Vita

Marco Tullio Cicerone nasce nel 106 a.C. ad Arpino, oggi in provincia di Frosinone, da una prestigiosa famiglia equestre. Fu il primo della sua famiglia ad intraprendere una carriera politica, dunque un homo novus. Dopo aver studiato a Roma retorica e filosofia, scrive all’età di vent’anni circa il suo primo trattato retorico, il De invenzione, che verrà successivamente ripudiato ma è una fonte utile per ricostruire la sua ricca e ampia formazione. Contemporaneamente strinse amicizia con uno dei maggiori dotti dell’epoca, Pomponio Attico. Le sue prime orazioni in pubblico risalgono all’81 a.C circa. Proseguì gli studi in Grecia e successivamente a Rodi, città nella quale il retore Ampollonio Molone farà maturare la sua dote. Dopo essersi sposato con Terenzia precisamente nel 77 a.C., a partire dal 75 a.C. inizierà la sua scalata al successo nell’ambito politico, divenendo questore in Sicilia. Essendo stato un ottimo amministratore, i siciliani gli affidarono un processo contro l’ex governatore Verre, seguace di Silla che lo consacrò come oratore. La sua carriera politica fu particolarmente brillante: ottenne la carica di edile, di pretore urbano e nel 63 a.C. e successivamente di console. Durante il suo consolato, per aver smascherato il tentato colpo di Stato di Catilina, viene proclamato padre della patria. L’aver fatto condannare a morte una i congiurati senza la Provocatio ad populum (possibilità di appellarsi alle assemblee popolari dei comizi) gli costerà l’esilio e la confisca dei beni nel 58 a.C. proposto dal capo populares Clodio Pulcro e un conseguente rifugio in Grecia. Un anno dopo riuscì a tornare a Roma grazie all'aiuto di Pompeo. Costretto a restare lontano dalla vita politica dal triumvirato di Pompeo, Cesare e Crasso, Cicerone si dedicò alla letteratura fino al 51 a.C., quando accettò la carica di proconsole in Cilicia (Asia Minore). Allo scoppio della guerra civile tra Cesare e Pompeo nel 49 a.C. si schiera dalla parte di quest’ultimo. Dopo la vittoria di Cesare a Farsalo (48 a.C.) Cicerone riesce ad ottenere la sua amicizia ed il suo perdono ma, poiché era ormai tagliato fuori dalla politica, si ritirò nella sua splendida villa di Formia dove si dedicò alla letteratura ed alla filosofia. Nel 44 a.C, quando Cesare fu ucciso, Cicerone rientrò in politica. Nel conflitto che si accese tra il figlio adottivo di Cesare, Caio Ottaviano e Marco Antonio, Cicerone si schierò dalla parte del primo, ma la temporanea riconciliazione dei due nemici segnò la sua fine. Ottaviano non si oppose alla decisione di Antonio di inserirlo nelle liste di proscrizione. Catturato presso Formia, Cicerone venne giustiziato come nemico dello stato nel 43 a.C.

Il maestro dell’humanitas

Cicerone fu protagonista della scena politica del suo tempo. Essere intellettuali e contemporaneamente leader politici della città era tradizione della Res publica. Cicerone vuole racchiudere il meglio della Res publica per poi trasmettere l’eredità alle generazione successive, quasi fosse consapevole che tutto ciò che lo circondava stesse per finire. La fedeltà alla tradizione lo porta ad avere scelte che non sembrano condivisibili: essendo un leader dell’oligarchia tende infatti a mettere a sempre al primo posto i boni cives, ossia gli ottimati. Il suo merito maggiore è quello d’esser stato un maestro dell’Humanae litterae, della bella letteratura. Il suo latino è infatti il più perfetto mai scritto in prosa. Grandissimo diffusore della cultura, per tutta la vita insegnò e seminò sapere. Partendo dall’humanitas del Circolo degli Scipioni, Cicerone contribuì come nessun altro alla propagazione della civiltà greco-ellenistica.
L’humanitas di Cicerone è un concetto complesso e vario. Racchiude in se politica, ossia negotium, difesa della tradizione e progresso della collettività; cultura, ossia otium, assimilazione e interpretazione della cultura greca; etica, ossia dignitas e uguaglianza fra gli uomini; estetica ossia decorum della vita e urbanitas, saper vivere in una società colta e urbana; linguistica, ossia l’equilibrio della concinnitas e del numerus.

