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Manzoni offre ai suoi lettori, nel corso di tutto il romanzo, una spietata critica nei confronti del ‘600, sia per mezzo di digressioni storiche, sia con discorsi, comportamenti e atteggiamenti dei suoi personaggi. Bisogna però tenere conto che ciò che Manzoni scrive è anche frutto del suo personalissimo pensiero: pur parlando di vicende e dando informazioni di indiscutibile veridicità, alcune sono certamente da considerarsi focalizzate sotto il suo punto di vista, che avrebbe potuto differire da quello di un altro della sua epoca, magari ateo o di nazionalità diversa. Di fatto, l’autore ci parla di una società corrotta, ipocrita, dissipata e talvolta indifferente verso le vere necessità di un popolo che andava decimandosi a causa della carestia e della peste in diffusione.
Primo fra tutti, Manzoni condanna il mal funzionante sistema giudiziario. Esso è presentato dal punto di vista di due popolani, Renzo e Lucia, che si vedono privati del loro inalienabile diritto al matrimonio, ma anche di un curato, don Abbondio, sottostante ai voleri di un signorotto prepotente. Nemmeno coloro che dovrebbero garantire la giustizia si salvano dall’occhio attento di Manzoni: ne è un valido esempio il dottor Azzeccagarbugli che, nel capitolo a lui dedicato, caccia un Renzo disperatamente alla ricerca di una tutela e di una protezione da parte dello stato che però, appunto, non ottiene. Ne emerge che la società aristocratica del ‘600 non solo non conosceva la certezza del diritto, ma anche non concepiva il cittadino come tale ma come suddito. Si tratta di una società senza leggi, dove i veri governanti erano i nobili e i ricchi. A compensare la mancanza di una giustizia umana c’è però il trionfo della giustizia dettata da Dio e trasmessa per mezzo di personaggi come Fra Cristoforo, aiutante dei due sposi per tutto il romanzo.

Altra falla della società seicentesca era il sistema economico, tristemente in degrado per via della terribile carestia che stava attanagliando la Lombardia e che aveva contribuito all’aumento del prezzo del pane che, lievitando smisuratamente, diventava un bene irraggiungibile dalla maggior parte della popolazione, appartenente ad un ceto sociale poco abbiente. L’interesse del potere politico era relativamente poco e perlopiù finalizzato alla costruzione di un’immagine benvoluta dalla popolazione più che ad una seria risoluzione del problema. Nel XII capitolo si parla in modo approfondito della rivolta popolare di Milano a cui Renzo sventuratamente partecipa: essa vede l’intervento del cancelliere milanese Antonio Ferrer, il quale propone di dimezzare il prezzo del pane e a mantenerlo sempre basso. In conclusione, mentre i ricchi ricevevano il pane nelle loro case, il popolo non aveva neanche soldi per mangiare.
Manzoni non risparmia critiche sulla cultura e in generale l’educazione della gente del ‘600. Renzo, in questo caso, veste i panni dell’uomo ignorante che non ha la minima conoscenza del latino e delle leggi, come evidenziato nell’episodio del colloquio con don Rodrigo e con l’Azzeccagarbugli. Troviamo anche il personaggio di Gertrude, destinata a vestire l’abito monacale sin dalla nascita e cresciuta secondo rigidi schemi religiosi a cui lei deve sottostare. Da qui un altro degli elementi condannati da Manzoni: la scelta vocazionale. Se in Fra Cristoforo la vita consacrata è fortemente sentita e voluta e in Gertrude è precocemente imposta, in don Abbondio è sotterfugio per collocarsi in uno dei piani più alti della società, così da potersi permettere un’esistenza tranquilla e talvolta sfarzosa. Manzoni ne approfitta per evidenziare l’attaccamento alla fede di tutti i personaggi, differente a seconda del temperamento e delle storie di ciascuno di essi.
Infine una critica, già comunque sottointesa in tutte le altre, va alla predominanza dei più ricchi che, in riferimento all’episodio del banchetto di don Rodrigo, durante un ricco simposio discutono di fatti a cui solo menti ottuse come quelle dei nobili possono interessarsi, mentre la popolazione continua a morire di fame e stenti.

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