma si rende conto che la sua volontà vacilla sotto la bruciante passione nei confronti di Enea, una passione che la rende come una cerva colpita da una freccia mortale che non riesce più a scuotere via dal proprio fianco.

“Ma già la regina, tormentata da un profondo affanno, nutre una ferita nelle vene, e un cieco fuoco la divora”

Tormentata da questi pensieri, decide di confessare i suoi sentimenti alla sorella Anna e chiederle consiglio. Lei la spinge ad assecondare i suoi sentimenti e a prolungare con delle scuse la permanenza dei troiani. Questa decisione sarebbe stata infatti positiva non solo per lei, ma anche per tutto il popolo di Cartagine. In quanto regina doveva infatti tenere a mente che la città era circondata da popoli ostili e che solo Enea sarebbe stato in grado di assicurarle aiuto e protezione. Aveva già aspettato abbastanza, rifiutando qualsiasi proposta di matrimonio, ma ora era il momento di andare avanti. Non era giusto rinunciare alla sua giovinezza, all’amore e alla dolcezza della maternità. Dopo queste parole anche Didone si convince definitivamente ad abbandonarsi al proprio sentimento: conduce Enea sulle mura, gli mostra le sue ricchezze, tiene sulle ginocchia il piccolo Ascanio e si dispera quando l’eroe è lontano. La passione è ormai un bruciore, un tormento inarrestabile, che non da scampo, che le fa perdere il controllo di sè (trascura infatti tutti i propri doveri di regina), e che fa soffrire. Questo sentimento la porterà però all’esasperazione solo alla partenza dell’eroe. Enea infatti, che aveva in un primo momento ricambiato il suo amore, viene richiamato da Giove ai suoi doveri: deve immediatamente salpare per il Lazio, perché è lì che dovrà fondare una nuova patria. Didone cerca in ogni modo di impedire la partenza e implora Enea di trattenersi ancora a Cartagine, ma lui, di fronte al severo ordine divino, non può fare altro che preparare le navi e andare via. A quel punto Didone, convinta che il suicidio possa essere l’unica conclusione della sua vicenda, si toglie la vita gettandosi sulla spada che le era stata donata da Enea, tra le vesti che erano state dell’ospite. Anche questo gesto è quindi un’evidente dimostrazione del suo bisogno di amore. Tuttavia, profondamente umiliata e offesa da quel gesto, scaglia una maledizione su Enea, chiedendo a Giunone che, una volta arrivato in Lazio, potesse trovare guerre e dolore.

Se si volesse analizzare questo personaggio nell’ottica dell’epica omerica apparirebbe chiaro come inizialmente Didone rientri perfettamente nella concezione di Omero: è essenzialmente una regina e come tale legifera, amministra la giustizia e svolge i propri doveri di sovrana. L’irrompere della passione amorosa però distrugge rapidamente la consistenza epica della sua figura e la fa diventare chiaramente l’emblema dell’amore passionale. Se si volesse fare un paragone con i poemi omerici è evidente il contrasto fra questo personaggio e Andromaca, fra l’amore travolgente e appassionato e quello dell’ambiente familiare e quotidiano. Andromaca rientra perfettamente nella concezione della donna che avevano i greci: il suo posto è la casa, il suo lavoro è il lavoro domestico, è obbediente e fedele. Si prende personalmente cura del marito e si occupa del figlio Astianatte. Al contrario, Didone si discosta da questo concetto, sia per le sue caratteristiche di donna e di regina, sia per la sua vicenda amorosa.
Altro personaggio omerico è Elena. Diversa sia da Andromaca che da Didone, è una figura ambigua e combattuta, dalla psicologia complessa. Tradisce Menelao per fuggire a Troia con Paride e al contrario di Didone sembra non avere né dubbi né scrupoli nel suo gesto. Tuttavia, ella si pentirà più tardi di aver seguito unicamente le sue passioni e vivrà nel rimorso di aver provocato una strage per un uomo che non considera più degno. La sua autocritica e il suo rimorso saranno la sua condanna.

