Domande

1) La mimica risentita di padre Cristoforo.
2) Nella descrizione del paesaggio, individuare il punto di osservazione e distinguere le parti più propriamente descrittive da quelle evocatrici
3) I “sudditi” di don Rodrigo: “bravi” e contadini insieme
4) Il “palazzotto” di don Rodrigo: esterno e interno
5) Descrivi in modo schematico la disposizione a tavola dei commensali
6) Don Rodrigo entra in scena di persona: quando, da chi e in quali termini abbiamo già sentito parre di lui.
7) Quali sono gli argomenti principali della confusa conversazione al tavolo di don Rodrigo?
8) Cause presunte della carestia
9) Caratteristiche del conte Attilio
10) L’opera di T. Tasso, come repertorio di usi cavallereschi
11) L’Azzecca-garbugli conferma certe sue caratteristiche fisiche e psicologiche
12) Il latino del podestà
13) Il silenzio di don Rodrigo e di padre Cristoforo
14) Che cosa indicano i puntini di sospensione nei discorsi di Renzo?

Risposte

1) Ricevuto il messaggio inviatogli da Agnese e Lucia tramite fra’ Galdino, padre Cristoforo arriva a casa delle due donne e Agnese gli racconta l’accaduto. L’insieme delle espressioni facciali e i gesti corporei del frate riflettono i sentimenti e le emozioni che l’uomo sta provando di fronte alla narrazione, manifestando quel carattere intemperante che, tante volte, lo aveva già caratterizzato in gioventù. Diventa di mille colori, alza gli occhi al cielo o batte i piedi. Quando Agnese ha finito di parlare, padre Cristoforo si copre il volto con le mani come per indicare che la situazione è oltre ogni limite. Valutato il pro e il contro di ogni possibile intervento, alla fine decide di affrontare direttamente don Rodrigo.
2) La descrizione del paesaggio che si estende intorno al palazzotto di don Rodrigo presenta parti descrittive ed evocatrici. Alcuni particolari (il palazzotto simile ad un fortino, il fatto di sorgere isolato, le casupole, i fucili e gli arnesi da lavoro appesi ai muri delle case dei contadini) comunicano un’atmosfera di solitudine e di malvagità, confermato dalla precisazione che i bravi sono sempre pronti ad azzannare e dall’aspetto virile delle donne che abitano il villaggio, su cui incombe la presenza del signorotto La presenza di termini diminutivi e dispregiativi è ampia: casupole, piccola capitale, piccolo regno. La stessa evocazione dei bravi è associata a termini che fanno più pensare a cani da guardia che ad uomini: zanne, aizzasse, digrignar. Tutto incute timore.
Invece, all’inizio, la parte è puramente descrittiva; infatti, lo scrittore colloca in modo geograficamente preciso il palazzotto (tre miglia dal paese di Renzo e Lucia e quattro dal convento di Pescarenico.
3) I sudditi di don Rodrigo sono i bravi e i contadini, ma dall’aspetto, non è facile distinguerli uno dall’altro. Tutti comunicano un senso di paura e di inquietudine. Sono “omacci tarchiati e arcigni”, portano un ciuffo (utile per essere rovesciato sul viso una volta commesso un misfatto al fine di non farsi riconoscere); le persone anziane sono sdentate, ma sempre pronte a reagire con violenza, come fossero dei cani e le donne hanno un inquietante aspetto virile. Esse hanno le braccia robuste, pronte a fare violenza qualora non sia sufficiente difendersi con la parola. L’immagine che meglio delle altre ci fa capire questa commistione fra bravi e contadini è quella dell’interno delle casupole: ai muri, sono indistintamente appesi strumenti di lavoro come le zappe e i rastrelli e dei fucile e dei sacchetti di polvere da sparo. Questo sta a sottolineare che la loro quotidianità è fatta indistintamente di dura fatica e di violenza, indistintamente
4) Il palazzotto di don Rodrigo sorge isolato ed è paragonato ad un piccolo fortino. Già questo dettaglio sta indicare come esso sia ben distante dal punto di vista morale dai luoghi che lo scrittore ha descritto nei capitoli precedenti. Si tratta di un isolamento che indica superbia e volontà di sopraffazione. Sulla facciata si aprono alcune finestre le cui imposte sono corrose dal tempo, ma difese da solide inferiate. Tutto è silenzio, tale da far pensare che il luogo sia in abbandono. Ad entrambi i lati del portone d’accesso fanno la guardia due bravi, in attesa che il signorotto li chiami per approfittare degli avanzi del banchetto. Un elemento inquietante è il fatto che sui due battenti della porta sono stati inchiodati due trofei di caccia, due avvoltoi. Regna ovunque un’atmosfera di morte, simboleggiata anche dalla collocazione geometrica e quindi senza vita dei due guardiani e dei due trofei di caccia.
