Alessandro Manzoni


Alessandro Manzoni nacque nel 1785 a Milano figlio di Giulia Beccaria e Don Pietro Manzoni. Il nonno materno era l’illuminista milanese Cesare Beccaria, autore del trattato dei Delitti e delle Pene, che Manzoni ebbe modo di incontrare solo una volta in occasione della visita della madre al celebre padre. Il padre invece apparteneva alla nobile casata dei Manzoni. Si dice però che Alessandro non sia figlio del nobile Don Pietro, bensì di un amante della madre: Giovanni Verri.
Trascorse i suoi primi anni di vita prevalentemente nella cascina Costa di Galbiate ma dimorò anche in una villa rustica appartenente alla famiglia del padre. In seguito alla separazione dei genitori (1792), Manzoni visse e venne educato in collegi religiosi. Il primo collegio che frequentò fu quello dei Somaschi a Merate dove trascorse cinque anni bruttissimi per via dei compagni violenti e delle dure punizioni ordinate dagli insegnanti. Durante questo periodo la sua unica consolazione era la letteratura infatti raccontava che durante la ricreazione, si chiudeva in una stanza e componeva versi. Successivamente venne trasferito a Lugano nel collegio di Sant'Antonio (anch'esso gestito dai Somaschi) dove incontrò nel 1796, il padre Francesco Soave di cui ebbe sempre un bel ricordo, come testimonia nei Promessi Sposi. Infine si trasferì a Milano nel collegio Longone gestito dai Barnabiti. Qui incontrò grandi personalità come Vincenzo Monti di cui lui fu grande ammiratore infatti leggeva i suoi scritti e lo riteneva il più grande poeta vivente.
Studiò con grande passione la letteratura classica e tra gli autori prediletti troviamo Orazio e Virgilio di cui tradusse alcune passi delle rispettive opere: la terza satira del primo libro e alcune parti del libro quinto dell’Eneide. Tuttavia ebbero un ruolo molto importante autori medievali (Dante e Petrarca) e autori contemporanei come Parini e Alfieri.
Dopo il soggiorno al Longone, visse per un po’ d’anni con il padre presso la villa Caleotto partecipando alla vita di città e dandosi al divertimento. Tutto ciò finì quando ricevette un rimprovero del Monti che lo convinse ad abbandonare il vizio. Oltre ai numerosi svaghi, la giovinezza del Manzoni venne contrassegnata anche dal soggiorno a Venezia presso il cugino Giovanni Manzoni dove incontrò la nobildonna Isabella Albrizzi e scrisse tre dei quattro sermoni. Non è chiaro il motivo per cui si sia trasferito a Venezia ma molto probabilmente fu una volontà del padre per discostarlo dallo stile di vita dissipato.
Manzoni ebbe come punto di riferimento in campo letterario Vincenzo Monti e sulla sua base scrisse molte opere. Tuttavia conobbe e tenne conto di grandi autori dell’epoca come Parini da cui apprese le idee illuministe, poi Foscolo, Lomonaco e Vincenzo Cuoco (considerato il primo vero maestro del poeta). Seguì diverse lezioni all'università di Pavia e qui conobbe sia studenti che docenti con cui divenne grande amico. Le idee di questi in difesa della morale, lo influenzarono molto e lo introdussero al pensiero giansenista. In questo periodo scrisse Del trionfo della libertà, Adda e i quattro sermoni che portano l’impronta di Monti e di Parini ma anche l’eco di Virgilio e Orazio.
