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ANALISI DE IL FU MATTIA PASCAL

Quell'anno cruciale del 1903, che vede Pirandello travolto dal crollo delle proprie finanze, ma anche dal crollo psichico della moglie, vede anche la composizione de ''Il Fu Mattia Pascal'', terzo dei romanzi pirandelliani dopo ''L'esclusa'' e ''il Turno'' e che verrà pubblicato l'anno successivo nel 1904 a puntate sulla rivista ''Nuova Antologia''.
Questo romanzo è fondamentalmente la storia raccontata in prima persona di un uomo, Mattia Pascal,che si ritrova a morire, o meglio a essere considerato morto,o ancor meglio a farsi considerare morto, per ben due volte. Questo ''caso strano e diverso'' si trasforma per Mattia Pascal in un processo di sgretolamento delle proprie certezze, a partire dalla certezza della propria identità. Se,infatti, all'inizio della sua storia Mattia Pascal poteva dirsi certo per lo meno della propria identità anagrafica ''Io mi chiamo Mattia Pascal'', al termine del proprio racconto alla domanda ''Ma voi insomma si puo' sapere chi siete?'', l'unica risposta che è diventata possibile è ''Io sono il fu Mattia Pascal'', che equivale a dire ''io non sono nessuno''.

Al centro del romanzo vi è, dunque, il tema tanto caro a Pirandello dell'identità, sentita come una forma, una maschera, una trappola, qualcosa da cui dovremmo fuggire e che invece Mattia Pascal si ostina a ricercare, anzi, addirittura ad inventare.

MATTIA PASCAL e LA BIBLIOTECA

A livello strutturale, il romanzo presenta alcuni caratteri come la descrizione dell'infanzia, dell'educazione del protagonista,che ci richiama nuovamente il tradizionale romanzo di formazione. ''Il Fu Mattia Pascal'' però potrebbe piuttosto dirsi un romanzo di formazione fallito o alla rovescia; alla fine infatti il protagonista non giunge a nessun compromesso con la società, anzi, se ne dichiara fuori, si dichiara un ''forestiere della vita'' e non raggiunge neanche una maturazione della propria personalità e individualità, anzi, la consapevolezza dell' assenza della propria individualità.
Oltre che del tradizionale romanzo di formazione ottocentesco ''Il Fu Mattia Pascal'' dichiara il fallimento anche di altri tipi della tradizione letteraria e lo fa nelle varie dichiarazioni metanarrative che costellano i primi due capitoli del romanzo, ovvero la Prima e seconda premessa (filosofica), e anche la descrizione di quel luogo fervidamente metaforico della letteratura che è la biblioteca, descrizione che tra l'altro apparenta il nostro romanzo a tanti altri romanzi italiani e stranieri: per rimanere in casa nostra pensiamo alla descrizione della biblioteca di Don Ferrante ne ''I Promessi Sposi'' o a quella mirabile descrizione di una biblioteca medievale che è contenuta ne ''Il Nome della Rosa'' di Umberto Eco. Il nostro Mattia Pascal comunque inetto come tanti altri protagonisti di romanzi otto-novecenteschi viene dichiarato dalla lapide, che gli hanno eretto i suoi concittadini, un bibliotecario; si trova infatti a lavorare per circa 2 anni, non si sa ''se più come cacciatore di topi che guardiano di libri'' in una tale biblioteca di libri lasciati da un monsignor Boccamazza ai suoi concittadini dell'immaginario comune di Miragno. Quindi la biblioteca Boccamazza si configura nel romanzo innanzitutto con un luogo della storia, ma in realtà anche il luogo del racconto, perchè Mattia Pascal dichiara di scrivere le proprie memorie proprio in questa biblioteca e dichiara anche che il proprio manoscritto dovrà essere lasciato custodito qui.

