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Cicerone

Cicerone non vuole che la struttura di Roma cambi perché altrimenti la sua classe sociale ne sarebbe stata danneggiata. Avvenimenti come il Cesaricidio (omicidio di Cesare), infatti, avevano come obiettivo l’eliminazione del singolo per evitare quel processo di innovazione che avrebbe portato Roma a trasformarsi in un’altra forma di governo.

Pertanto egli non andava alla ricerca del potere, ma voleva che tutte le magistrature vigenti rimanessero in vita per ciò che erano. Gli elementi che stavano cambiando la civiltà romana dopo la caduta di Cartagine erano da ricercare nel venir meno della paura del nemico e in un numero sempre maggiore di ricchezze di cui si poteva disporre.

Tra le varie opere di Cicerone è possibile ricordare l’Epistolario. Gran parte delle lettere erano indirizzate all’amico Attico e ai familiari e pertanto egli non pensava che sarebbero state pubblicate. Ciò gli consentì di trattare qualsiasi tipo di argomento in maniera meno formale di quella canonica e permise la presentazione di una figura alternativa a quella dell’oratore: infatti l’immagine che viene fuori è quella di un uomo provato dal dolore che cerca negli altri la forza che gli manca.

La retorica è la "techne", cioè l’arte di comporre le orazioni. Quando i ragazzi andavano a scuola presso i grandi oratori, facevano la retorica. Cicerone è stato il più grande oratore. Ci sono varie opere di retorica di Cicerone. Cicerone riprende quello che aveva detto Catone già tempo addietro. Per Cicerone l’oratore è il vir bonus dicendi peritus. Anche lui, come Catone, ritiene che l’oratore debba prima di tutto essere vir bonus, la moralità prima di tutto, il rispetto, poi la perizia, l’abilità e la capacità di parlare. Come al solito, solo chi aveva specchiata moralità poteva parlare ed essere ritenuto un punto di riferimento.

Ci sono diversi tipi di orazione: L’orazione giudiziaria è quella che si tiene in tribunale, nei processi; le orazioni deliberative sono quelle fatte in un’assemblea per deliberare, per prendere una decisione; un altro genere di orazione è l’orazione epidittica, da "epideichnumi", orazioni che servono per dimostrare, che vengono tenute quando bisogna onorare la morte degli uomini, il vincitore di una gara, un eroe. Cicerone ha tenuto le orazioni giudiziarie e deliberative. Cicerone non dice niente di nuovo, prende tutto dal mondo greco e lo trasmigra nel mondo romano. Prende dal mondo greco la divisione interna, cioè quali sono gli elementi fondamentali di un discorso.

Secondo Cicerone e il mondo greco, gli elementi fondamentali per la preparazione di un discorso sono:
- inventio, cioè la capacità di trovare gli argomenti utili al proprio discorso, gli argomenti fondanti, quelli che non si possono mettere da parte;
- dispositio, cioè l’ordine in cui bisogna mettere gli argomenti che vengono ritenuti necessari;
- elocutio, cioè lo stile da utilizzare nel discorso;
- memoria, cioè le tecniche per la memorizzazione;
- actio, cioè la gestualità, la mimica.

Demostene, oratore greco, non stava mai fermo mentre teneva le sue orazioni deliberative. Demostene, sostenitore della Grecia contro Filippo, cercava di persuadere i suoi cittadini a combattere contro il padre di Alessandro. Demostene si esercitava parlando e correndo, in modo da poter allargare i polmoni. Era addirittura balbuziente, e risolse questo problema mettendosi dei sassi in bocca.

Secondo Cicerone, un ottimo oratore deve:
- docere, cioè istruire; l’uditorio deve essere messo al corrente di ciò che è accaduto, se siamo in un tribunale, o di quello che pensa l’oratore che sta parlando, se siamo in un’assemblea;
- delectare, cioè dilettare. L’oratore deve quindi trovare tutti i sistemi per rendere piacevole il suo ascolto;
- movere, cioè smuovere gli animi, deve essere capace di penetrare negli animi di coloro che ascoltano;
- flectere, cioè portare dalla sua parte.