L’oratore e il retore
Maggiore oratore della sua epoca, Cicerone compone 106 orazioni, delle quali 58 sono pervenute intere, 20 frammentarie e delle restanti conosciamo solo i titoli. Tra le più importanti ricordiamo Orationes in Catilinam, dette anche Catilinarie, pronunciate nel 63 a.C., nelle quali l’oratore scongiura le trame sovversive capitanate da un nemico dello stato quale Lucio Sergio Catilina.

Le orazioni ciceroniane pervenute fino ad ora sono tutte rielaborazioni aventi lo scopo di perdurare nei secoli. Cicerone infatti era celebre non solo per la chiarezza dell’argomentazione o la brillantezza delle parti narrative, ma per la sua straordinaria presa sull’uditorio, attraverso l’actio, ossia l’arte del gestire e del dosare sapientemente i toni della voce e l’espressione del volto. Solo in un secondo momento queste performances venivano rielaborate per la publicazione, e non di rado l’autore pubblicava testi differenti da quelli realmente pronunciati, e altri ancora mai pronunciati come Actio secunda in Verrem e Oratio secunda in Marcum Antonium.

Le Filippiche sono le 14 orazioni che nel 44 e nel 43 a.C. Marco Tullio Cicerone pronunciò contro Marco Antonio. Prendono il nome dalle Filippiche che l'oratore greco Demostene pronunciò nel IV secolo a.C. controFilippo II di Macedonia, padre di Alessandro Magno. Le orazioni di Cicerone sono volutamente modellate su quelle di Demostene. Ad esse si avvicinano per il vigore e l’impeto polemico e per l’ardore appassionato con cui l’oratore s’impegna con tutte le sue forze in una lotta mortale. Dopo l'assassinio di Cesare e di fronte al potere che Antonio andava acquistando all'interno dello Stato, Cicerone iniziò una violenta campagna denigratoria contro di lui, appoggiando allo stesso tempo il figlio adottivo di Cesare, Ottaviano. Quando però quest'ultimo si alleò con Antonio e Marco Emilio Lepido nel cosiddetto Secondo triumvirato, Cicerone fu punito per i suoi attacchi: raggiunto da dei sicari, fu ucciso. La sua testa e le sue mani furono poi esposti al popolo come monito.

Cicerone inaugura la riflessione teorica, dando vita a numerosi trattati retorici, i quali nel tempo esercitano grande influenza, non solo per plasmare discorsi da pronunciare in pubblico, ma anche per comporre opere scritte. Tra i trattati più importanti troviamo il De invenzione, nel quale l’autore descrive una sommaria storia dell’incivilimento umano elogiando il ruolo della sapientia, che diventa fondamentale per l’arte del bel parlare. Altro capolavoro è il De Oratore, che fornisce un concreto esempio di come la lingua latina possa divenire uno strumento culturale quanto meno pari alla prestigiosa lingua greca.
Per Cicerone l’oratore ideale deve essere un tecnico della parola, un intellettuale e un politico. Deve pensare bene e ancor prima agire bene. “Vir bonus, dicendi peritus” tradotto in italiano “uomo integerrimo, esperto nell’arte della parola” era la definizione di perfetto oratore. Infatti secondo Cicerone, questo doveva essere posto al servizio dello Stato, per tentare di conservare una classe dirigente in crisi. L’oratore è quindi uno statista che guiderà la città, prendendo decisioni sagge, burattinando la folla e piegandola al volere dell’oligarchia.

I trattati politici
I trattati retorici ciceroniani hanno come oggetto di sfondo le problematiche politiche. Le prime opere trattanti di politica sono il De re publica e il De legibus, nelle quali Cicerone concretizza la propria idea di Stato e di società. Ricordiamo che parlare di politica costituiva per quel tempo parlare di Roma. Per i romani la sapientia era il saper vivere in una società storicizzata, e quanto al sapiente era un vero e proprio legislatore. La Res publica aveva un duplice significato: res populi, proprietà collettiva e res, ossia Roma era un qualcosa di oggettivo. Notiamo infatti come i romani, a differenza dei greci, avevano pensieri molto più concreti e meno generalizzati.