La biblioteca Boccamazza è situata in una chiesetta fuori mano e per di più in una chiesa sconsacrata, un luogo mai frequentato da nessuno, i libri che contiene sono dunque un lascito inutile inutilizzato e inutilizzabile, tanto è vero che il monsignor Boccamazza non ha avuto l'onore neanche di un busto da parte dei suoi concittadini e la lapide commemorativa gliela scrive Mattia Pascal. La biblioteca è frequentata solo da personaggi matti, come Mattia Pascal e l'associazione ''Mattia matto'' proprio esplicitata nel romanzo e messa nella bocca del fratello Roberto, oppure da personaggi in qualche modo fuori dal mondo, come il signor Romitelli, bibliotecario che ha preceduto Mattia Pascal e che passa il tempo a leggere notizie di personaggi morti tempo prima, e Don Eligio Pellegrinotto, che è il bibliotecario dopo Mattia Pascal è impegnato invece nell'impossibile tentativo di mettere ordine nella biblioteca. La biblioteca è infatti un luogo assolutamente caotico: i libri sono vecchi e ammuffiti, perchè lasciati per un lungo tempo in un magazzino, le loro copertine si sono tutte appiccicate creando anche degli accoppiamenti che non a caso definiremmo umoristici, e la confusione regna sovrana, non vi è più logica nella tradizione e la tradizione inoltre non puo' essere più un modello.
E questo perchè è anche per la letteratura, dice Mattia Pascal, ''dobbiamo ripetere il ritornello: Maledetto sia Copernico!''; infatti in quelle scoperte copernicane nasce il relativismo tipico della modernità, cioè perdiamo il senso di essere qualcosa di importante all'interno dell'universo e che quindi le nostre storie raccontate per un minuto possono essere qualcosa di significativo, per diventare invece consapevoli di essere qualcosa di piccolo, di essere un nulla nell'universo e che quindi anche le nostre storie non valgono nulla. In tutto questo, la scrittura e la lettura si collocano come una distrazione provvidenziale, cioè un qualcosa che per un momento ci distrae dal senso del nostro essere niente. Proprio per questo motivo, per distrazione, ma anche per la stranezza del proprio caso, Mattia Pascal si mette a scrivere le proprie memorie, però dichiarando di dire solo quelle notizie che stimerà necessarie.

MATTIA PASCAL: NARRATORE INATTENDIBILE

Mattia Pascal si configura subito, quindi, come un narratore inattendibile, così come tanti altri narratori di romanzi novecenteschi, possiamo pensare per esempio allo Zeno Cosini della ''Coscienza di Zeno'' di Italo Svevo.
L'inattendibilità di Mattia Pascal è però intrinsecamente legata alla struttura del romanzo che si configura come racconto autodiegetico, in prima persona, in cui dunque il narratore e il personaggio principale sono la stessa persona, eppur tuttavia portatore di istanze diverse, se il narratore infatti guarda all'indietro, il personaggio si trova a vivere in avanti; in ogni caso, dal momento che la focalizzazione del romanzo è tendenzialmente interna(a parte la prima parte del romanzo che, invece, la focalizzazione è più esterna) il narratore e il personaggio non sono sostanzialmente la stessa persona, ovvero chi parla non è chi vede, e chi vede in particolare si ritrova a non comprendere ciò che invece il narratore al termine del racconto avrà compreso. Una delle cose più importanti che il nostro personaggio non comprende e ci conferma appunto la sua inattendibilià sono le teorie filosofiche di Anselmo Paleari, uno dei personaggi del romanzo, teorie filosofiche che poi ritroviamo nel saggio l' ''Umorismo''( una saggio di poetica pubblicato da Pirandello nel 1908) e che quindi possiamo considerare espressione delle teorie dell'autore. Queste teorie filosofiche hanno dei nomi invocativi o metaforici e sono:

- la teoria dello strappo nel cielo di carta, che dichiara l'impossibilità dell'eroe tragico della modernità in virtù del relativismo della modernità;
- La teoria della lanterninosofia, che dichiara invece quel confine artificioso tra l'io, che viene immaginato come una lanterna, e non io che sarebbe l'ombra artificiale riprodotta dalla lanterna dell'io.