Nei primi capitoli dell’Eneide si incontra un altro personaggio femminile il cui destino assume un valore di necessità per il compimento del disegno del fato: Creusa. Creusa, figlia di Priamo ed Ecuba e moglie di Enea, entra in scena nel secondo libro: il protagonista, che si trova al palazzo di Didone, racconta ai presenti la fuga da Troia e in particolare la scomparsa della moglie. Dopo aver assistito a una serie di prodigi prodotti da Venere, Enea e il padre Anchise avevano deciso definitivamente di abbandonare la città: Enea aveva quindi caricato l’anziano padre su una spalla, aveva preso per mano il figlioletto Ascanio e, con la moglie al seguito, si era avviato passo spedito verso le porte della città. Erano appena riusciti a mettersi in salvo al tempio della dea Cerere, quando con orrore si era reso conto che la donna era scomparsa. Convinto che il suo cervello fosse stato annebbiato da qualche dio avverso che gli aveva fatto perdere la lucidità, aveva deciso di ripercorrere tutta la strada e tornare in città, alla ricerca della sposa. Dovunque c’erano cadaveri di guerrieri troiani e le donne e i bambini stavano in fila davanti ai generali achei. Aveva più volte chiamato la moglie, in preda al panico e all’angoscia, ma senza ricevere risposta. Ad un tratto però ai suoi occhi si era presentata l’immagine della moglie, sottoforma di ombra, di spirito. Non era riuscito a proferir parola: la voce si era arrestata in gola ed era rabbrividito. A quel punto “l’infelice simulacro” aveva iniziato a parlare, cercando di rassicurarlo. Gli aveva detto che non doveva preoccuparsi per lei, poiché la sua scomparsa faceva parte del disegno del fato ed era dettata dal volere divino e poi aveva pronunciato una profezia riguardante il futuro di Enea in Italia. Gli aveva detto di rallegrarsi, poiché lei, moglie di Enea e nuora di Venere, non sarebbe diventata serva dei Mirmidoni o dei Dolopi, poiché la Grande Madre Cibele l’aveva trasformata in una ninfa. Dopodiché l’immagine era svanita. Enea aveva tentato tre volte di cingerle il collo con le braccia, ma era scomparsa tra le sue mani, lasciandolo in lacrime.
L’apparizione di Creusa a Enea, dopo l’apparizione di Ettore e la comparsa di fiamme sul capo di Iulo, è il terzo prodigio, il terzo evento soprannaturale di cui si parla, ed è funzionale allo sviluppo della storia. Secondo il disegno del fato Enea avrebbe dovuto sposare Lavinia una volta arrivato in Lazio, perciò era necessario che Creusa sparisse. Inoltre la profezia dell’ombra serve ad informare il lettore, ma anche lo stesso Enea, di quale sarà il futuro del protagonista e di cosa lo aspetterà una volta fuggito da Troia. Creusa è fedele e paziente: accetta si fasi da parte per il bene del marito e perché lui possa compiere la sua missione. Si rende conto, forse anche prima del marito, che il suo sacrificio è necessario per il bene della patria e del popolo e mette da parte i suoi interessi personali. Seppur la donna ami l’eroe riesce ad accettare senza difficoltà il suo destino e, anzi, nella prima parte del suo discorso sembra sottolineare la vanità e l’irragionevolezza del dolore di Enea, perché la sua morte, essendo voluta dagli dei, non è solo inevitabile, ma evidentemente “giusta”. Come ultima cosa, prima di scomparire, Creusa prega Enea di prendersi cura del figlio e di “conservarne l’affetto”, a dimostrazione del suo amore di madre e della sua preoccupazione nel privare suo figlio della figura materna.

