Ithaca di Ithaca
Tutor 11415 punti

parafrasi di Polidoro, libro terzo dell'Eneide

Testo tratto dalla fonte Eneide - Traduzione dal latino di Annibale Caro


Da’ Traci arato, al fiero Marte additto,
Ampio regno e famoso, e seggio un tempo
Del feroce Licurgo. Ospiti antichi
S’eran Traci e Troiani; e fin ch’a Troia
Lieta arrise fortuna, ebbero entrambi
Comuni alberghi. A questa terra in prima
Drizzai ’l mio corso, e qui primieramente
Nel curvo lito con destino avverso
Una città fondai, che dal mio nome
Enèade nomossi; e mentre intorno
Me ne travaglio, e i santi sacrifici
A Venere mia madre ed agli Dei,
Che sono al cominciar propizi, indico:
Mentre che ’n su la riva un bianco toro
Al supremo Tonante offro per vittima,
Udite che m’avvenne. Era nel lito
Un picciol monticello, a cui sorgea
Di mirti in su la cima e di corgniali
Una folta selvetta. In questa entrando
Per di fronde velare i sacri altari,
Mentre de’ suoi più teneri e più verdi
Arbusti or questo, or quel diramo e svelgo
Orribile a veder, stupendo a dire,
M’apparve un mostro: chè divelto il primo
Da le prime radici, uscîr di sangue
Luride gocce, e ne fu ’l suolo asperso.
Ghiado mi strinse il core; orror mi scosse
Le membra tutte; e di paura il sangue
Mi si rapprese. Io le cagioni ascose
Di ciò cercando, un altro ne divelsi;
Ed altro sangue uscinne: onde confuso
Vie più rimasi, e nel mio cor diversi
Pensier volgendo, or de l’agresti ninfe,
Or del scitico Marte i santi numi
Adorando, porgea preghiere umíli,
Che di sì fiera e portentosa vista
Mi si togliesse, o si temprasse almeno
Il diro annunzio. Ritentando ancora,
Vengo al terzo virgulto, e con più forza
Mentre lo scerpo, e i piedi al suolo appunto,
E lo scuoto e lo sbarbo (il dico o ’l taccio?),
Un sospiroso e lagrimabil suono
Da l’imo poggio odo che grida e dice:
Ahi! perchè sì mi laceri e mi scempi?
Perchè di così pio, così spietato,
Enea, vèr me ti mostri? A che molesti
Un ch’è morto e sepolto? A che contamini
Col sangue mio le consanguinee mani?
Chè nè di patria nè di gente esterno
Son io da te; nè questo atro liquore
Esce da sterpi, ma da membra umane.
Ah! fuggi, Enea, da questo empio paese:
Fuggi da questo abbominevol lito:
Chè Polidoro io sono, e qui confitto
M’ha nembo micidiale e ria semenza
Di ferri e d’aste che dal corpo mio
Umor preso e radici, han fatto selva.
A cotal suon, da dubbia téma oppresso,
Stupii, mi raggricciai, muto divenni,
Di Polidoro udendo. Un de’ figliuoli
Era questi del re, ch’al tracio rege
Fu con molto tesoro occultamente
Accomandato allor che da’ Troiani
Incominciossi a diffidar de l’armi,
E temer de l’assedio. Il rio tiranno,
Tosto che a Troia la fortuna vide
Volger le spalle, anch’ei si volse, e l’armi
E la sorte seguì de’ vincitori;
Sì che, de l’amicizia e de l’ospizio
E de l’umanità rotta ogni legge,
Tolse al regio fanciul la vita e l’oro.
Ahi de l’oro empia ed esecrabil fame!
E che per te non osa, e che non tenta
Quest’umana ingordigia? Or poi che ’l gielo
Mi fu da l’ossa uscito, ai primi capi
Del popol nostro ed a mio padre in prima
Il prodigio refersi, e di ciascuno
Il parer ne spiai. Via, disser tutti
Concordemente, abbandoniam quest’empia
E scelerata terra; andiam lontano
Da questo infame e traditore ospizio;
Rimettianci nel mare. Indi l’essequie
Di Polidoro a celebrar ne demmo;
E, composto di terra un alto cumulo,
Gli altar vi consacrammo a i numi inferni,
Che di cerulee bende e di funesti
Cipressi eran coverti. Ivi le donne
D’Ilio, com’è fra noi rito solenne,
Vestite a bruno e scapigliate e meste
Ulularono intorno; e noi di sopra
Di caldo latte e di sacrato sangue
Piene tazze spargemmo, e con supremi
Richiami amaramente al suo sepolcro
Rivocammo di lui l’anima errante.

