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Oratoria e retorica a Roma

Parlando di retorica, si fa riferimento alla tekne retorikè, ovvero alla codificazione di regole e tecniche che rendono efficace il discorso.
L'oratoria, invece, è l'eloquenza in atto, cioè la vera e propria produzione di discorsi.
Esse si intrecciarono nel tempo, procedendo poi di pari passo.
Nata in Sicilia nel V secolo a.C., l'arte del dire incontrò ad Atene uno straordinario sviluppo, soprattutto per opera dei sofisti. Essa era un requisito fondamentale per esercitare l'attività politica, ma anche per avanzare accuse e difendersi in sede di tribunale, dove le parti in causa dovevano pronunciare personalmente le arringhe; capitava però che chi non lo sapeva fare leggesse i testi messi per iscritto da logografi come Lisia.
Dalla fine del V secolo alla fine del IV, retorica ed oratoria conobbero ad Atene una fioritura parallela, spesso ad opera delle medesime personalità: celebre è il caso di Isocrate, che nella sua scuola di retorica inaugurò un sistema educativo che poneva l'eloquenza al centro di una vasta formazione culturale.

Una prima sistemazione all'arte retorica è stata data da Aristotele, cui si affiancò poi la Retorica del regno, alla quale seguirono gli scritti retorici di Cicerone e l'Institutio Oratoria di Quintiliano.

Per quanto riguarda invece l'oratoria, nel V e IV secolo a.C. si specializzò in tre generi: quella giudiziaria (proposta in sede di tribunale), quella deliberativa (volta a influenzare scelte riguardanti la politica) e quella dimostrativa (utilizzata nei discorsi d'occasione e nelle conferenze).

La fine delle poleis, la nascita dell'ellenismo e l'avvento del dominio di Roma comportarono un regresso della dimensione civile della retorica, che venne circoscritta all'ambito della scuola (si nota come da cittadino, il greco diventi suddito).
In questo ambito si definiscono alcuni stili destinati a trapiantarsi a Roma: l'asiano, caratterizzato da un periodare ampio e barocco, grande quantità di figure retoriche con effetti patetici, utilizzato da Demostene; l'atticista, con un ritorno alla purezza e alla semplicità degli oratori attici, come Lisia; il rodiota, che era uno stile intermezzo tra i precedenti, utilizzato da Cicerone.

A Roma, il primo corpus di orazioni fu pubblicato da Catone il Censore, che fu anche un teorico dell'arte del dire. Egli ci ha lasciato una definizione di oratore, che poi sarà ripresa sia da Cicerone che da Quintiliano; infatti egli dice che l'oratore ideale è "vir bonus, dicendi peritus", cioè un uomo onesto, capace nel parlare.

A Catone dobbiamo anche un altro ammonimento: "Rem teme, verba sequentur", "pardoneggia l'argomento, le parole seguiranno". Con questa espressione egli sottolinea l'importanza di conoscere l'argomento, relegando in secondo piano l'elaborazione formale.

Nel De Oratore (55 a.C.), Cicerone definisce perfetto oratore colui che saprà parlare con cognizione di causa, ordine, eleganza, con buona memoria e dignità di gesti. Anche lui fa riferimento alla definizione di Catone e delinea i passaggi che l'oratore deve compiere nella stesura del proprio discorso: l'inventio, il reperire materiali per l'orazione; la dispositio, collocare il materiale in modo ordinato e coerente; l'elocutio, l'elaborazione formale e stilistica del discorso; la memoria, i precetti relativi alle tecniche di memorizzazione; l'actio, porgere il discorso all'uditorio in modo corretto.
Anni più tardi, nel 46, Cicerone scrive l'Orator, dove chiarisce che tre sono gli officia (i doveri) dell'oratore: docere o fidem facere, convincere col rigore dell'argomentazione; flectere, suscitare reazioni emotive; delectare, intrattenere piacevolmente l'uditorio.
Egli quindi fissa i capisaldi della retorica e gli officia, che da quel momento in poi saranno punti di riferimento per tutti.
In età imperiale la retorica crollerà, e gli studiosi che oggi ne analizzano le cause le ritrovano nel superamento dei modelli e di punti di riferimento dati da Cicerone.
Quintiliano ne dà un taglio pedagogico, mentre Tacito sostiene che fossero crollate le basi su cui si poteva fondare l'oratoria politica. Dopo di loro l'oratoria sarà coltivata solo nelle scuole, appresa da studenti che la applicheranno o nella carriera forense oppure per produrre testi dal taglio apologetico.

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