Ma per fare tutto questo, l’oratore deve essere necessariamente un uomo colto, deve conoscere la letteratura, la storia, la filosofia, la geografia, l’economia; non deve tralasciare lo studio di nessuna disciplina, perché quando imbastirà l’orazione tutto potrà tornargli utile. All’uomo colto si deve necessariamente affiancare la "techne": un oratore potrà essere colto, ma senza gli strumenti della "techne" non potrà mai essere un buon oratore.

L’oratoria si ha a Roma in questo periodo perché non solo questo è il periodo della democrazia, della res publica, ma soprattutto perché ci troviamo nel periodo della res publica in declino, in cui si creano le fazioni, le divisioni fra chi vuole il declino della repubblica e chi vuole ritornare alla situazione precedente.

Un’orazione è costituita dall’exordio, dalla narratio, dalla argumentatio e dalla peroratio.

Quando Cicerone inizia la sua attività di oratore, il suo modello, il suo punto di riferimento, è il famoso Ortensio Ortalo, che poi lui sconfiggerà nelle Verrine. Ortensio Ortalo era fautore dello stile dell’asianesimo, uno stile ampolloso, ricco di giochi di parole e di periodi difficili, strutturati in maniera particolare. Cicerone quindi, all’inizio della sua carriera, abbraccia questo stile perché è lo stile utilizzato da Ortensio Ortalo. Per dare una veste alle sue prime orazioni, sceglie quindi questo tipo di stile.

Poi, Cicerone va in Grecia, a Rodi, segue la scuola di Colone e modifica il suo stile, perché questo maestro che lui segue è fautore di un altro stile: lo stile attico, o atticismo. Questo stile si oppone fortemente all’asianesimo, perché è uno stile molto lineare, ha una struttura molto più semplice, con meno giochi di parole, più regolare e morbido. Cicerone, quando torna a Roma e continua a fare le sue orazioni, si stacca dall’asianesimo e si avvicina all’atticismo.

Non si può dire che Cicerone sia seguace dell’asianesimo, e non si può dire nemmeno che sia seguace dell’atticismo: egli è stato capace di creare uno stile tutto suo, lo stile ciceroniano, che non ha a che vedere né con l'uno, né con l’altro.

Si può vedere un percorso da lui compiuto tra le Verrinae, le Catilinariae e le Philippicae:

Nelle Verrinae lo stile di Cicerone non rinuncia alle frasi ad effetto, che appartengono al suo modo di essere. I periodi sono costruiti in maniera simmetrica, nel periodo ogni parola deve avere una posizione particolare. Cicerone è molto attento al sermo numerus, cioè il discorso ritmato, il ritmo. Tale numerus è dato dalla simmetria delle parole e delle parti. Cicerone bada addirittura al numero di sillabe componenti una parola e agli accenti che ricadono su tali sillabe, in modo da creare un ritmo che possa risultare piacevole da ascoltare. Il periodo è costituito da una frase principale da cui si dipartono tutte le subordinate. Ci sono anche le coordinate, ma in Cicerone prevale l’ipotassi, cioè la subordinazione.

Con le Catilinariae, Cicerone riprende lo stile pungente e ironico nei confronti di Verre. Ritornano le interrogative, ritornano gli artifici stilistici che nel periodo delle Verrine erano stati sì presenti, ma meno frequenti. Tuttavia, succede anche che, in maniera particolare dopo Catilina, c’è la presenza di Cesare. Una presenza così intensa limita la libertà di parola. Questa limitazione la ritroviamo nelle orazioni di Cicerone di questo periodo, in cui sembra quasi andare completamente verso lo stile attico. Lo stile di Cicerone si semplifica molto proprio perché la libertà di parola è qualcosa che viene limata, qualcosa che Cesare non sempre concede.

L’ultima stagione di Cicerone sono le Philippicae. Morto Cesare, mentre Ottaviano e Augusto lottano, Cicerone sfoggia tutta la sua perizia per costruire le sue orazioni. Cicerone è un purista, per quel che riguarda la lingua: all’interno delle sue opere, i termini che utilizza sono quelli della lingua latina; arcaismi, neologismi, grecismi, non appartengono alla sua scrittura. Possiamo trovare soltanto qualche grecismo nelle verrine.