5) Il tavolo del banchetto, rettangolare, è posto davanti alla porta della sala, in senso orizzontale. Chi entra, si trova a fianco, da un lato e dall’altro, i due convitati “oscuri”, mentre di fronte, il suo sguardo incrocia la figura di don Rodrigo e quella del conte Attilio, ossia il padrone di casa e l’ospite più illustre. Il conte Attilio è seduto alla destra di don Rodrigo. Seduti sul lato più corto del tavolo, troviamo: a sinistra di don Rodrigo il podestà e a destra del conte Attilio l’Azzecca-garbugli. La collocazione dei posti a tavola segue le rigide regole del galateo del Seicento che privilegia le persone più importanti e di rispetto. Da notare, infine, che questa disposizione fa sì che l’Azzecca-garbugli si trovi di fronte al Podestà (la legge e il potere).
6) Don Rodrigo non viene presentato tramite una disgressione come nel caso di padre Cristoforo o di Gertrude. Egli entra direttamente scena, ordinando di portare una sedia al frate e del vino. Inizialmente il frate si schermisce, ma poi accetta e non resiste oltre alle insistenze di don Rodrigo. Nei capitoli precedenti di don Rodrigo si parla poco. Il bravi, alla fine dell’incontro con don Abbondio, pronunciano questa frase; “Via, che vuol che si dica in suo nome all’illustrissimo signor don Rodrigo?”. Il nome del signorotto appare una seconda volta, questa volta sulla bocca di don Abbondio, durante il secondo colloquio di Renzo. Altrove, il riferimento è sempre indiretto e velato: si parla di prepotenza, di oppressione degli umili, di uomini senza timor di Dio.
7) La conversazione che i commensali tengono fra di loro durante il banchetto è assai confusa; tre sono gli argomenti che possiamo extrapolare. Innanzitutto si discute se sia legittimo maltrattare (nella fattispecie “prendere a bastonate”) un messo, portatore di una sfida a duello. Si tratta di una questione tipica dell’ambiente cavalleresco dell’epoca. Quindi si passa a discutere della guerra di successione al ducato di Mantova e infine si accenna alla carestia, un problema che si pone in netto contrasto con l’opulenza del banchetto offerto da don Rodrigo. I pareri espressi dai commensali sono molto superficiali e lo scrittore ne approfitta per esprimere la sua ironia in merito, paragonando i convitati ad una compagnia di saltimbanchi quando, durante una pausa, ognuno si mette ad accordare il proprio strumento, facendolo stridere più che può per farlo distinguere in mezzo agli altri.
8) Prima di parlare dell’argomento, occorre ricordare il periodo storico: siamo nel 1628 caratterizzata dalla guerra del Monferrato che si inserisce nella Guerra dei Trent’anni, La carestia è causata da diversi fattori che possiamo distinguere in naturali e umani. Il clima particolarmente sfavorevole in quegli anni, provoca una diminuzione dei raccolti, a questo si aggiunge la devastazione agricola da parte degli eserciti (nel romanzo si parla anche dell’arrivo dei Lanzichenecchi). Tutto ciò provoca la speculazione delle derrate alimentari da parte degli incettatori che fanno incetta di grano e di farina per poi rimettere la merce sul mercato a prezzo maggiorato. La situazione è aggravata da una gestione politica errata del governo spagnolo in Lombardia.