Nel 1805 Manzoni venne invitato a Parigi dalla madre e dal consorte Carlo Imbonati che Manzoni non conobbe per via della sua morte avvenuta il 15 marzo. Lasciò alla madre del poeta un ricco patrimonio ma anche un forte dolore che solo l’affetto e l’amore di un figlio poteva placare. Infatti in questo periodo Manzoni creò un forte legame d’affetto con la madre e scoprì finalmente cosa significasse questo affetto, sensazione che per troppo tempo a lui fu ignota. In onore della morte del conte scrisse un’ode intitolata “In morte di Carlo Imbonati”. Con la madre frequentò il circolo intellettuale parigino dei cosiddetti Idèologues dove Manzoni ebbe modo di conoscere grandi personalità letterarie della compagine culturale francese aiutato anche dal buon nome della madre. Furono protagonisti di alcuni spostamenti: il primo avvenne nel 1806 e venne fatto per sistemare alcune pratiche legali relative all'eredità del conte; il secondo avvenne nel 1807 e come testimoniano le lettere scritte dal Manzoni, venne svolto fra varie città dell’Italia settentrionale concludendosi con un triste evento: la morte del padre. Alessandro però non partecipò ai funerali e si limitò a scrivere alcune parole sulla sua salma che risultarono abbastanza fredde. Nel maggio dello stesso anno, nominato dal padre unico erede, fu di ritorno a Parigi. La madre in quegli anni si impegnava a trovare una sposa per il figlio e questo infatti fu uno dei motivi per cui fecero questo viaggio in Italia. Alla fine sposò Enrichetta Blondel da cui ebbe dieci figli. Tutto questo finì nel 1841 quando la morte si impossessò della madre e la separò definitivamente dall'amore ritrovato del figlio.
Il matrimonio fra Enrichetta e il Manzoni avvenne secondo il rito calvinista che inizialmente era stato accettato da Alessandro ma già dal battesimo della figlia avvenuto secondo il rito giansenista, il poeta si avvicinò sempre si più al cattolicesimo. Infatti dopo il battesimo Manzoni scrisse una supplica al papa Pio VII nella quale si scusava dell’errore commesso e chiedeva fervidamente di poter celebrare nuovamente il matrimonio però questa volta seguendo il rito cattolico. La conversione di Manzoni venne favorita anche da conoscenze molto importanti in ambito politico e anche cattolico come  Ferdinando Marescalchi, ministro delle Relazioni estere del Regno d'Italia napoleonico, ma soprattutto l’abate Eustachio Degola che aiutò Enrichetta nello studio del rito cattolico e incoraggiò entrambi alla conversione. Tuttavia si dice che Manzoni si convertì per il cosiddetto “Miracolo di San Rocco”: il 2 aprile del 1810, venne celebrato il matrimonio fra Napoleone e Maria Luisa D’Austria; in occasione di questo importante evento vennero fatti esplodere dei mortaretti spargendo il panico in tutta la folla delle strade; per via della gran confusione Manzoni smarrì la moglie e si rifugiò nella chiesa di San Rocco. Qui pregò il Signore di fargli ritrovare la moglie e appena uscito fuori la abbraccio convertito. Un’altra versione di Giulio Carcani narra di un Manzoni frustrato e confuso che si recò nella chiesa di San Rocco e invocò Dio di dimostrargli di esistere; poi uscì dalla chiesa credente. La moglie invece abiurò ufficialmente il proprio credo calvinista il 3 maggio 1810. Il 2 giugno dello stesso anno Manzoni insieme alla famiglia partì per Brusuglio e vi arrivò qualche settimana dopo. Alternò periodi a Brusuglio e in città trascorrendo le vacanze nella villa fuori porta dove si dedicava all'agricoltura. A Milano vissero inizialmente presso una residenza in via S. Vito al Carobbio e successivamente a Palazzo Beccaria finché non acquistò una casa in via del Morone dove visse molti anni. Durante questi anni la famiglia Manzoni crebbe in numero grazie all'arrivo, in anni diversi, di ben 9 figli dei quali però alcuni morirono dopo la nascita. Anche in Italia il poeta non fece mancarsi la compagnia ecclesiastica infatti prima di partire chiese al loro fidato sacerdote di trovare un adatto sostituto che potesse prestar loro assistenza spirituale. Al cospetto di questa richiesta il presbitero non poté fare altro che scrivere al giansenista don Luigi Tosi il quale fece un’ottima impressione sia ad Alessandro che alla madre Giulia come si evince da uno scritto che il poeta invia a padre Degola per ringraziarlo. Poiché né Alessandro, né la moglie e né la madre avevano ricevuto il sacramento dell’eucaristia, padre Luigi si prestò a far loro una piccola preparazione eucaristica per poi permettere loro il gran privilegio di ricevere il corpo di Cristo.
