Descrizione del luogo e significato

Il palazzo di don Rodrigo si trova in una posizione isolata e elevata rispetto al paese. Questo ne accentua la lontananza morale rispetto ai luoghi circostanti descritti dal romanzo (la casa di Agnese e Lucia, il convento di Pescarenico, la campagna che si estende sulle rive del lago) Si tratta di un isolamento che trasmette superbia, orgoglio e comunque senza grandezza perché lo scrittore non parla mai di castello, ma di “bicocca (= piccola rocca). Tutt’intorno il villaggio è popolato di bravi e contaminato dalla violenza e in tale realtà si mescolano consuetudini crudeli (schioppi, tromboni) con la realtà contadina (zappe rastrelli, cappelli di paglia, reticelle, fiaschetti di polvere, il tutto attaccato alle pareti delle stanze che si intravedono dagli usci aperti). La porta è chiusa e le finestre sono inaccessibile per la presenza di inferriate, un particolare che sottolinea un mondo senza alcun dialogo I due avvoltoi uccisi e i due bravi disposti in modo simmetrico rappresentano un sistema che manca di umanità e soprattutto di vita. Nell’insieme l’edificio ha un aspetto trascurato: le finestre sono piccole, rade e chiuse da imposte sconnesse che il tempo ha consumato. Tutt’ intorno regna il silenzio e anche questo denota la separazione esistente fra chi vi abita e coloro che vivono nel villaggio. Tutto vive in un’atmosfera di geloso riserbo che ci fa capire come all’interno sia presente il vizio e la sopraffazione.

I commensali

La vita del padrone si svolge dentro le segrete stanze la cui esistenza trova il proprio fulcro nei piaceri della tavola. Da notare che la presentazione dei convitati arriva dopo che abbiamo avvertito il grande frastuono fatto dalle stoviglie e dalle voci discordi che si sovrappongono. Esiste una sorta di contrapposizione fra le immagini del palazzotto e quelle dell’inizio del capitolo, quando padre Cristoforo attraversa la campagna. Nel secondo caso, il sole sta sorgendo e ci accinge ad illuminare la campagna sui cui aleggia il presentimento della carestia. Nel primo caso, siamo sul far della sera e tutto ha una parvenza di confusione e di allegria. Anche qui abbiamo lo spauracchio della carestia, evocata dall’Azzecca-garbugli che come unico rimedio propone l’impiccagione di coloro che fanno incetta di grano.
Lo scrittore passa poi a descrivere i convitati con un’eccezionale forma di sarcasmo: il cugino nobile venuto dalla città, il podestà, ossia la maggiore autorità locale che dovrebbe garantire la giustizia a Renzo e richiamare all’ordine don Rodrigo; poi abbiamo l’esperto di leggi ed infine i due parassiti-cortigiani con il compito di non contraddire mai gli altri. Da sottolineare che questi individui costituiscono una rappresentazione veritiera della società del tempo di cui completano la descrizione che il Manzoni ci ha già dato nei capitoli precedenti.

I temi della discussione

Ma di che cosa discutono i convitati quando arriva padre Cristoforo? La discussione verte su di un problema di ordine cavalleresco che riflette i costumi del tempo: si cerca di giustificare un atto di violenza nei confronti di colui che aveva portato una sfida a duello. Secondo il metodo scolastico, la validità del ragionamento si basa su di un’autorità (in questo caso quella di Torquato Tasso che affronta e risolve un caso simile nella “Gerusalemme Liberata”). Successivamente, volendo don Rodrigo troncare la discussione visto la piega che stava prendendo, i commensali passano a discutere della guerra del Monferrato. Fra tutti, il più astuto è forse l’Azzecca-garbugli: egli si guarda bene dal prendere una posizione quando avverte che vi è immischiata la politica e che, comunque, non sarebbe saggio prendere partito per l’uno o per l’altro.

Aspetto ironico

Su tutto aleggia l’ironia dello scrittore. Infatti il discorso del podestà non è altro che un elogio servile del duca di Olivares, primo ministro del re di Spagna, Filippo IV e, nel Ducato di Milano, punto di riferimento nella politica spagnola. L’ironia scaturisce dalla saccenteria del podestà che pretende di esprimere giudizi storici ed afferma perentoriamente che dopo duecento anni (e quindi all’epoca del Manzoni) l’indiscussa superiorità del conte-duca come politico rispetto al Cardinale Richelieu sarebbe apparsa evidente. Invece sappiamo che il succedersi degli avvenimenti dimostreranno proprio il contrario.

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