Il De re publica prende vita tra il 54 e il 51 a.C. . Si tratta di un opera in forma di dialogo, divisa in sei libri, ambientata nel 129 a.C., che si svolge per tre giornate consecutive nella villa di Scipione Emiliano, che con l’amico Lelio, è uno dei maggiori interlocutori. L’argomento del discorso è la costituzione romana del tempo degli Scipioni. Si discute delle tre forme classiche di governo quali monarchia, aristocrazia e democrazia che talvolta possono generare nelle forme più estreme quali tirannide, oligarchia e oclocrazia. Dall’opera emerge che lo stato migliora sia un regime misto, proprio come quello della res publica romana che sa essere un po’ monarchico con i consoli, aristocratico con il senato e democratico con i comizi. Nel sesto libro troviamo il sogno di Scipione Africano, dal quale emerge il senso del dovere civile per poi ottenere una conseguente ricompensa ultraterrena. L’apparizione del nonno adottivo Scipione Africano rivela la ricompensa di eterna beatitudine destinata nell’aldilà alle anime di chi sulla terra si è prodigato per il bene della patria.

Il De legibus, scritto forse nel 51 o nel 46 a.C. è anch’esso un’opera in forma di dialogo, ed è interamente dedicato alle leggi di Roma. Viene esaltato lo ius naturale, ossia il senso di giustizia naturale che è radicato in ogni uomo e che ha avuto una perfetta applicazione nelle antiche leggi romane.

La filosofia
Dopo le orazione, i trattati retorici, le opere politiche, alla fine di una lunga carriera pubblica e intellettuale, Cicerone si da alla filosofia. Nel giro di tre anni costituisce un nutrito programma di scritti filosofici tutti in forma di dialogo per la stragrande maggioranza. Le opere filosofiche più importanti sono Le Tusculanae disputationes e il De officiis. Le prime sono dedicate a Bruto, e sono, come esplica il nome stesso, delle discussione organizzate secondo il metodo socratico della maiuetica. L’interlocutore espone una tesi la quale viene prima confutata e poi dimostrata. Discussioni tuscolane, così intitolate dalla villa di Tuscolo in cui è ambientata la conversazione, viene scritto nel 45 a.C. . Cicerone presenta in 5 libri come la filosofia può fornire vari rimedi ai mali dell’esistenza. I temi sono infatti il disprezzo della morte, la sopportazione del dolore i mezzi per lenire la tristezza, la fuga dalle passioni, la virtù come via della felicità. La questione centrale dell’opera è la sopravvivenza dell’anima alla morte del corpo; notiamo il filosofare di Cicerone si allinea con quello pitagorico e platonico. L’armonia dell’universo rispecchia il principio divino che lo regge e, secondo Cicerone, questa deve essere ricercata nelle istituzioni politiche e nella vita sociale.
Si erige su queste basi l’etica ciceroniana, espressa nel De officiis. L’opera scritta nel 44 a.C. significa I doveri e si divide in 3 libri sui doveri morali. Il primo tratta dell’honestum, ciò che è moralmente buono, dal quale emerge un vero e proprio galateo ed il decoro formale. Il secondo è dedicato all’utile mentre il terzo è rivolto al conflitto fra utile e onesto. Cicerone si chiede se sia giusto contribuire al bene della Res publica valicando però il bene del singolo. Afferma in risposta che la vera gloria e la magnitudo animis del singolo sono la conseguenza del mettersi al servizio dello stato.
La sua filosofia è intesa da Cicerone stesso come il compimento del vasto progetto culturale ed educativo che era iniziato con i grandi trattati di retorica. Egli, nonostante l’esilio, sa di aver reso servizio ai concittadini romani. La sua filosofia è per egli stesso una medicina doloris, è infatti il mezzo per lenire i dolori della vita dati dalla morte della figlia Tullia e dal divorzio con la moglie Terenzia. Il filosofare di Cicerone non è un filosofare originale, tanto è vero che egli attinge un po’ da tutte le correnti come lo stoicismo, l’epicureismo, il platonismo ecc, il meglio, per poi rielaborare il pensiero dei maestri greci e racchiuderlo in uno strumento omogeneo e decisivo per la formazione dell’humanitas della classe dirigente. l’eclettismo ciceroniano deriva dal fatto che Cicerone mira alla divulgazione piuttosto che all’originalità delle idee. L’oratore seleziona le teoria a seconda dell’adattabilità al suo programma, etico e politico, ovvero riproporre l’antica res publica in forme nuove, ma senza distruggere la tradizione. Cicerone, attingendo da fonti greche, si sforza di conciliare teoria e concretezza, riflessone ed esperienza. La filosofia ciceroniana è in un certo senso limitata, in quanto rimane sempre e comunque la difesa dei privilegi della nobilitas.

