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L'Innominato

L'Innominato può essere collocato all'interno del gruppo dei personaggi "tutti d'un pezzo", coerenti nel bene come nel male, capaci di resistere alle contingenze e alle suggestioni del momento; dei personaggi, insomma, che si muovono nella dimensione del sublime, a differenza degli altri che restano al livello del mediocre.
Si tratta quindi di un personaggio doppiamente sublime, in cui si incarna e prende vita un cozzo prodigioso fra le tenebre più assolute e la luce più dirompente, in cui si svolge un contrasto tra poli opposti di sapore tipicamente romantico.
Lo scrittore non rappresenta direttamente con narrazione analitica la prima parte della vita dell'Innominato, limitandosi a esporne un succinto estratto, ma sicuramente essa, se distesamente svolta, sarebbe apparsa permeata di qualità tali da attirare la stupita attenzione e a volte addirittura la simpatia dei lettori, perplessi per la crudeltà intrinseca delle opere compiute dal personaggio, ma costretti all'ammirazione dovendone constatare la lealtà, la schiettezza e la sincerità nell'uso dei mezzi. L'Innominato infatti, postosi come fine l'arbitrio e la violenza, agiva in questo senso in modo affatto scoperto, con mezzi brutali ma manifesti, mettendosi in guerra contro tutti e per cominciare contro le autorità e la classe dominante da cui egli stesso discendeva e da cui traeva la prima origine della sua potenza. Le arti subdole, le finzioni, i temporeggiamenti erano perentoriamente esclusi dalla sua strategia, che conosceva solo l'attacco diretto e frontale. Mai insomma l'Innominato si sarebbe inchinato a qualcuno posto più in alto di lui per usare poi dell'autorità di questo per andare a colpire chi si trovasse a un livello sociale più basso. Può riuscire utile ai questo punto un confronto col comportamento di don Rodrigo, confronto che permette di rilevare la ambiguità, la doppiezza e la viltà della condotta di quest'ultimo rispetto alla limpidezza della condotta dell'Innominato. Don Rodrigo infatti non è né dentro né fuori della legge: da essa intende trarre i possibili vantaggi notevoli per chi come lui si trova dalla parte dei dominatori; ma nello stesso tempo non esita ad abbandonarla e a trasgredirla quando da ciò gli derivi un profitto maggiore, stando ben attento comunque a fare in modo che l'infrazione non sia troppo clamorosa.

L'Innominato, al contrario, ha preso partito una volta per tutte dichiarandosi contro la legge e quindi non pretende di assumerla come utile strumento in determinate circostanze al fine di perseguire i suoi scopi delittuosi. Il suo rifiuto è radicale, esteso ad ogni ordine della costituzione sociale e giuridica del tempo, né egli intende fare discriminazioni, scendere a compromessi. Nella radicalità di questo atteggiamento si può sorprendere quasi un senso di primordiale e grossolana giustizia: nei confronti di una società che ha legittimato i privilegi, le prevaricazioni e le violenze di alcune caste e di alcuni gruppi sociali su tutti gli altri, atto di elementare giustizia è già appunto una violenta e coraggiosa negazione di tale ordinamento. E' vero che l'atto dell'Innominato è di natura esclusivamente distruttiva come il gesto di un dinamitardo, e non prevede, non lascia trasparire alcuna possibilità per una successiva opera di costruzione. Ma intanto, a modo suo, egli è venuto a stabilire una sorta di rudimentale diritto all'uguaglianza, benché si tratti, per il momento, di un'uguaglianza che altro non è se non un uguale grado di esposizione al male. E infatti tutti indistintamente i cittadini, a qualunque gruppo sociale essi appartengano, sono perennemente sotto la minaccia delle violenze dell'Innominato, che non si lascia intimorire dai privilegi e dalle posizioni di potenza; i suoi colpi non sono rivolti solo contro gli umili, ma non esitano ad abbattersi anche sulle persone influenti, tanto è vero che da questi ultimi, infine, egli viene respinto, bandito, costretto all'esilio o a un'esistenza clandestina, a stento tollerata. Si noti che a questo modo l'Innominato ha iniziato un processo di purificazione e di liberazione; per il momento, si è sottratto alle limitazioni di casta, per muovere risolutamente a una chiarificazione e a una semplificazione dei rapporti umani. Sotto questo aspetto la rivolta dell'Innominato presenta molti punti di contatto con l'altra oscura, rivolta, tenacemente perseguita contro i nobili da colui che, abbandonato il secolo, sarà poi padre Cristoforo. In entrambi i casi la reazione all'iniquità dell'ordinamento sociale viene condotta in un primo tempo sullo stesso piano mondano e valendosi degli stessi strumenti di violenza e d'offesa, degli stessi sentimenti d'orgoglio e di superbia di cui usualmente si serve il ceto dominante. Ma per entrambi sopravviene successivamente l'illuminazione, la conversione e quindi l'ingresso in un nuovo ordine.
Complessivamente, si può dire che il carattere fondamentale dell'Innominato, come pure quello di padre Cristoforo, è un'inesausta ricerca dell'assoluto. Finché non gli si è presentato un ideale positivamente formulato e definito, l'Innominato ha incanalato la sua straordinaria energia in direzione esclusivamente negativa, portando forti colpi al vecchio ordine, ma senza scopo, gratuitamente. Poi, nella notte angosciosa trascorsa nel castello, ove tra pene indicibili giace Lucia dopo essere stata rapita, nell'animo dell'Innominato matura la conversione: il personaggio cambia di segno, e se prima la sua carica di energia morale e di ansia per l'azione era preceduta da un "meno", in seguito lo accompagnerà ad ogni passo un "più" nettamente e chiaramente impresso.

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