Altre figure femminili di particolare rilievo fin dai primi capitoli del poema sono le dee Venere e Giunone. In generale, per quanto riguarda l’apparato divino dell’Eneide, ci sono alcune differenze rispetto ai poemi omerici. Innanzitutto la presenza delle divinità è piuttosto limitata e ognuna di loro deve sottostare al volere del Fato. Inoltre gli dei sono meno capricciosi e vendicativi rispetto a quelli omerici: non intervengono spesso nelle vicende umane e il Fato gioca un ruolo fondamentale. Secondo Virgilio infatti tutta la storia dell’uomo è regolata da un disegno provvidenziale che controlla e governa ogni cosa.
Venere è la dea dell’amore e il suo nome significa probabilmente “fascino”, “bellezza”. Corrisponde alla dea greca Afrodite e sia Virgilio che Omero la considerano figlia di Zeus e Dione. Venere ha il potere di far innamorare gli dei e gli uomini ed è proprio il suo potere che darà inizio alla guerra di Troia: dopo che Paride le assegna la mela d’oro lei scatena l’attrazione fra lui ed Elena, che sarà all’origine del conflitto. Venere ha numerosi figli, tra cui Eros, o Cupido, il dio dell’amore, e Enea. Secondo la leggenda è proprio lui ad introdurre in Italia il culto di Venere, precisamente sul monte Erice, in Sicilia, dopo la morte del padre Anchise. Essendo madre dell’eroe, generato insieme ad Anchise, già nell’Iliade la troviamo schierata dalla parte dei troiani. In questo poema interviene spesso anche durante i combattimenti e per questo verrà rimproverata da Zeus, che la solleciterà ad occuparsi solamente di “amabili cose d’amore”. All’interno dell’Eneide invece si schiera sempre dalla parte di Enea, dimostrando più volte tutto il suo amore nei confronti del figlio, e cercando di aiutarlo ogni qualvolta Giunone lo mette davanti ad una situazione difficile da affrontare.
Appare per la prima volta nei panni di una giovane cacciatrice fenicia, che Enea incontra sulle coste di Cartagine. La madre infatti aveva intenzione di aiutarlo spiegandogli dove si trovasse e a chi chiedere ospitalità in quella terra sconosciuta. Appena la vede il figlio nota che c’è qualcosa di particolare nella ragazza: il suo volto e la sua voce sono chiaramente quelle di una dea. Enea ipotizza che si possa trattare di Artemide oppure di una delle ninfe. Quello della divinità che appare sotto false spoglie è un topos letterario già presente nei poemi omerici e in questo caso le sembianze che ella assume sono perfettamente verosimili e adatte al contesto, come lo è il suo discorso, con cui accoglie uno straniero appena giunto in una terra ignota. Nelle sue parole però emerge l’affetto e l’apprensione di madre, tanto che prima di congedarsi si rivelerà ad Enea e gli assicurerà la sua costante protezione. Questo è solo uno dei tanti interventi che farà la dea nel corso della narrazione: era apparsa infatti ad Enea durante la caduta di Troia, convincendolo a fuggire, e sarà lei a far sbocciare l’amore fra il figlio e la regina Didone.
Altra divinità fondamentale all’interno del racconto, in costante contrapposizione con Venere, è Giunone. Iuno o Giunone è un’importante dea italica legata alla vita delle donne, alla fertilità e all’inviolabilità del matrimonio. Figlia di Crono, nella religione romana è la sposa di Giove, e viene perciò identificata con la greca Era, moglie di Zeus. Nella religione greca era una moglie gelosissima, violenta e vendicativa nei confronti delle amanti del marito e dei numerosi figli illegittimi. Durante la guerra la dea si schiera costantemente dalla parte dei greci, anche quando Zeus ordina alle divinità di non intervenire, poiché prova un odio profondo nei confronti dei troiani, sostenuto da diverse motivazioni. Questo odio si scatenerà poi su Enea, che lei cercherà di ostacolare in ogni modo durante il suo viaggio verso l’Italia. Enea infatti, se avesse portato a termine la sua missione, avrebbe dato origine alla stirpe romana che durante le guerre puniche avrebbe sconfitto e raso al suolo Cartagine, città che la dea prediligeva. Si dice che la preferisse anche a Samo, isola in cui era nata e in cui aveva celebrato le sue nozze con Giove. È a Cartagine che la dea tiene le sue armi e il suo carro, simboli della sua potenza, e fin dalla sua fondazione la dea progetta e concepisce l’idea che la città regni su tutti i popoli. Altro motivo di odio verso la stirpe troiana è il fatto che l’antenato di Priamo e Anchise, Dardano, era nato dall’amore fra suo marito Giove e Elettra. Anche la terza motivazione dipende da un tradimento da parte dello sposo: innamoratosi di Ganimede, uno splendido giovinetto troiano, figlio del re Troo, Giove lo aveva rapito e gli aveva affidato l’incarico di coppiere degli dei al posto di Ebe, figlia legittima sua e di Giunone. Infine a scatenare nella dea una profonda rabbia verso il popolo di Troia, è la scelta compiuta da Paride prima della guerra. Il giovane assegna infatti a Venere il titolo di più bella tra le dee, offendendo e disprezzando la bellezza di Giunone. Decisa ad ostacolare Enea con tutti i propri mezzi, Giunone chiederà a Eolo di scatenare i venti che tiene chiusi in una caverna per allontanare i troiani dalle coste dell’Italia e cercherà di promuovere il matrimonio tra Enea e Didone, in modo da trattenere l’eroe a Cartagine e impedirgli di arrivare in Lazio. È chiaro però come tutti i suoi sforzi siano vani e come il suo accanimento nei confronti di Enea non possa portare ad alcun risultato, poiché la sua missione è voluta e controllata dal Fato, a cui anche la più importante fra le dee dell’Olimpo deve sottostare.
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