Video appunto: Seneca, Lucio Anneo - Tragedie (5)

Le tragedie di Seneca



Breve storia della tragedia latina



La storia latina è costellata di numerosissimi tragediografi delle cui opere non rimangono che frammenti o poche righe riportate indirettamente. Fra i più grandi tragediografi latini compaiono Pacuvio e Accio, poeti continuatori di Ennio, che si ispirarono al modello greco.
Nelle loro tragedie, di argomento greco, si ha la ricerca, maggiore rispetto al passato, degli effetti patetici, l'elaborazione di una trama complessa, articolata e romanzesca e una forte tensione per il macabro, il truce e il tetro. Il teatro aveva poi subito una battuta di arresto notevole durante il periodo di Cesare e di Augusto, nonostante quest'ultimo avesse cercato di riportarne il genere in auge assieme a quello dell'epica, in quanto generi adatti ad inneggiare al potere e a esaltare la figura dell'imperatore tramite le gesta di nobili eroi. Quelle di Seneca costituiscono le prime tragedie, in grado di affermare la ripresa della tragedia avvenuta dopo Augusto, che ci siano pervenute per intero. Si tratta interamente di tragedie di argomento greco (l'octavia che si supponeva avesse scritto si è rivelato essere realmente l'opera di un semplice imitatore, in quanto sia la morte di Seneca che di Nerone, che di molto aveva seguito quella del poeta, apparse in sogno a Seneca stesso, protagonista dell'opera, vengono descritte in maniera troppo precisa e fedele al vero perché Seneca possa averle semplicemente immaginate e scritte). Greci sono anche i modelli a cui tali opere si rifanno, ed in particolare al periodo classico, fra i cui modelli principali spiccano Sofocle e Euripide. Molto presente è il tema dell’esecrazione della tirannide, tipico nella tragedia latina; infatti così come la tragedia, e l'epica, ben si presta all'esaltazione del potere e dell'imperatore, ugualmente si prestano perfettamente ad essere denuncia del potere tirannico (Seneca infatti non era mai stato un sostenitore del potere imperiale ma aveva avuto fiducia nel quinquennio felice e nella figura del sovrano filosofo, che però ora era venuta a mancare). La tirannide viene quindi presentata in tutta la sua brutalità, rispecchiando il generale interesse di Seneca per l'indagine di personalità fortemente conflittuali. Sono quindi tutte configurate come conflitti di forze contrastanti fra le quali il dissidio più grande è costituito dalla tendenza a fare il bene e il male, la mens bona e il furor, e vengono spesso riprese le tematiche filosofiche già trattate in altre opere, portando alla convinzione che il teatro senecano possa costituire, sottoforma di exempla del mito, ossia un trasposizione teatrale della filosofia stoica, che però vede il trionfo del furor e delle passioni (che quindi potrebbe significare o la perdita di fiducia nella filosofia stoica o un assenza di un influsso filosofico così forte). La lotta fra bene e male che le accomuna non è più relegata alla sola psiche umana ma si estende al mondo intero, che si concretizza come una realtà cupa e atroce, scenario in cui si scatenano le forze maligne, attribuendo al conflitto una dimensione cosmica e universale. L’emergere del male nel mondo si manifesta anche nella figura del tiranno sanguinario e bramoso di potere, chiuso alla moderazione e alla clemenza.

L’Apokolokyntosis



Anche nota come Ludus de morte Claudii, il titolo greco implica tuttavia un particolare significato, ossia ‘apoteosi di una zucca’ alludendo forse alla sua stupidità, lo zuccone è infatti l’imperatore, e riferendosi quindi alla fama non molto lusinghiera di imperatore che aveva lasciato il governo ai propri liberti. Tema dell’opera contiene infatti la parodia della divinizzazione (il decreto dell’ascensione fra gli dei dell’imperatore defunto era un’usanza dell’epoca) di Claudio decretata dal senato a seguito della sua morte; diventa inoltre mezzo per sfogare il suo risentimento nei confronti dell’imperatore che anni prima lo aveva condannato all’esilio. La narrazione segue quindi l’ascesa di Claudio al monte Olimpo, dove superbamente pensa di venir accolto fra gli dei che tuttavia lo condannano a scendere negli inferi come tutti i mortali, dove svolge umilianti punizioni finché non viene assegnato ad un suo stesso liberto, Menandro.