Parafrasi


Oltre le vaste distese vi è una terra abitata cara a Marte,
già governata dal feroce Licurgo, coltivata dai Traci,
legata da un’antica amicizia a Troia e agli alleati Penati
finché ci fu fortuna. Qui approdo e sul sinuoso lido
fondo il primo villaggio, iniziando con il fato contro,
e trovo per esso il nome Eneade a partire dal mio nome.
Celebravo sacrifici alla madre Dionèa e agi dei,
che fossero favorevoli dell’impresa già iniziata, e al sommo re
dei cieli offrivo uno splendido toro sul lido.
Vicino vi era per caso una collina e su di essa una pianta
di corniolo ed un mirto ricco di fitte bacchette.
Mi avvicinai e, tentando di estirpare da terra una verde
pianta per coprire di rigogliosi rami gli altari,
mi appare un prodigio spaventoso, incredibile a parlarne.
Poiché dalla prima pianta a cui strappo le radici
dal suolo escono gocce di sangue nerastro
e la terra si macchia di sangue marcio. Un terrificante orrore
mi scuote le membra ed il sangue si gela per il terrore.
Continuo a strappare un ramo più molle di un'altra pianta,
per scoprire fino in fondo quale sia la causa nascosta,
ma anche dal corteccia di quest’ultima cola nero sangue.
Molto turbato in cuore veneravo devotamente le Ninfe del luogo
ed il padre Gradivo che protegge i campi dei Geti,
al fine di volgere in positivo il prodigio e alleviare l’incubo.
Ma quando mi avvicino al terzo arbusto, puntando le ginocchia
al suolo per strapparlo con maggiore forza,
- devo parlare o tacere? – dalla profondità del rialto si ode
uno struggente lamento e sento una voce:
<< Enea, perché torturi un infelice? Dai pace a un sepolto;
non macchiare le tue mani devote. Troia mi
legò a te, né questo sangue scorga da un tronco.
Ah, fuggi dalle terre crudeli e dall’avida terra.
Io sono Polidoro: qui mi trafissero e coprirono
cospicue frecce dalle quali poi è cresciuta una pianta>>.
Allora, con il cuore angosciato dal dubbio e dalla paura, rimasi sbalordito,
i capelli si drizzarono e le parole si fermarono nella gola.
L’infelice Priamo, con una grossa somma d’oro,
un tempo aveva affidato Polidoro al re Tracio
per allevarlo; egli ormai non aveva più fiducia nella vittoria
della Dardania e vedeva Troia accerchiata.
Il nemico, appena si indebolì la potenza di Troia e svanì
la fortuna, alleandosi con il vincente esercito degli Achei,
violò ogni legge divina: uccise Polidoro e prese l’oro
con la forza. A cosa non spingi gli uomini,
avido desiderio dell’oro? Finita la paura,
riferisco del miracolo degli dei ai sommi capi del mio popolo
e per primo a mio padre e chiedo loro un parere.
Sono tutti di un solo avviso: partire dal malvagio paese,
abbandonare il luogo incontaminato, riprendere le vie del mare.
Prepariamo così i riti funebri per Polidoro
e ricopriamo la tomba con molta terra: innalziamo gli altari
ai Mani, addobbati di scure bende e di cupo cipresso;
intorno le Troadi, con chiome sciolte secondo l’usanza;
al suolo versiamo vasi spumanti contenenti latte tiepido,
coppe di sangue rituale; doniamo pace a quell’anima
in un sepolcro e a gran voce diamo a lui l’addio.
Hai bisogno di aiuto in Eneide?
Trova il tuo insegnante su Skuola.net | Ripetizioni
Potrebbe Interessarti
Registrati via email