GIOCO DI SCOMPOSIZIONI, DI RIFLESSIONI E DI SPECCHI

Un altro elemento di inattendibilità deriva da quella catena di invenzioni narrative che contraddistingue tutto il romanzo. Infatti il romanzo viene raccontato da Mattia Pascal - narratore e riguarda Mattia Pascal - personaggio, che però a sua volta si fa narratore dell'identità di Adriano Meis, ma come ci ricorda lo stesso Pirandello, anche lo stesso romanzo è un'invenzione dell'autore. Abbiamo dunque un continuo gioco di scomposizioni, di riflessioni e di specchi che duplicano all'infinito le prospettive e le figure. Lo specchio è qualcosa di fondamentale all'interno del romanzo( ben 18 volte compare la parola) e Mattia Pascal ama guardarsi allo specchio anche perchè ha un rapporto problematico con il proprio corpo, così come tanti altri personaggi pirandelliani.
Uno dei momenti in cui diventa più importante questo gioco di specchi è il momento in cui Mattia Pascal incomincia a prendere coscienza della dimensione umoristica della vita, cioè della continua presenza di contrasti, è la scena in cui Mattia osserva la fuga della madre dalla casa della suocera, dipinta come una strega, suocera che per vendicarsi graffia tutto il volto di Mattia; in questa occasione racconta, il nostro Mattia, che egli ha preso il gusto di ridere di tutte le sciagure( ecco qui l'avvertimento poi il sentimento del contrario tipico della poetica umoristica), inoltre in questo contesto per la prima volta Mattia si vede vivere, perchè in quell'istante si vede maschera, ''attore di una tragedia che più buffa non si sarebbe potuta immaginare''. In questa duplicazione viene istintivo andare a guardare allo specchio per vedere la maschera di sangue e lacrime che è diventato il proprio viso.
Altro elemento metaforico e significativo è il fatto che in questo contesto l'occhio strabico di Mattia Pascal si mette ''a guardare più che mai altrove e per conto suo'', quindi è la divaricazione e la serie di contrasti.

IL DOPPIO

Ma tutte queste scomposizioni, riflessioni e giochi di specchi si concretizzano poi anche nella duplicazione di determinati episodi e determitate immagini del romanzo; abbiamo infatti due identità del fu Mattia Pascal,Mattia Pascal e Adriano Meis, che spesso e volentieri si ritrovano a vivere situazioni identiche: entrambe le identità finiscono con un finto suicidio appreso dai giornali, entrambe le identità si trovano a convivere con una famiglia che diventa una sorta di trappola, entrambe le identità cercano di impedire dei matrimoni o comunque delle tresche amorose (Mattia Pascal quella di Olivia con Batta Malagna; Adriano Meis quella della piccola Adriana Paleari - ecco qui un'altra duplicazioni di nomi - con Papiano), entrambe le identità si collocano ad un certo punto come terzo incomodo all'interno di coppie di fidanzati (Mattia Pascal si mette tra Romilda e Pomino; Adriano Meis tra il pittore e la sorella spagnola), entrambe le identità vengono derubate da dei ladri (Mattia Pascal da Batta Malagna; Adriano Meis da Papiano), entrambi i personaggi frequentano delle biblioteche (Mattia quella di Boccamazza; Adriano quella teosofica di Anselmo Paleari). Abbiamo comunque nel romanzo poi tutta un'altra serie di duplicazioni, abbiamo visto la scissione tra narratore e personaggio, abbiamo elementi di duplicità come ad esempio Mattia Pascal, che è sia guardiano di libri che cacciatore di topi, si ritrova ad avere due figli (uno da Romilda e uno dalla bella Oliva), nel romanzo ci sono due premesse, nel romanzo ci sono due lapidi, una tombale quella di Mattia Pascal e una commemorativa quella del monsignore Boccamazza, e così via, insomma, un continuo gioco di scomposizioni e di riflessioni. Ma lo stesso romanzo è duplice, nel senso che alterna parti narrative a parti metanarrative, digressioni, tutti aspetti caratteristici, come Pirandello dirà poi nel saggio l' ''Umorismo'', delle opere umoristiche.

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