9) Il conte Attilio è cugino di don Rodrigo ed è con lui che quest’ultimo fa la scommessa di cui è vittima Lucia. È un ozioso che passa le giornate fra scommesse, frivolezze e dispute cavalleresche. Risulta anche essere poco intelligente perché nella conversazione durante il banchetto rischia di farsi nemico il Podestà, quando sostiene con veemenza che è giusto prendere a bastonate un messo che porta la comunicazione di sfida. Dimostra anche di essere un vile perché venuto a sapere che, a causa della carestia a Milano sono scoppiati dei tumulti, preferisce restare in campagna fintanto che la situazione non si sarà calmata. Anch’egli muore di peste, contratta durante il funerale del cugino
10) A tavola, i commensali discutono di una questione di cavalleria e, com’era in uso secondo il procedimento della dimostrazione della filosofia scolastica, a sostegno delle proprie idee, viene citata un’autorità, cioè un testimone che sia universalmente valido. In questo caso, trattandosi di una questione di codice cavalleresco, viene citato Torquato Tasso, in quanto autore del celebre poema cavalleresco “La Gerusalemme Liberata” anche se qui, in realtà si tratta di una bastonatura inflitta al portatore di una sfida a duello. Nel canto VI, ottava 17 della “Gerusalemme Liberata” il messo del musulmano Argante chiede al capo dei crociati, Goffredo di Buglione, il permesso di trasmettere una sfida.
11) Il dottor Azzecca-garbugli, come sempre è un opportunista. Fa l’elogio delle pietanze e del vino offerto da don Rodrigo ai suoi ospiti, non esprime alcun parere sulle questioni sociali e politiche perché non vuole trovarsi mai in disaccordo con chi detiene il potere. Aveva tenuto lo stesso atteggiamento durante il colloquio con Renzo.
12) Durante il banchetto, il Podestà adopera alcune espressioni latine di cui avrebbe potuto fare a meno: “jure gentium” “atqui….. de quo”…….; ergo”. Si tratta di un modo di far sfoggio della sua cultura classica, pur essendo termini che non servono a chiarire la tesi che egli sostiene e del tutto inutili
13) Mentre i commensali discutono su vari temi, sia don Rodrigo che padre Cristoforo non partecipano e preferiscono restare in silenzio, per un motivo che gli accomuna.
Don Rodrigo non partecipa alla conversazione perché è preoccupato per l’incontro non previsto con padre Cristoforo di cui probabilmente ha intuito lo scopo. Mantiene un atteggiamento arrogante e sprezzante. Avrebbe potuto far attendere il visitatore in un’altra sala, ma ha preferito farlo assistere al banchetto, come forma di umiliazione e facendo capire fra le righe che la sua presenza non è gradita.
Padre Cristoforo attende il momento giusto per affrontare il problema che gli sta a cuore, mantiene un atteggiamento distaccato derivato dalla sua autorità morale.
In sintesi si potrebbe affermare che alla base del silenzio di entrambi esiste una tensione psicologica non indifferente.
14) Nel riportare a padre Cristoforo il racconto del colloquio che Renzo ha avuto con Azzecca-garbugli, lo scrittore adopera spesso i puntini di sospensione. Essi denotano l’ira e l’indignazione del giovane nei confronti di don Rodrigo, di don Abbondio e dell’Azzecca-garbugli, ma anche una certa forma di reticenza nel voler manifestare la sua intenzione di vendetta di fronte all’autorità morale che rappresenta il frate. Anche se Renzo non esplicita chiaramente la volontà di farsi giustizia da solo, padre Cristoforo lo intuisce e riporta il giovane sulla via della ragionevolezza

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