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LUCREZIO

Alla fine delle guerre puniche (146 a.C.) il contadino-soldato era in crisi, perché piccoli e medi proprietari erano usciti decimati o impoveriti dalle guerre, mentre nobili ed equites avevano rafforzato il loro status economico e politico. Inoltre, le grandi affluenze di schiavi modificarono l’azienda agricola, ora basata sulla manodopera schiavile. La prima rivolta servile avvenne in Sicilia (136) e fu poi seguita da una seconda (104). Vi fu anche una rivolta sociale, che Roma riuscì a sedare solo concedendo la cittadinanza ai socii (gli alleati italici).Il fallimento della riforma agraria di Tiberio e Gaio Gracco (che volevano restituire terre alla piccola e media proprietà sottraendole dall’ager publicus) ebbe conseguenze anche sul piano militare: dal contadino-soldato patriota infatti si passò ad esercito professionale e permanente. In questa situazione si fecero largo Mario, generale con forti legami nei ceti popolari, e Silla, dittatore dall’82 e esponente del ceto aristocratico e senatorio. Morto Silla, Roma affrontò prima la guerra contro Sertorio (80), ufficiale di Mario che aveva creato in Spagna uno stato nemico, e poi una rivolta di schiavi guidati da Spartaco (73), un gladiatore di Cuma. Poi ascese al potere Pompeo, legato al ceto aristocratico. Affontò la minaccia dei pirati della Cilicia e di Mitridate, re del Ponto e nemico di Roma. Pompeo tornò a Roma nel 62 carico di gloria e ricchezze. Intanto la lotta fra optimates e populares si faceva sempre più acerba e avvenne la Congiura di Catilina, spesso con tentativi insurrezionali, che venne stroncata dalle legioni di Cicerone (62). Anche la figura di Cesare acquisì prestigio: dopo 7 anni di guerre sottomise il territorio dei Galli, ma quando il senato non gli rinnovò il consolato, Cesare varcò il Rubicone e marciò su Roma (49), aprendo una stagione di guerre civili che terminarono nel 48 con la sconfitta di Pompeo a Farsàlo. Dopo aver battuto le ultime resistenze di Pompeo a Tapso e Munda, Cesare divenne dittatore (console) a vita, ma fu assassinato nel 44.

LUCREZIO e il messaggio epicureo a Roma

BIOGRAFIA - Tito Lucrezio nacque probabilmente nel 98 a.C. (visse nella prima metà del I sec. a.C.) e morì poco più che quarantenne nel 55. Se ne hanno poche notizie, si sa che frequentò Gaio Memmio e Cicerone, dunque si può supporre che tendeva a frequentare le classi alte di Roma. Si ipotizza inoltre che possa essere nato a Napoli, per via della sua adesione all’epicureismo (a Napoli c’erano molti circoli epicurei). Vi sono testimonianze screditanti la figura di Lucrezio, secondo le quali il poeta avrebbe assunto un filtro amoroso che lo avrebbe condotto alla follia e al suicidio (san Gerolamo e Tertulliano), anche se oggi si tende a considerarle come invenzioni nate nel mondo cristiano. Altra testimonianza viene da Cicerone, che loda lo stile lucreziano, ma ne condanna l’argomento: l’epicureismo. Cicerone però non corre il rischio di attaccare il De Rerum Natura, per la sua grande influenza sul pubblico romano.

IDEOLOGIA EPICUREA - Principio e fine della vita è il piacere, inteso come assenza di dolore fisico e di sofferenza psicologica. L’epicureismo tesseva le lodi dell’otium, una vita ritirata, lontana dall’angoscia della politica. Condannava le passioni, come l’ambizione e il desiderio di gloria, di successo e di ricchezze. Bisognava cercare solo il soddisfacimento delle necessità naturali, da ricercarsi in una comunità fondata sull’amicizia e la solidarietà. La visione epicurea era ateistica (molto sacrilega per i religiosi romani). Dopo la morte non c’è nulla (specie le punizioni assegnate dagli dèi agli uomini per il loro comportamento in vita). L’universo è infinito, popolato da una pluralità di mondi, costituiti di atomi e distribuiti nello spazio, nel quale c’è anche il vuoto. La concezione epicurea dell’amore era intesa solo come uno scambio di piacere fisiologico, anche in vista della procreazione. Venivano invece banditi i legami passionali, fonte di sofferenze. Valore fondamentale era l’amicizia, basata su solidarietà e rispetto fra gli individui.

