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L’innominato (cap. XX)

Di ben altra pasta rispetto a don Rodrigo è fatto l’innominato, un nobile spietato e deciso che terrorizza l’intero circondario.
A lui si rivolge don Rodrigo perché lo aiuti a rapire Lucia, che nel frattempo, su consiglio di fra Cristoforo, si è rifugiata in un convento femminile di Monza.
Dell’innominato Manzoni fornirà il ritratto: “Era grande, bruno, calvo; bianchi i pochi capelli che gli rimanevano; rugosa la faccia: a prima vista, gli si sarebbe dato più de’ sessant’anni che aveva; ma il contegno, le mosse, la durezza risentita dei lineamenti, il lampeggiar sinistro, ma vivo degli occhi, indicavano una forza di corpo e d’animo, che sarebbe stata straordinaria in un giovane”.
Ma, prima di tutto, Manzoni lo presenta ai lettori attraverso i luoghi in cui l’innominato vive.
L’innominato è un capo solitario e terribile, sdegnoso e asociale, che, quando occorre, sa tenere a distanza le stesse truppe spagnole. I suoi armati sono ben più capaci e temibili di quelli dell’inetto don Rodrigo.

L’innominato, uomo d’azione, è una sorta di eroe del male, le cui imprese erano state largamente citate da Manzoni nel capitolo precedente. Riceve dunque sbrigativamente il nobile postulante: gli bastano poche battute per afferrare il problema, accogliere la richiesta di aiuto e congedare don Rodrigo.
L’innominato è però destinato a una provvidenziale conversione. Sarà infatti proprio il suo “passaggio di campo”, quando Lucia, indifesa e senza via di scampo, è ormai prigioniera fra le sue mani, a capovolgere i rapporti di forza e a indirizzare la vicenda verso il suo lieto fine. Alcune celebri pagine del romanzo saranno dedicate ai suoi tormenti interiori e al suo pentimento.

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