Concetti Chiave

  • Il capitolo esamina il contrasto tra l'ideale e il reale, con una nuova opposizione tra don Abbondio e l'Innominato.
  • Durante il viaggio verso il castello dell'Innominato, emergono ottimismo e contrasto tra i timori di don Abbondio e la realtà più positiva percepita dagli altri.
  • L'incontro tra don Abbondio e l'Innominato evidenzia il contrasto tra l'idealismo del secondo e la paura paralizzante del primo.
  • Il ritorno dei personaggi a casa mostra le devastazioni della guerra e la perdita dei loro beni, nonostante siano sopravvissuti.
  • La scena finale mette in luce il legame tra don Abbondio e Perpetua, uniti dalla stessa sorte nonostante le loro differenze di carattere.

Introduzione al tema

• L’analisi questo capito può articolarsi in due direzioni.
All’interno del contrasto fra ideale e reale abbiamo una nuova opposizione fra don Abbondio e l’Innominato
• La fuga dal villaggio si configura come esito positivo della vicenda, se non proprio idilliaco
Nell’avventura dei tre profughi, o sfollati, come si direbbe oggi, continuano a succedersi casi insoliti, come gli episodi legati alla guerra e situazioni inconsuete, come i timori di don Abbondio nei confronti dell’Innominato o i contrasti fra il curato e la governante.

Incontro dei tre fuggitivi con l’Innominato

Sostanzialmente, durante il cammino verso il castello dell’Innominato non mancano elementi di ottimismo (“Siamo ancora fortunati” dicevano le due donne: “ringraziamo il cielo. Vada la roba: ma almeno siamo in salvo.”). La figura di don Abbondio viene, come di solito, presentata da un “ma” avversativo che introduce il consueto contrasto del curato con le ragioni di fiducia che gli sono offerte; egli sostiene che un gran numero di persone che si radunano nello stesso posto può attirare facilmente i soldati i quali sanno bene che un fuggiasco porta sempre via con sé ciò che ha di più prezioso, facendo così credere che nel castello con tutti i rifugiati ci sia nascosto un tesoro. Tutto è costruito sul contrasto come quello fra i timori di don Abbondio e la realtà opposta dell’Innominato, a lui incomprensibile. A ciò si aggiunge ora l’antitesi fra il brontolio e le “fantasticaggini” del padrone e il buon senso di Perpetua; ma i continui inviti a Perpetua affinché taccia, si aggiungono di nuovo le battute del curato dal dialogo al monologo. Nell’incontro con l’Innominato, il curato mette in atto le sue regole di buona creanza, bene inscritte nelle consuetudini del tempo: egli fa uso di un linguaggio da cerimonia, infarcendolo di titoli d’ossequio e di lunghe formule. L’espressione “Oh giusto!” rivolta da Agnese all’Innominato in risposta al fatto che quest’ultimo afferma che la presenza di profughi nel castello è una benedizione di Dio, indica stupore, ma anche sicurezza e dispetto, il tutto derivato dall’indole spontanea della donna di cui più volte, nel corso del romanzo viene sottolineata la familiarità e la disinvoltura, senza mai un’ombra di servilismo.

Due personaggi a confronto: l’ Innominato e don Abbondio

Don Abbondio prosegue il suo colloquio con l’Innominato, un discorso ricco, ancora una volta, di tante congiunzioni avversative, che quasi tende ad una sorta di tic come si può notare anche nel capitolo XXIII. Riprende poi, con una comica dissonanza, il monologo segreto, esclamativo e frantumato, suggerito dalla paura, in risposta ai generosi propositi dell’Innominato. Come nel precedente incontro con don Abbondio, l’Innominato è ben lontano dal sospettare le meschinità del prete: anzi, pronto com’è a rivolgere accuse solo a se stesso, vede gli altri alla luce del suo medesimo ideale, partecipi alla sua resistenza e potenziali combattenti a suo fianco. Invece, in don Abbondio non si compie alcuna evoluzione; egli rimane chiuso all’interno del castello in un’atmosfera d’ozio che sembra sospendere i conflitti, mentre l’Innominato affronta con i suoi uomini il mondo esterno e vi combatte. L’ironia del rapporto fra i due personaggi è sempre nel contrasto fra l’ex tiranno che chiama a raccolta per lottare contro il mare e il sacerdote di vecchio stampo chiuso sempre più nel suo monologo e nella sua paura.

Esito non del tutto idilliaco della fuga

Il ritorno a casa sfiora soltanto per un attimo le grandi devastazioni avvenute ad opera dei Lanzichenecchi e sfocia subito nelle disavventure private dei personaggi, che hanno salvato la vita, ma perduto il loro beni preziosi. Sulle rovine, riaffiora il battibecco fra don Abondio e Perpetua: i soldati hanno portato via gli oggetti preziosi che Perpetua aveva nascosto sotto terra. La reazione dei due personaggi, seppure con caratteristiche diverse, sono di pari significati, anche se quella di Perpetua è più schietta e quella del curato più velata, ma di origine colta (“Ah baroni!” esclama don Abbondio, il termine deriva dal latino “baro” = furfante), mentre Perpetua esclama “Ah porci”. La scena che segue, pur opponendo tra loro i due litiganti, mette in luce la loro unità di fronte alla stessa sorte. Inoltre la distruzione frutto della guerra, si traduce nel motivo non nuovo nel romanzo, ma più grave del solito, della canonica profanata e dell’antica quiete ridotta in briciole. In tutta la descrizione del risultato del saccheggio prevale in ricorso di suoni duri (in particolare del nesso s + consonante e delle doppie) che sembrano voler raffigurare la lacerazione del saccheggio: “tralci a terra….. strappati…. sparso di schegge…. sterpi…. schiantati,….. sforacchiare. sfondati…. zaffate di puzzo). Alle soglie di una nuova tragedia, si ricompone l’orizzonte paesano, segnato dalle incursioni dei soldati e dai furti dei contadini: la storia ufficiale di un episodio della guerra dei Trent’Anni diventa così una ferita della gente di ogni giorno.
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