TETRAFARMACO
1. Gli dèi non esistono, o se esistono, non si curano delle vicende umane;
2. La morte non è nulla, e dopo di essa, di noi non rimane nulla;
3. Il piacere, inteso come assenza di dolore e soddisfazione dei propri bisogni, è alla portata di tutti;

4. Se Il dolore è superabile: se è breve, è intenso e porta alla morte, se è lungo, è mite e sopportabile.

APONIA - Assenza di dolore fisico, che deriva dai bisogni materiali insoddisfatti (es: fame, freddo)
ATARASSIA - Assenza di passioni, che porta all’imperturbabilità

Lucrezio sapeva delle resistenze del mondo repubblicano alla dottrina epicurea, ma si cimenta in un’opera dottrinale per il rigore del ragionamento, la chiarezza dei contenuti e la raffinatezza dello stile.
È per questo che sceglie come genere la poesia (che secondo Epicuro era inadatta come strumento di educazione filosofica e morale). Lucrezio voleva trasmettere un messaggio nuovo ed eversivo in una forma che risultasse familiare e piacevole al pubblico aristocratico al quale i rivolgeva. Questo era dotato di una certa cultura, ma poco disposto ad apprezzare un’arida prosa tecnica come quella di Epicuro. I motivi di questa scelta vengono esplicitati nel libro IV: la poesia è infatti paragonabile al miele che viene spalmato sul calice dal quale il ragazzo ingenuo beve l’amara medicina (la nuova dottrina) che gli procura guarigione e salute. La poesia ha qualità psicagogiche, persuade emotivamente attraverso immagini.

MODELLI POETICI
1) ENNIO (III-II sec. a.C.) padre della poesia latina con gli Annales. Questo spiega il frequente uso di arcaismi (lessico latino del secolo precedente) da parte di Lucrezio. In Ennio Lucrezio vide un poeta nobilitato da antichità e tradizione, ma anche un innovatore audace, che aprì nuove e difficili strade.
2) PARMENIDE e EMPEDOCLE (antichi poeti-filosofi greci) - anch’essi autori di poemi su natura e uomo.
3) POESIA DIDASCALICA ALESSANDRINA, in particolare i Fenomeni di Arato.

METODO SCIENTIFICO - Il filosofo francese Henri Bergson affrontò il problema dei limiti della fisica di Lucrezio. Nel metodo scientifico si susseguono le fasi di osservazione, ipotesi e sperimentazione, ma secondo Bergson Lucrezio ha seguito solo i primi due. Non ha conosciuto la sperimentazione. Lucrezio giunge alle grandi leggi della natura solo attraverso la sua forte immaginazione, per pura fortuna. Quando giunge a verità le accetta per vere senza dimostrarle, in quanto la sua è solo un’osservazione superficiale.

DE RERUM NATURA
PRIMO DESTINATARIO - Gaio Memmio

CONTENUTO - Il De Rerum Natura è un poema didascalico, la trattazione in 7500 esametri della filosofia epicurea. Il poema ha nell’intero una forte coesione strutturale: è preceduto da un proemio e concluso da un epilogo. Il poema si articola in 6 libri, i quali si dividono in 3 coppie, poiché i libri dispari (I, III e V) fungono da premesse per i concetti espressi nei libri pari (II, IV e VI).

LIBRI I, II - Descrizione fisica del mondo, preliminare alle altre considerazioni sull’uomo e sulla vita. Materia e vuoto si pongono in uno spazio cosmico in cui gli atomi si muovono e si ricombinano.
LIBRI III, IV - La dottrina fisica viene estesa ai fenomeni del mondo umano: si parla della dissoluzione dell’anima, un aggregato di atomi e di presupposti materiali per conoscenza, sentimenti e reazioni.
LIBRI V, VI - Viene descritta la cosmologia. Il libro V descrive la mortalità del mondo e la storia dell’umanità, il VI spiega razionalmente fenomeni fisici come fulmini, terremoti ed epidemie. L’intento è sempre ribadire l’estraneità degli dèi a fenomeni che l’uomo attribuisce alla loro volontà. L’opera si chiude con l’immagine della peste ad Atene, che assume ambigui significati.