L’epistolario
Nell’epistolario ritroviamo lettere di comunicazione ufficiale e lettere di propaganda politica. Attraverso la raccolta possiamo delineare virtù e difetti dell’oratore, tanto è vero che si dice che la pubblicazione fu autorizzata alcuni anni dopo, con intento malevolo, da Ottaviano Augusto per scardinare l’autore. Dalle lettere emerge: l’orgoglio dell’homo novus giunto ai vertici dello stato grazie alle sue capacità, la sua concezione idealizzata della vita pubblica, il disgusto verso un presente troppo lontano da quei modelli. Leggendo queste opere troviamo un Cicerone diverso da come egli indulge nelle altre opere: si apre con franchezza lasciando affiorare le umane debolezze ma anche i lati migliori del suo carattere, capacità di affetti, amicizia, entusiasmo per la cultura.

Lo stile
Nello stile ciceroniano troviamo una prevalenza di ipotassi. Le principali possiedono numerose secondarie, anche subordinate tra loro, aventi una logica incalzante, le quali rispecchiano l’organica visione del mondo per Cicerone strutturata gerarchicamente. Il suo stile è caratterizzato dalla concinnitas, ossia la simmetria, l’equilibrio che assumono le parti del discordo fra di esse stesse. Troviamo anche un certo numero di figure retoriche quali il parallelismo, la contrapposizione o l’antitesi. Di grande efficacia è anche il numerus, ossia il ritmo, la musicalità del periodare che Cicerone usa per dilettare e coinvolgere emotivamente il pubblico.
Cicerone offre il perfetto stile latino, attraverso la mescolanza degli stili come quello dell’atticismo, dell’asianesimo e lo stile rodiese. Elabora così uno stile oratorio del tutto personale specializzato in tutte le risorse possibili dell’arte del dire: toni variabili, ritmo, figure retoriche, capacità narrative, emozioni ecc.. Per quanto riguarda il lessico non è particolarmente ricco in quanto un linguaggio più semplice è sempre quello più immediato, ma è elegante e preciso, ricco per varietà di scelta e di sfumature. Nella raccolta epistolare invece troviamo un periodare più agile e spedito, privo di preoccupazioni di ritmo e ricco di costrutti della parlata viva. Molto frequenti sono anche i termini greci.

La fortuna

Cicerone ha influenzato la civiltà europea sino alla fine del XIX secolo. Il cicerone oratore ha insegnato l’arte del convincere e del trascinare, il Cicerone retore l’arte dell’eloquenza e della scrittura, quello filosofo politico ha illustrato il primato delle leggi e delle istituzioni, il pensatore morale infine ha esaltato l’humanitas come risorsa universale. Personaggi importanti come Galielei, Spinoza o Leibniz guardavano il latino di Cicerone come modello comunicativo chiaro e vivo e come lingua della cultura internazionale.
La grandiosità di quest’uomo venne apprezzata in lungo e in largo, da amici e nemici, da figure importanti o meno nel corso della storia. Da Augusto, suo nemico che lo fece assassinare, che si ispirò alle linee tracciate dal De re pubblica e dal De officiis, a Quintiliano, il quale lo definisce il Demostene romano, oratore greco stimatissimo da Cicerone; da Plinio il Giovane, che si ispirò alla raccolta epistolare, a Tacito che riconobbe nell’autore il depositario dei valori morale dell’eloquenza. Cicerone conobbe una particolare ammirazione anche dei cristiani, fra i primi Lattanzio, il quale fu definito il Cicerone Cristiano, Girolamo, il quale esaltò il latino ciceroniano a scapito di quello rozzo della Bibbia e Agostino.
Nel medioevo Cicerone viene riscoperto parzialmente, apprezzato e imitato per il suo eccellente latino che diventerò prototipo della lingua pura. Quest’ammirazione finirà per fossilizzarlo, in quanto l’imitazione divenne troppo artificiale e imbalsamata. Nel Settecento e nell’Ottocento il latino comincerà a declinare, ma l’idea ciceroniana di legge naturale fu la base di tutte le riflessioni moderne sul concetto di diritto naturale e diritto delle persone. Il difensore della Repubblica era motivo di ispirazione per molti protagonisti dell’illuminismo come Voltaire, e della rivoluzione francese.
Il Romanticismo, il quale stravedeva per il mondo greco, ripudiava Cicerone il quale incarnava la latinità.
Oggi lo si studia per cercare di sapere ancor più sulla sua esistenza. Viene soprattutto apprezzato per le tecniche della comunicazione, una disciplina cruciale per l’età dei mass media.

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