Cicerone è un oratore che ha fatto scuola. È riuscito a creare uno stile tutto suo non soltanto perché ha studiato, ma la sua particolarità è quella di essere contemporaneamente un uomo politico. Nei suoi discorsi, quello che deve emergere è la res, cioè l’argomento. Le sue non sono opere di retorica, ma lo stile è finalizzato a far emergere in primo piano la questione. Forse è questo l’elemento che distingue Cicerone dagli altri oratori. Lui aveva una conoscenza così profonda del meccanismo in cui si inserivano le sue orazioni, che attraverso il suo stile risultava più abile degli altri.

Le Verrine sono composte dalla:
- divinatio, cioè l’orazione attraverso la quale l’avvocato chiedeva di prendere le difese del suo cliente. Ortensio Ortalo aveva cercato di far sì che l’avvocato dei Siciliani non fosse Cicerone, ma fosse un altro avvocato, stretto al suo gruppo, con il quale egli poteva scendere a patti. Cicerone seppe di questo tentativo di complotto e disse apertamente nella sua orazione quello che sapeva. Perciò la difesa dei Siciliani fu assegnata a Cicerone.
- Actio prima in Verrem, in cui Cicerone elencò tutto il materiale che aveva raccolto in tre mesi di indagine in Sicilia. Verre, avendo capito che sarebbe finita male per lui, decise di andarsene.

Le Catilinarie sono quattro: la prima e la quarta furono pronunciate in Senato, la seconda e la terza davanti al popolo. Sono le più famose orazioni di Cicerone.

Le opere politiche di Cicerone

Le opere politiche di Cicerone sono essenzialmente due: il De re publica e il De legibus, che richiamano le opere di Platone, politeia e nomoi. Queste opere, nel titolo, si collegano ad una tradizione: sembra che Cicerone voglia emulare, voglia riprendere un discorso interrotto; tuttavia c'è una differenza, poiché Platone teorizza uno Stato che non esiste, Cicerone, invece, non parla in astratto, ma scende direttamente nel concreto.

Nel De re publica Cicerone parla appunto della repubblica, affermando che essa è la miglior forma di governo. Cicerone parla dello Stato che ha sotto i suoi occhi, già formato, che lui ritiene essere la miglior forma di governo. Quando si parla di res publica con Cicerone, non parliamo mai di una repubblica perfettamente democratica, ma di una res publica aristocratica: a dover governare la società devono essere soltanto gli optimates, agli altri devono essere assegnate solo piccole funzioni.
Nella parte finale del de re publica, Cicerone immagina Scipione che ha un sogno, una visione, e gli indica l'isola dei beati, ossia il luogo più bello del cielo, dove vanno a finire tutti coloro che hanno amministrato bene lo Stato. È un riconoscimento che va ben oltre la vita terrena.

Del De Legibus ci è arrivato molto poco. È una storia di Roma dalle origini fino ai giorni di Cicerone.
Cicerone parla di un princeps: si dice che possa essere Pompeo, o lui stesso, o altri personaggi della Roma di quei tempi. Cicerone definisce il princeps come un "moderator rei publicae", cioè colui che riesce a moderare le parti per il benessere dello Stato. Altri lo hanno definito "imperatore senza scettro".
Insieme al princeps, devono svolgere l’azione di governo quei ceti come gli optimates e gli equites nella concordia ordinum, ma anche i ricchi.

Le opere filosofiche

Cicerone è essenzialmente uno storico. Mentre altri pensatori parleranno di filosofia in maniera vaga, saranno cioè capaci di prendere dalle varie filosofie, senza nessuna chiusura mentale, quello che serve per raggiungere la virtus, l'obiettivo della vita, Cicerone impregna la filosofia. Egli si scaglia volutamente contro l'epicureismo. L'epicureismo dice "late biosas", "vivi nascosto", non partecipare alla vita politica almeno che la situazione non richieda necessariamente il tuo impegno; ma vivere di nascosto, non interessarsi della vita politica, per Cicerone significava mettere tutto nelle mani di poche persone, far venir meno quel concetto di res publica a cui lui era particolarmente affezionato.

Nelle opere filosofiche, spesso e volentieri ci sono dei dialoghi degli esponenti o simpatizzanti di diverse filosofie che dialogano tra di loro su un determinato concetto. Quando parla colui che porta avanti il concetto epicureo, viene sempre messo nell'angolo da Cicerone, qualsiasi sia l'argomento proposto, perché per lui quella filosofia è dannosa per la res publica, non moralmente, ma politicamente.
Insieme alla riflessione filosofica c'è la riflessione politica.

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