Introduzione
Ne “I promessi sposi”, i personaggi di alto affare sono le figure potenti che appartengono alla nobiltà o comunque che fanno parte di une classe sociale altolocata. Nel maggior parte dei casi, esse gestiscono le situazione di nascosto, senza apparire troppo, mossi soltanto dal proprio interesse personale, dando prova di orgoglio e presunzione e, a volte, anche di incompetenza e di inettitudine.
Il conte zio
Il primo di tutti è il conte zio. È una persona scaltra che sa destreggiarsi molto bene nei affari pubblici e che per ottenere il proprio vantaggio agisce sempre con cinismo e astuzia. Fa parte del Consiglio segreto, una consulta composta di tredici membri, provenienti dalla magistratura e dall’esercito, che fornisce al governatore del Ducato di Milano pareri non vincolanti. Il termine “conte zio” indica le due autorità che egli rappresenta: quella nobiliare e quella familiare. Si tratta di un personaggio ambiguo per eccellenza che lo scrittore ci descriva con un’abbondanza di ossimori: un tacere significativo, la capacità di restare a metà del discorso per dire molto di più di quello che esprime chiaramente, delle minacce espresse diplomaticamente in modo cerimonioso. Avendo vissuto alla corte reale di Madrid, quando parlava tutti con ascoltava con ammirazione e deferenza. Affermava che in una certa situazione non poteva fare nulla, in modo tale da non essere creduto e ciò aumentava il suo prestigio, in conformità con quanto afferma Machiavelli ne Il Principe: “A uno principe…. Non è necessario avere in fatto tutte le soprascritte qualità, ma è bene necessario parere di averle, anzi……parendo di averle sono utili”. La similitudine a cui ricorre il Manzoni è molto significativa: il conte zio ricorda una di quelle scatole, che non contengono nulla, ma che su coperchio riportano un’iscrizione incomprensibile come scopo di mantenere o aumentare la reputazione del venditore. Il colloquio con il padre provinciale dei cappuccini mette in mostra tutta la sua abilità linguistica e la sua arte retorica del detto-non detto e del minacciare ossequioso, finalizzato all’ottenimento del suo obbiettivo: l’allontanamento di padre Cristoforo dal Ducato di Milano.
Azzecca-garbugli
Il dottor Azzecca-garbugli è l’avvocato che conosce tutte le grida, quelle vecchie e quelle recenti; all’interno di essere sa districarsi molto bene. È sempre pronto a difendere i clienti purché non abbiano offeso persone di riguardo. La trascuratezza e la rovina che regnano nello studio in cui Renzo viene ricevuto rappresentano la persona stessa che appare alla fine della descrizione, come se il dottore facesse parte integrante dell’arredamento. Le allusioni al potere, motivo di soggezione per Renzo non mancano: busti imperatori romani, borchie dorate, decorazioni varie, lo toga. Il fatto che i libri, ossia gli strumenti di lavoro, non siano in ordine e che la toga sia diventata una vestaglia sottolineano come la cultura giuridica di cui dovrebbe essere in possesso dall’Azzecca-garbugli è alquanto vecchia e superata. Il lungo discorso pronunciato dal dottore si basa sulla deformazione della realtà: la realtà viene capovolta e il bravo violento diventa un povero giovanotto che è stato calunniato. Quando, però, viene chiarito che è Renzo ad aver subito l’offesa e che l’autore è il potente don Rodrigo, le cose cambiano e il dottore assume un aspetto caricaturale: aggrotta le ciglia, aggrinza il naso, storce la bocca e caccia Renzo fuori dello studio, in malo modo. Azzeccagarbugli potrebbe essere definito un legulei (un avvocato di poco conto). È il simbolo della giustizia del Seicento, corrotta e a servizio dei potenti, invece di sostenere e difendere i più deboli che sono sempre le vittime dei soprusi e delle angherie.
Don Ferrante
Si tratta del tipico letterato del Seicento, inetto, superficiale, pedante e del tutto inutile. La sua biblioteca, costituita da 300 volumi, costituisce la fotografia del cervello, della cultura e della consistenza spirituale del padrone. In lui, la cultura è fatta di erudizione e di formalità, senza nessun risvolto reale. Non è in grado di fare sue e di rielaborare le nozioni apprese e si fida ciecamente degli autori che legge, sia antichi che moderni. I suoi interessi vanno soprattutto verso l’astrologia, alla cavalleria e alle scienze occulte. Non è in grado di prendere iniziative e dimostra di essere senza personalità A forza di negare la peste, non prende nessuna precauzione e muore contaminato dal morbo come un eroe del Metastasio: la sua presunzione lo porta alla morte.
