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Le Tragedie


Seneca scrive 9 tragedie che sono tutte coturnate (tragedie di ambientazione greca); sotto il suo nome ci è giunta una decima tragedia che è una praetexta (tragedia di ambientazione latina) intitolata Octavia che tratta del destino della moglie di Nerone Tuttvia, da uno studio approfondito di questa tragedia, possiamo affermare che non sia una tragedia di Seneca, ma di un suo imitatore.
[La praetexta è stata definita per la prima volta da Nevio.]
I critici hanno visto una sorta di dicotomia, di contrapposizione tra la produzione filosofica di Seneca e quella tragica:
- Nella produzione filosofica Seneca mostra un grande ottimismo nei confronti dell'uomo che grazie all'aiuto della ratio può raggiungere la virtus;
- Nella produzione tragica viene affermato che il logos (la ratio in greco) è alla deriva in quanto ci vengono presentati protagonisti che sono del tutto in balìa delle passioni che annullano totalmente la dimensione razionale dell'individuo e si presentano come un furor (pazzia) che man mano invade l'animo del personaggio, se ne impossessa, e quest'ultimo non è più in grado di controllare le sue azioni poiché dettate da questo furor che spinge i personaggi a compiere azioni empie.
Quindi da un punto di vista contenutistico è realmente visibile questa contrapposizione tra produzione filosofica e produzione tragica, però la finalità che persegue Seneca è sempre la stessa, cioè quella di dare degli insegnamenti, soprattutto di vita, su come comportarci; come nei dialogi filosofici egli cercava di tracciare l'iter da seguire per il raggiungimento della virtus, ora mette in guardia gli uomini da quelle passioni da cui maggiormente deve tenersi lontano, perché sono quelle che ostacolano il raggiungimento della virtus.
Queste tragedie sono scritte soprattutto per istruire Nerone, infatti furono composte nel periodo in cui Seneca era al fianco di Nerone nella gestione politica.
In queste tragedie si assiste ad una profonda analisi psicologica dei personaggi ed in particolar modo delle protagoniste femminili; egli indaga su come la passione dilaga nell'animo e nonostante il personaggio cerchi di porre dei limiti, di frenare questo furor, la passione prende il sopravvento e infatti, nella parte finale delle tragedie, troviamo i protagonisti in balìa delle passioni, i quali non sono più in grado di agire razionalmente.
La ratio non è del tutto assente nelle tragedie di Seneca, ma spesse volte viene impersonificata da personaggi secondari, ad esempio nella Fedra (una delle tragedie migliori di Seneca) la ratio viene impersonificata nelle ancelle della regina che cercano di distoglierla dalla passione che ella nutre per il figliastro Ippolito, quindi cercano di consigliarla anche se il loro intento fallisce.
Seneca si rifà a modelli greci, imita il teatro dei più grandi tragediografi greci: Sofocle, Eschilo ed Euripide, in particolar modo a quest'ultimo, soprattutto nella rappresentazione psicologica del personaggio femminile.
Tra le Tragedie dobbiamo ricordare soprattutto:
(Sia nella Fedra e che nella Medea c'è l'analisi psicologica del personaggio femminile protagonista)
La Medea: la protagonista è una donna sposata con Giàsone che la tradisce con Creusa; quando la donna viene a conoscenza del tradimento è invasa da una volontà di vendetta sia nei confronti di Creusa che del marito. La vendetta d'amore (che è il furor in questione) dapprima si scaglia su Creusa, infatti le invierà un mantello avvelenato che causerà alla donna una morte atroce. Questo furor aumenta sempre di più, infatti Medea vuole vendicarsi del marito in modo ancora più crudele: decide di uccidere i suoi due figli al cospetto del marito (il furor ormai si è impadronito di questa donna che medita la vendetta attraverso l'uccisione dei figli, quindi ormai è impossibile controllare le sue azioni); un passo molto significativo è quello in cui Giasone, dopo aver assistito all'uccisione del suo primo figlio implora la moglie di risparmiare almeno il secondo, ma lei gli risponde: "Ma tu pensi che se io fossi riuscita a trattenere questo mio furor avrei ucciso uno dei miei figli?"
Già in questa tragedia si nota uno degli elementi maggiormente caratterizzanti delle tragedie di Seneca cioè la predilezione che egli ha nella rappresentazione di elementi orridi e macabri, questa rappresentazione è coerente con il suo stile definito barocco, che consiste in questa tendenza a creare una sorta di meraviglia nel lettore e, per far ciò, si serve proprio di questi elementi macabri, molto presenti nelle sue tragedie.
La Phaedra: Phaedra è sposata con Tèseo, ma si innamora del figliastro Ippolito. Approfitta di un periodo in cui il marito è lontano per una guerra, per dichiarare il suo amore ad Ippolito. Ovviamente, prima della dichiarazione, si assiste alla rappresentazione del profondo travaglio psicologico vissuto da questo personaggio, che cerca di lottare contro questa passione ma l'amore prende il sopravvento ed è costretta a dichiararsi ad Ippolito. Quest'ultimo la respinge e Phaedra medita una vendetta nei suoi confronti: quando torna il marito Teseo, Phaedra gli dice che suo figlio Ippolito ha tentato di abusare di lei; Teseo allora invoca la vendetta degli dei contro suoi figlio che comunque giunge, infatti Ippolito muore con una morte atroce (un fulmine lo scaraventerà fuori dal carro ed il suo corpo sarà ridotto a brandelli, i quali saranno sparsi per tutta la foresta) ma Phaedra, dopo aver assistito allo scempio del corpo di Ippolito, decide di confessare e di uccidersi.
L'amore tremendo di Phaedra può essere paragonabile all'amor tremendo dell'Ermengarda di Manzoni, infatti il ritratto psicologico di questa donna è molto simile a quello Manzoniano.
Il Tieste: È la tragedia in cui vengono maggiormente evidenziati gli aspetti macabri. Tratta di due fratelli: Tieste ed Atreo, in combutta fra loro, in quanto Atreo ha portato via a Tieste il potere e la moglie. Tieste, preso dal furor della vendetta nei confronti del fratello, invita Atreo ad un banchetto fingendo di voler riappacificarsi, invece ordina di far uccidere i figli di Atreo e di cucinarli, fa mangiare ad Atreo, durante il banchetto, le carni dei propri figli e soltanto alla fine chiama i servitori per far servire la portata finale: le teste dei figli ben preparate in un vassoio.
Queste Tragedie riprendono quelle greche anche per quanto riguarda la struttura, infatti la tragedia è costituita da 5 atti: il 1° atto corrisponde al prologo e gli altri sono separati dai cori, anche se in Seneca il coro ha una funzione ridotta rispetto alle tragedie greche.
Queste Tragedie non sono testi adatti ad una rappresentazione teatrale perché si basano molto su monologhi interiori che rallentano l'azione spegnendo la tensione che in una tragedia deve essere sempre molto accesa; infatti Seneca non scrisse questi testi per rappresentarli nei teatri pubblici, ma per le cosiddette recitationes, cioè erano finalizzati alla lettura davanti ad un pubblico ristretto qual era quello della corte neroniana (infatti la finalità principale di Seneca era quella di dare degli insegnamenti in primis a Nerone). Per cui si parla di tragedie statiche.
Per quanto riguarda lo stile si parla di neo-asianesimo che ricerca molto gli effetti patetici attraverso l'utilizzo di figure retoriche, in particolar modo l'allitterazione.
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