Gli anni fra il 1812 e il 1827 vengono definiti dalla critica letteraria quindicennio creativo poiché in questo arco di tempo Manzoni stese le sue opere più importanti a partire dagli inni sacri a terminare al grande romanzo della letteratura italiana.
Gli inni sacri furono l’espressione letteraria della spiritualità manzoniana poiché il poeta, essendosi convertito con grande entusiasmo al nuovo culto, sentiva la necessità morale di divulgarlo. Nelle sue intenzioni c’erano diverse opere: Il Natale, L'Epifania, La Passione, La Risurrezione, L'Ascensione, La Pentecoste, Il Corpo del Signore, La Cattedra di San Pietro, L'Assunzione, Il Nome di Maria, Ognissanti e I Morti; di questi ne portò a termine solo cinque: La Resurrezione, Il Nome di Maria, Il Natale, La Passione e La Pentecoste. Scrisse anche due tragedie e realizzò una prima bozza del romanzo. L’Ognissanti venne iniziata, non la si può definire una vera e propria opera poiché restò in stato di frammento come possibili aggiunte ad altre opere. La poesia religiosa del Manzoni epiloga con “Strofe per una Prima Comunione”. Quest’opera nell'intento del poeta doveva essere una poesia popolare; tuttavia il risultato non fu completamente questo perché lo stile discosta in alcune parti da quello popolano e spazia nel neoclassico per poi però ritornare alla comunità dei credenti che insieme al poeta innalza una lode a Dio. Questo aveva il fine di raccogliersi intorno alla figura divina per difendersi dal male imperante. Una simile coralità emerge soprattutto nella Pentecoste ove i figli d’Eva, sparsi in tutto il mondo, si uniscono in nome della comune fede.
Mentre Manzoni si dedicava alla realizzazione degli Inni Sacri, Napoleone veniva battuto a Lipsia e così tutti i suoi possedimenti venivano conquistati dagli stati nemici; quindi Milano passò nuovamente in mano agli austriaci. Manzoni viveva tutto questo dal suo palazzo in via Morone e con grande angoscia descrisse in una lettera, la violenza del linciaggio del ministro delle finanze Giuseppe Prina. Il senso patriottico del Manzoni però era molto forte e non accettò con indifferenza la conquista austriaca, anzi, sottoscrisse una petizione presso le grandi potenze vincitrici riunitesi a Parigi, per ottenere l’indipendenza e creare un regno che comprendesse l’alta Italia, il cui re sarebbe stato Beauharnais (appena scacciato dagli austriaci). Grazie alla sua vena poetica rafforzò il suo ideale scrivendo due canzoni rimaste incompiute: “Aprile 1814” in cui si rievocava il terremoto politico milanese in chiave patriottica e “Il proclama di Rimini” in cui parlava del discorso tenuto dal re di Napoli Gioacchino Murat reputandolo un Liberatore mandato dalla Grazia Divina per sottrarre l’Italia dalla schiavitù. Mentre in Europa nasceva il romanticismo, l’Italia rimaneva ancorata al classicismo poiché era guidata dai magisteri di autori passati quali Parini, Alfieri e di altri attuali, come Monti. L’intellettuale francese Madame de Stael scrisse a proposito un articolo sul giornale Biblioteca Italiana incolpando l’Italia di non apprezzare le novità letterarie provenienti dal resto dell’Europa; nacque quindi un dibattito che vide come protagonisti i classicisti, guidati da Pietro Giordani, e i romantici. Manzoni non partecipò al dibattito nonostante fosse in assoluta sintonia con i romantici.
