Ominide 847 punti

Oratoria: dal greco logos, dal latino ratio "pensiero,ragione" e oratio "parola, discorso" ovvero manifestazione del pensiero attraverso la parola.
In Grecia non esistevano avvocati: in processo ci si rappresentava da sé. Vi erano, però, esperti che a pagamento formulavano le orazioni che le singole persone avrebbero dovuto tenere nel tribunale: i logografi.
Il discorso giudiziario era diviso in 4 parti: esordio, narrazione, argomentazione e epilogo.
Accanto all’oratoria giudiziaria-forense si avvilupparono nel corso dei secoli altri due tipi: quello politico-deliberativo-senatoria e quello epidittico-dimostrativo-celebrativa.

Un retore del II sec a.C., Ermagora di Temno, trattò nella sua opera Techne (andata perduta) le operazioni pertinenti all’oratoria: inventio (reperimento degli argomenti), dispositio (ordinamento), elocutio (lo stile, rientra in questa parte l’ornatus e i tria genera dicendi: figura gravis, mediocris e extenuata o attenuata), l’actio o pronuntiatio e la memoria.

→Anche a Roma in età repubblicana così come nella polis greca, l’oratoria svolgeva una funzione essenziale nella vita sociale e politica e la carriera del cittadino (ovviamente aristocratico) che aspirava a cariche pubbliche dipendeva dalle doti non solo militari, virtus, ma anche dall’eloquenza. Cicerone afferma che la prima opera oratoria romana trascritta fu quella pronunciata da Appio Claudio Cieco nel 280 a.C.
La diffusione a Roma della retorica è testimoniata dalla Rhetorica ad Herennium risalente ai primi decenni del I secolo che riprendeva e divulgava in latino i punti essenziali della dottrina greca e nell’età di Cesare da Cicerone che affronta sia gli aspetti tecnici che ideologici dell’eloquenza. Negli stessi anni si affinano le competenze oratorie degli uomini politici romani che compiono studi formativi in Asia minore e Grecia.

→Una testimonianza della situazione dell’oratoria e della retorica in età imperiale tra il I sec a.C. e I sec d.C. viene da Seneca Padre con le sue Suasoriae e Controversiae, declamazioni ovvero orazioni fittizie, giudiziarie (controversiae) e deliberative (suasoriae) che venivano tenute da retori e oratori di professione nelle scuole di retorica e nelle sale di recitazione. Forme sostitutive, vedi oratoria artificiale, in cui la passione per la retorica fine a se stessa cerca dei surrogati all’oratoria militante che in età repubblicana era stata strumento di potere e che l’instaurazione del principato aveva svuotato. Quintiliano dice: ”abbiamo barattato la libertà per la pace”. Così si instaura quel clima di decadenza dell’oratoria romana che viene ammessa tanto che la ricerca del de causis corruptae eloquentiae è un luogo comune. Scarsissime sono le testimonianze di oratoria in età imperiale, quelle conservate sono solo celebrative: Panegirici (come quello di Plinio il giovane) e l’Apologia di Apuleio (un discorso auto difensivo).

Retorica al servizio dei populares: la scuola di Plozio Gallo

Fu aperta nel 93 da Plozio Gallo, un cliente di Mario; l’anno dopo fu chiusa da un editto dei censori aristocratici Enobarbo e Crasso come innovazione contraria al costume e alla tradizione degli antenati. Il veto nasceva dal fatto che gli aristocratici volevano conservare, come prerogativa e patrimonio delle grandi famiglie aristocratiche filellene, il monopolio della cultura ed il primato dell’oratoria, il che equivaleva a riservarsi l’egemonia politica e l’accentramento del potere, mentre i rhetores latini erano di tendenze democratiche pronti ad educare capi popolari. La scuola rispecchia un insegnamento di tipo “moderno” opposto alla retorica classica delle scuole greche, cerca di avvicinare l’insegnamento alla pratica e alla vita. Ricordiamo la retorica ad Herennium, scritta proprio da un suo allievo.

Hai bisogno di aiuto in La fine della Repubblica?
Trova il tuo insegnante su Skuola.net | Ripetizioni
Registrati via email