Indice

  1. Questionario
  2. Risposte

Questionario

1) Spiegare la similitudine del “buon capitano”.
2) Gesti, mimica e parole di Renzo preso dall’ira.
3) Il “ricatto” di Renzo a Lucia.
4) Un altro “ragazzetto”: Menico: descrivere la sua figura
5) La galleria dei ritratti degli antenati di don Rodrigo.
6) Descrivere l’abbigliamento di don Rodrigo durante la passeggiata.
7) Il Griso come riprova della potenza di don Rodrigo.
8) La morale dell’oste.
9) Descrivere la sera del villaggio.
10) Il riferimento a Shakespeare.
11) Spiegare come nel capitolo si intreccino due storie di inganno e di violenza.
12) Individuare nel capitolo un caso di uso sostantivato del numerale.

Risposte

1) Il capitolo VII, come i capitoli IV, V e VI, inizia con padre Cristoforo in azione. Qui siamo nel tardo pomeriggio del 9 novembre 1628. Il frate esce dal confronto con don Rodrigo che con termine militare, Manzoni paragona ad un’importante battaglia persa. La sua personalità, tipica di un uomo in azione, è messa in risalto dal paragone con il buon capitano che afflitto, ma non scoraggiato per la sconfitta subita, non si dà alla fuga, bensì si reca nei punti del campo di battaglia in cui la sua presenza è necessaria per ricompattare l’esercito e continuare ad impartire ordini. Viene quasi spontaneo il confronto con don Abbondio. Il pauroso curato è il simbolo dell’egoismo quanto padre Cristoforo lo è dell’altruismo. Infatti dopo l’incontro con i bravi egli decide di aspettare ben chiuso nella propria casa Renzo per fare uso nei suoi confronti della violenza che gli è stata imposta. Invece, il cappuccino si presenta come uomo coraggioso che non esita a recarsi a casa di Lucia per confortarla ed aiutarla.
2) Alla brutta notizia portata da padre Cristoforo, mentre le due donne abbassano gli occhi, Renzo reagisce con violenza sia a parole che con i gesti. Su di lui non è l’abbattimento che prevale, bensì l’ira, accumulata anche a causa dai dinieghi opposti da Lucia al progetto di celebrare il matrimonio di sorpresa. Alza la voce fino a gridare, digrigna i denti ed assuma un comportamento che mai aveva assunto fino ad ora. In una sorta di climax, definisce don Rodrigo un cane e quindi un tizzone d’inferno, un’espressione popolare per indicare una persona malvagia che più tardi arriverà a chiamare “cane assassino”. Padre Cristoforo interviene cercando di calmare il giovane, ma Renzo non si calma, anzi promette di farsi giustizia da sé, un proposito confermato dal fatto che va avanti indietro nella stanza e che il suo visto è trasformato dall’ira e gli occhi con cui fissa Agnese sono stralunati.
3) Renzo è preso dalla disperazione perché i due tentativi di risolvere il problema sono falliti e è disposto a farsi giustizia da solo uccidendo don Rodrigo e liberando il paese da un simile oppressore. Sostiene con decisione che poco importa se non potrà sposare Lucia, ma, così, nemmeno don Rodrigo avrà la ragazza. Le due donne sono spaventate e cedendo a questo ricatto emotivo. Lucia, accetta la soluzione del matrimonio a sorpresa perché in questo modo la collera di Renzo si potrà calmare. Tale decisione è necessaria anche se presa a malincuore
4) Prima di andarsene, padre Cristoforo chiede a Renzo di recarsi l’indomani al convento di Pescarenico per conoscere il da farsi e nel caso in cui non possa, di inviare un ragazzo. Agnese pensa di incaricare di questo servizio Menico, un ragazzo di 12 anni i cui genitori erano lontani parenti della donna. Per tutto il giorno, Agnese lo tiene in casa lo rifocilla (una cosa molto gradita in tempi di carestia) e alla fine lo manda al convento, facendogli mille raccomandazioni e promettendogli come ricompensa del denaro. Menico è un ragazzo sveglio, agile e astuto. L’incarico che gli affida Agnese lo rende orgoglioso e lo fa sentire grande e responsabile, un po’ come Bettina nel capitolo II.
5) Dopo il colloquio con padre Cristoforo, don Rodrigo, rimasto solo, è inquieto: misura a grandi passi la sala alle cui pareti sono appesi i ritratti dei suoi antenati. Tutti nella loro vita hanno suscitato paura a qualcuno. Si tratta di un albero genealogico fatto di superbia e di arroganza. Ogni figura rappresenta una categoria: militare, civile, religiosa, senza nome . Nell’eroe ritroviamo il tipo del fratello del nobile incontrato nel capitolo IV, nel magistrato ecco un solenne modello dell’Azzecca-garbugli; comune a tutti è il terrore che deriva dal potere (terrore delle sue cameriere…… terrore de’ suoi monaci….. tutta gente che insomma aveva fatto terrore”). In ogni caso manca il nome e il riferimento temporale. A questo proposito, potrebbe essere fatto un confronto con la galleria degli avi del “giovin signore”, descritta da G. Parini ne “Il Giorno”. In questo caso si tratta di simboli di valori veri che il loro discendente ha smarrito. In don Rodrigo, invece, i caratteri negativi sono stati trasmessi dagli avi in modo indelebile.