La produzione teatrale del Manzoni non fu insignificante anzi, diede una forte impronta al teatro italiano dopo il periodo alfieriano. Si concentrò soprattutto nel dramma riguardandone la struttura e la finalità: lui infatti non descriveva il verosimile e l’andamento dello stato d’animo dei personaggi. Una breve crisi spirituale lo colse nella primavera del 1817 per via di più fattori, ma fra questi quello più incisivo fu la disapprovazione nei confronti della Chiesa: Manzoni, non concepiva il conflitto tra la religione cattolica, in cui credeva fermamente, e l’orientamento politico della Chiesa. Questo aggravò la sua condizione nervosa e portò ad un raffreddamento verso la pratica religiosa. Anche con padre Tosi ebbe dei disguidi perché, quando gli manifestò la sua volontà di tornare a Parigi, egli si oppose fermamente. La ragione di questo rifiuto fu che, secondo il padre, il soggiorno parigino avrebbe messo in pericolo la fede del Manzoni; in realtà il poeta vedeva in questo viaggio l’opportunità di migliorare la sua condizione psicologica grazie all'incontro con l’amico Fauriel. Tuttavia, intraprese il viaggio ma la polizia gli negò i passaporti. Viste le circostanze, decise di ritirarsi in campagna e sospese il Conte di Carmagnola. Qui si immerse completamente nella lettura di testi filosofici commentandoli con delle postille. Grazie a queste noi oggi riusciamo a capire quali pensieri non condividesse. Questi testi furono la base delle “Osservazione sulla morale cattolica” infatti Manzoni prese molto in considerazione, durante la stesura, l’opera “Histoire des Républiques Italiennes” di Sismondi; il tomo finale dell’opera recava però delle pesanti offese al cattolicesimo suscitando indignazione nel canonico Tosi che, quindi, chiese a Manzoni di controbattere nella sua opera, pubblicata nel 1819 con il nome di “Sulla morale cattolica, osservazioni di Alessandro Manzoni, parte prima”.
Manzoni sentiva ancora il desiderio di ritornare nella capitale francese pertanto, ottenuti i passaporti dalla polizia austriaca, nel 1819, partì. A Parigi frequentò lo storico Augustin Thierry e il filosofo Victor Cousin. Entrambi ebbero influenza nel pensiero manzoniano: il primo ebbe rilevanza sulla concezione della storia da parte del Manzoni mentre il secondo toccò la parte spirituale. Egli infatti, anche non essendo di idee del tutto eterodosse in campo religioso, convinse il Manzoni con diverse sue opere, manifestanti l’amore verso Dio. Tuttavia il soggiorno parigino portò grandi giovamenti poiché la forte crisi psicologica in cui versava non accennava a migliorare e iniziava a sentire un po’ di nostalgia. Perciò l’anno successivo, in agosto, ritornò in Italia e subito dopo l’estate iniziò il periodo più frenetico del quindicennio creativo: scrisse l’”Adelchi” (una tragedia) e il “5 Maggio” che furono la base per l’inizio della riflessione linguistica, strutturale e artistica del romanzo.
La stesura dell’Adelchi iniziò nel novembre del 1820 ma venne interrotta nella primavera del 1821, quando, rimise mano su "Marzo 1821", poesia che celebrava l’invasione dei piemontesi nel lombardo-veneto in seguito all'abdicazione di Vittorio Emanuele I di Savoia. Quest’opera dimostrò la maturità letteraria raggiunta, attraverso il linguaggio, molto più sicuro e tonificato ma anche attraverso il modo di trattare gli stati d’animo dei patrioti italiani. Passata l’euforia dei moti del 1820-21, Manzoni riprese il lavoro lasciato in sospeso dell’Adelchi cominciando a leggere delle fonti storiche affinché, come insegnato da Thierry, il vero storico coincida con il vero poetico. Questo anno fu pregno di eventi che Manzoni non poté trascurare nella realizzazione delle proprie opere. Il 5 maggio moriva sull'isola di Sant'Elena il grande generale Napoleone ma la notizia arrivò in Italia solo in luglio. Manzoni appena seppe la notizia, decise di scrivere una poesia in suo onore che intitolò 5 Maggio. Quest’opera non consistette nel lodare Napoleone per le sue opere militari, bensì per aver compreso, grazie alle pene dell’esilio, la vanità della gloria passata e il bisogno assoluto di salvezza.