IMMAGINI - Lucrezio venne definito “poeta visivo” per la ricchezza di immagini nel suo poema. Per gli epicurei la realtà era conoscibile solo mediante l’esperienza: dunque, quando i 5 sensi non riescono a percepire entità invisibili come gli atomi, il ricorso all’analogia diventa un obbligo. Per questo si fanno frequenti le immagini analogiche, che riducono molto il divario fra noto e ignoto. Il poema è anche ricco di visioni, come un terremoto, un’eruzione, un esercito visto dall’alto o il cielo in una pozzanghera: queste suscitano particolari emozioni che rendono il lettore più ricettivo nei confronti dei messaggi proposti.

STILE - Lo stile lucreziano è ricco di figure retoriche (allitterazioni, assonanze, antitesi, chiasmi, ipallagi e figure che accompagnano i concetti con impressioni fonetiche, rendendoli ancora più suggestivi. È inoltre un coniatore di numerose parole composte, come frugiferens (= fruttifero). Frequenti sono gli arcaismi, in omaggio a Ennio, e Lucrezio assume il prestigio di aver tradotto in latino numerosi termini greci, risolvendo, di fatto, un’egestas (= povertà di parole latine) che durava da molto tempo.

LIBRO I - Dopo l’invocazione proemiale a Venere, Lucrezio presenta l’argomento del poema. Rappresenta poi la vittoria di Epicuro sulla religione e i delitti causati dalla stessa religione (sacrificio di Ifigenia). Dopo aver insistito sulla necessità di sostituire alla falsa religione la vera dottrina della scienza, Lucrezio affronta i primi fondamenti della cosmologia epicureo-democritea: il principio per cui nulla ritorna al nulla, l’esistenza dell’invisibile, l’esistenza del vuoto, il concetto di tempo e le caratteristiche dei “mattoni fondamentali” della materia, gli atomi.
POEMA DIDASCALICO - Dopo Parmenide ed Empedocle (V sec. a.C.) fu Platone ad interrompere la tradizione di affidare a un poema una teoria filosofica. Platone ripudiò la poesia, e preferì il dialogo. Sosteneva infatti che la poesia fosse un medium filosofico, un’imitazione del mondo che è già copia del mondo ideale, dunque un’imitazione dell’imitazione, lontana dalla verità delle idee. Inoltre, la poesia rappresenta, oltre ai comportamenti virtuosi, anche quelli deplorevoli, risultando così nociva. Per Aristotele la poesia è inadeguata per l’esposizione e la ricerca teoretica, perché non risponde con la necessaria chiarezza. Lucrezio compie dunque una scelta rivoluzionaria, con la quale egli riesce a illustrare una materia difficile attraverso il ricorso a immagini analogiche, con le quali l’ignoto diventa noto.

INVOCAZIONE A VENERE - Come da tradizione dell’epica, Lucrezio invoca una divinità nei primi versi, Venere, invitandola a creare un clima di pace e serenità nel momento in cui si accinge a scrivere. È imprescindibile come condizione affinché egli possa portare a compimento il proprio impegno di mediatore epicureo. Venere viene rappresentata come la forza vivificante della natura in tutte le sue manifestazioni. Particolare attenzione viene riposta sugli animali, che vinti dalla forza dell’amore che la dea infonde loro, prolificano. Ma Venere è anche, in quanto “datrice di vita”, l’unica che sappia neutralizzare la potenza distruttiva di Marte, dio della guerra (cioè portatore di morte). È innovativo il fatto che una dea venga invocata per un poema fondato su una concezione materialistica. Vi sono più ipotesi al riguardo: Venere è portatrice di pax, simbolo di voluptas, allegoria del principio di vita, oppure il conflitto fra amore e odio, sui quali si basa l’ordine e la vita del mondo. Inoltre, Venere è la dea protettrice delle gens Iulia e Memmia. Oppure, più semplicemente, Lucrezio ha fatto ricorso a una dea cara ai romani, in una sorta di captatio benevolentiae.

ELOGIO DI EPICURO - Lucrezio si sente in dovere di rivolgere un primo elogio a Epicuro, che per primo si è opposto a quel sistema di credenze e superstizioni chiamato religio. È questo un impedimento all’uomo che così non riesce a raggiungere la corretta visione delle cose. La religio, che prima opprimeva l’umanità, è stata calpestata da Epicuro, il liberatore, che ha compiuto un viaggio negli spazi infiniti dell’universo e vuole riferire ciò che ha visto circa la vera natura delle cose. Lucrezio sottolinea come questa religio sia stata la causa dei crimini più efferati: sceglie come exemplum il mito di Ifigenia, figlia di Agamennone, sacrificata per placare l’ira di Artemide.

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