6) Dopo che gli ospiti se ne sono andati, don Rodrigo ci accinge ad uscire dal palazzo per fare una passeggiata, accompagnato da un seguito di sei persone. Cinge una ricca spada, indossa una cappa ed un cappello piumato. Il modo brusco con cui si mette il cappello sta ad indicare come egli fosse di umore nero.
7) Il Griso è il capo dei bravi. Egli è il braccio destro di don Rodrigo ed è attraverso di lui che il signorotto esercita i propri soprusi. Egli era legato al padrone per gratitudine e per interesse. Infatti, dopo aver commesso un omicidio in pieno giorno si era presentato a don Rodrigo per implorare protezione e in nome del diritto di asilo su assunto come suo aiuto per compiere tutti i misfatti. Da quel momento in poi, si dette da fare con dedizione per portare a termine tutti i delitti commissionati dal suo signore e ciò gli assicurò l’impunità del primo. Essere alle sue dipendenze comportava per don Rodrigo un mezzo per aumentare la propria potenza e, infatti, è a lui che viene commissionato il rapimento di Lucia.
8) Come convenuto, Renzo e Tonio vanno a pranzare all’osteria, per poter parlare in tutta tranquillità dell’organizzazione del matrimonio a sorpresa. Con loro, è presente anche Gervasio, il fratello sempliciotto di Tonio. Nell’osteria sono presenti anche alcuni bravi che stanno osservando quello che succede in paese, in vista del programmato rapimento di Lucia. Una breve conversazione fra i bravi e l’oste ci fa capire quale sia la morale di quest’ultimo. Per lui, i galantuomini sono coloro che si comportano bene all’interno del suo locale, che pagano il conto senza fiatare, che non suscitano risse, che bevono il vino senza fare apprezzamenti negativi. Se vogliono accoltellare qualcuno, restano comunque dei galantuomini purché lo facciano fuori. Egli tende a farsi amici coloro che hanno una cattiva reputazione e non i galantuomini in senso proprio. Nel complesso, la sua visione morale del mondo è cinica ed opportunista. Quello che conta è l’interesse personale e tutto va bene purché il disordine resti fuori dal suo locale. Questo è un modo di pensare di tutti gli osti presenti nel romanzo.
9) Sull’imbrunire i contadini rientrano dai campi e il villaggio si anima di voci e di rumori, in attesa che tutto sia sommerso dal silenzio della notte. Le donne portano in collo i bambini più piccoli e per mano i più grandicelli ed insieme a questi ultimi recitano delle preghiere. Dietro, avanzano gli uomini, con i loro arnesi di lavoro sulle spalle. Incontrandosi, le persone si scambiano qualche saluto o alcune brevi riflessioni sulla scarsità dei raccolti (vago accenno alla carestia incombente) e su tutto sovrastano i rintocchi delle campane che annunciano la fine della giornata. Attraverso usci aperti delle case, si notano i fuochi accessi, segno che qualcuno sta preparando una magra cena (ulteriore velato accenno alla carestia). L’atmosfera che regna è calma, di quella calma che preannuncia la tempesta, ossia la notte degli imbrogli.
10) L’intervallo di tempo fra il momento in cui è stato deciso il matrimonio a sorpresa e il momenti di passare all’azione, i protagonisti conoscono momenti di angoscia e di paura. Lucia prova terrore e Agnese non ha parole per consolare la figlia. Manzoni scrive che si tratta delle stesse emozioni descritte da un “barbaro non privo di ingegno”, cioè da Shakespeare nella sua tragedia “Giulio Cesare”
11) Nel capitolo si intrecciano il piano dell’inganno costituito dall’organizzazione del matrimonio a sorpresa e il piano della violenza che si dovrebbe concretizzare con il rapimento di Lucia. Fra i due piani esiste un certo parallelismo; infatti, se da un lato, Renzo e Lucia decidono di ricorrere all’inganno per costringere don Abbondio a sposarli, dall’altro don Rodrigo decide di ricorrere alla violenza per far sua la ragazza e vincere la scommessa.
12) L’uso sostantivato di un numerale è molto frequente ne “I Promessi Sposi”. Eccone un’esemplificazione tratta dal capitolo VII: “Sebbene nessuno dei tre sperasse….” I “tre” si riferisce ad Agnese, Lucia e Renzo, cioè nessuno di questi tre personaggio sperava molto in un esito positivo del colloquio di Padre Cristoforo con don Rodrigo.

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