Donna Prassede
La moglie di don Ferrante. Essa è irrigidita nelle formule di una religione superficiale. Si prende l’incarico di educare Lucia, ma lo fa con delle modalità tali da ottenere l’effetto contrario. Infatti con il suo bigottismo e il senso della falsa carità, vorrebbe costringere Lucia a dimenticare Renzo, che definisce un poco di buono, ma ottiene proprio l’opposto di ciò che desidera. Non manca di presunzione poiché è fermamente convinta di essere dalla parte giusta per manipolare la ragazza ed ottenere da lei ciò che vuole.Donna Prassede, come il marito, è l’esempio di una persona che vuole fare del bene a tutti i costi, senza però dar prova di umiltà, per cui il suo ruolo è negativo poiché il movente non è la solidarietà e la carità cristiana, bensì il puntiglio personale, l’orgoglio e la presunzione.
Il Padre provinciale dei cappuccini
A differenza di padre Cristoforo da cui emana una forte spiritualità, il padre provinciale è una figura intrisa di burocrazia, prudenza e anche di ipocrisia. Pur di salvaguardare il buon nome dell’ordine, non controbatte con forza le illazioni del conte zio e preferisce sottomettersi alla volontà di quest’ultimo, facendo così un torto alla giustizia.Esso è l’esempio di come il potere della Chiesa, nel Seicento fosse condizionato da quello politico.
In definitiva, nell’economia del romanzo è il responsabile de fatto che da un certo momento in poi Lucia
verrà a mancare del sostegno di padre Cristoforo
Antonio Ferrer
È il Grande Cancelliere spagnolo in servizio a Milano come sostituto di Don Gonzalo, impegnato nella guerradel Monferrato. Nel giorno del tumulto, egli accorre per salvare il Vicario di provvisione asserragliato nella
sua casa perché il popolo in rivolto, ritenendolo la causa della carestia lo vuole linciare. Il Cancelliere è un
incompetente perché, come dimostra lo scrittore, applicando un calmiere al prezzo del pane, in realtà ha
contribuito a peggiorare la situazione. Il popolo lo ritiene un salvatore, ma in realtà la sua posizione è molto
ambigua, evidenziata dall’uso dello spagnolo (con il cocchiere) e dell’italiano (rivolto al popolo). Alla folla
rivolge delle espressioni demagogiche e con il cocchiera lascia trasparire chiaramente le sue vere intenzioni
di insofferenza nei confronti della sommossa.
Don Rodrigo
Don Rodrigo è il signorotto di campagna che crede che la sua volontà non abbia limiti. È incapace di cambiare e di ascoltare la propria coscienza nel caso ne avesse una. Le sue azioni sono in continuo crescendo di intensità e di cattiveria: molesta Lucia lungo la strada, fa una scommessa con il cugino, reagisce con veemenza alle parole di padre Cristoforo, pianifica il rapimento di Lucia, tramite il conte zio fa allontanare il frate da Pescarenico e ricorre nuovamente al rapimento rivolgendosi all’Innominato e indirettamente allo scellerato Egidio, già amante di Gertrude.
Conte Attilio
Il conte Attilio, il cugino di don Rodrigo e nipote del conte zio. A ben vedere è il vero motore degli obiettivi di don Rodrigo. Infatti è lui che lo spinge a proseguire, provocandolo. Il suo comportamento è frivolo e cinico come dimostrano le idee che durante il banchetto esprime a proposito di una questione cavalleresca e della carestia che si fa avanti. Sono due problemi importanti che, però, lui liquida con molta superficialità e violenza. Vive a Milano dove passa il suo tempo a divertirsi in modo smodato e senza freni con i suoi amici, a spese di coloro che considera inferiori Si tratta di un ulteriore personaggio aristocratico del tutto inutile se non dannoso.
Gertrude e Egidio
In questa categoria, rientrano anche Gertrude e Egidio. Complici di aver ucciso la conversa perché al correntedel loro rapporto, come se non bastasse, si lasciano anche coinvolgere nel rapimento di Lucia.
Come don Rodrigo e il conte Attilio sono due figure che rinnegano la vita per le quali il giudizio non può essere che negativo: non sono riusciti o non hanno voluto risolvere il problema esistenziale nella pratica dell’umiltà e del bene.
La storia di Gertrude mostra il legame tra la prepotenza sociale della nobiltà (= Principe padre) e il sistema ecclesiastico