Il primo romanzo del Manzoni fu “Fermo e Lucia” , opera che però non convinse molto sia dal punto linguistico e sia dal punto di vista strutturale. Infatti il passaggio da questa opera ai “Promessi Sposi” fu alquanto travagliato ma alla fine riuscì perfettamente a correggersi. Scelse come lingua colloquiale per i suoi personaggi il toscano e pubblicò la ventisettana (prima edizione dei Promessi Sposi). Nel 1827 sentì il bisogno di trasferirsi a Firenze per entrare completamente nella lingua fiorentina che lui considerava la lingua dell’Italia unita. La fama dei Promessi Sposi sconfinò nei gabinetti culturali fiorentini e anche presso la corte del Granducato, dove venne ricevuto dal granduca Leopoldo II. Stando a contatto con personalità importanti, e vivendo nella città, notò una particolare caratteristica linguistica: la lingua parlata dagli intellettuali e quella parlata dal popolo era molto simile quindi questo lo convinse ancor di più ad utilizzarla nel romanzo a tal punto che la promosse lingua quotidiana del romanzo. Inevitabilmente questa scelta lo portò a revisionare l’opera che venne pubblicata definitivamente nel 1840 con il nome di Quarantana. Nello stesso anno pubblicò Storia della Colonna Infame che riprende e sviluppa il tema degli untori (coloro che diffondono volontariamente la peste) e della peste, molto presente nel romanzo, del quale costituiva inizialmente un excursus storico.
La famiglia del Manzoni era molto tranquilla e tutti nutrivano nella figura paterna un grande affetto. La quiete venne interrotta nel 1833 con la morte della moglie Enrichetta per tubercolosi, malattia legata soprattutto ai numerosi parti. Morì nel giorno di Natale e il marito tentò di scrivere in sua memoria l’opera “Natale 1833” ma il dolore era così forte che non riuscì a completarla. Dopo Enrichetta toccò alla figlia primogenita Giulia. Manzoni rimasto vedovo, sposò, grazie ai contatti della madre e dell’amico di famiglia Tommaso Grossi, Teresa Borri, anch'essa vedova e madre di Stefano. La nuova moglie era dotata di forte personalità e di un’ottima preparazione letteraria. A causa di questo carattere, entrò in conflitto con la suocera del marito e anche con Grossi che fu costretto ad abbandonare la casa. Nel 1841 morirono la figlia Cristina e la madre Giulia Beccaria accompagnati dall'amico Fauriel che se ne andò nel 1844.
Nel 1848 l’Europa andò in subbuglio per via dell’onda rivoluzionaria che si fece spazio nelle più grandi città. Fra queste c’era Milano, famosa per "le 5 giornate di Milano", in cui i patrioti italiani riuscirono a scacciare gli austriaci del maresciallo Radezky. Filippo, il figlio di Manzoni, faceva parte di questi rivoluzionari, però venne incarcerato all'inizio dei combattimenti. Il padre intanto, pubblicava le odi politiche che negli anni passati aveva tenuto nascoste per paura della rappresaglia austriaca. Al momento del rientro di Radezky, Manzoni si rifugiò a Lesa in una casa della moglie. Dal punto di vista culturale, questo soggiorno non fu inutile perché qui incontrò il grande filosofo e sacerdote Antonio Rosmini del quale apprezzò molto la personalità e la pietà. Gli anni seguenti furono costellati da altri lutti fra i quali anche quello della moglie Teresa. Il 29 febbraio 1860 finalmente arrivarono delle belle notizie: venne nominato senatore del Regno di Sardegna per meriti di patria e, dopo l’unità, divenne Senatore del Regno d’Italia. Votò, in seguito, favorevolmente allo spostamento della capitale da Torino a Firenze finché Roma non fosse stata liberata. Questi ultimi anni li trascorse a scrivere dei saggi storici e sulla lingua italiana. Essendo il presidente della commissione parlamentare sulla lingua, Manzoni scrisse e mandò una breve relazione al ministro Broglio affinché egli trovasse una soluzione pratica per diffondere il fiorentino in tutta Italia. Il 22 maggio 1873 morì e per Milano fu grande lutto. Al suo funerale, celebrato in Duomo, parteciparono alte personalità del Regno fra cui il futuro Re Umberto I, il ministro degli esteri Emilio Visconti Venosta e la rappresentanza della Camera e del Senato. Per la città molti venditori nelle strade vendevano immagini del poeta e una marea di gente seguì il feretro fino al cimitero.
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