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La Restaurazione dei Flavi e Quintiliano
Dopo il periodo di disordinate innovazioni che l’età neroniana aveva attuato sia in campo politico sia in campo culturale, Vespasiano e i Flavi realizzarono una restaurazione a vasto raggio che partì dal risanamento finanziario e si estese alla vita pubblica e alla cultura. Per contrastare l’indirizzo orientaleggiante voluto da Nerone, i Flavi vollero la ripresa dei valori romani e italici.
L’opera di Quintiliano va vista come un contributo a questa esigenza del potere che lo assunse e lo stipendiò per questo. L’antica figura del vir bonus dicendi peritus che fin dai tempi di Catone rappresentava la summa delle competenze tecniche e dei compiti del cittadino era riproposta e conformata a nuove e diverse esigenze rispetto all’età repubblicana: la formazione, attraverso l’educazione retorica, del funzionario dello Stato dotato di competenze tecniche ma fornito di vasta cultura e depositario di antichi valori civili. Ora però tutto questo era una summa di qualità, spesa nell’interesse sì del cittadino ma anche dello Stato-Imperatore.

Formare l’oratore non significa solo creare una figura destinata alla professione forense ma procedere attraverso l’educazione linguistica e retorica alla formazione culturale e morale completa di un perfetto collaboratore del principe (quale sarà ad esempio Plinio il Giovane, suo allievo). Ben consapevole della difficoltà del compito a cui mira la sua opera, Q. definisce la formazione del nuovo oratore "un compito tra i più difficili”.

QUINTILIANO
Nato in Spagna tra il 30-40 d.C. si recò a studiare retorica a Roma per poi ritornare nella sua terra d’origine. Ritorna a Roma nel 68 per opera di Galba, fu il senatore che successe Nerone. Fu avvocato e insegnante (ebbe tra i suoi allievi Plinio il Giovane e forse anche Tacito) per circa 20 anni dal 70-90 d.C. ed ebbe importanti riconoscimenti pubblici tanto che Vespasiano lo incaricò di organizzare una scuola di retorica sovvenzionata dallo Stato e per questo compito percepì un elevato stipendio. Si guadagnò la fama sotto la dinastia dei Flavi ma raggiunse l’apice del successo con Domiziano che gli affidò l’istruzione dei nipoti (che sarebbero stati i suoi successori al trono) e gli conferì la dignità consolare.
Si ritirò dall’insegnamento nel 90-94 d.C. e si dedicò alla scrittura: prima scrisse il trattato “De causis corruptae eloquentiae” (andato perduto) e successivamente la sua opera maggiore l’”Institutio Oratoria” scritta tra il 90-96 d.C. Morì probabilmente attorno al 96 d.C., infatti, Plinio il Giovane nelle sue corrispondenze scritte sotto Traiano parla di lui come di chi non è più in vita.

Della sua produzione sono andate perse le “Orazioni” e il trattato “De causis corruptae eloquentiae” dove a differenza di Seneca padre che individua le cause della decadenza dell’oratoria nelle mutate condizioni politiche e nella crisi morale, Q. indica come vera causa della decadenza i cambiamenti che sono intervenuti nella scuola: l’abbandono dei modelli classici e il diffondersi del gusto per le declamazioni, ovvero, le conferenze pubbliche fatte solo per dimostrare la propria abilità che hanno impedito la nascita di grandi oratori.
Sappiamo che a Roma lo studio della retorica non è mai stato pura preparazione all’attività forense ma soprattutto formazione dell’uomo di cultura e del politico. L’abilità retorica è da sempre stata un elemento indispensabile per l’appartenente alle classi alte destinato alla carriera politica, cioè, a occupare un posto in Senato.
Come Cicerone, pensa che la retorica serva alla formazione dell’uomo: l’oratore che cerca di formare con l’Institutio oratoria deve essere un vir bonus (per i filosofi sapiens) dicendi peritus (uomo retto esperto nell’arte del dire) secondo la formula catoniana che anche Cicerone aveva fatto propria mettendo, però, l’accento, oltre che sulle qualità morali, anche sulla totale subordinazione dell’attività dell’oratore al principato: il vir bonus sa anteporre il bene pubblico a quello privato, e si preoccupa in primo luogo della communis utilitas. Dotato insieme di qualità tecniche e morali, l’oratore può diventare un ornamentum civitatis (gioiello della città, come lo definisce Cicerone nel De oratore) perché è colui che mette la sua abilità di tecnica al servizio dei concittadini consigliandoli di fronte alle decisioni utili all’interesse di tutti e giovando con la sua parola alla città. Riprendendo questa idea per Q. l’oratore sarà un vero civilis vir (uomo veramente integrato e utile alla società).

Il ritorno a Cicerone è sicuramente un cardine del progetto perseguito nell’opera, punto d’incontro da un lato tra ordine e disciplina di stile e dall’altro tra la richiesta dell’ordine e la disciplina necessari per la restaurazione. Cicerone diventa un grande modello che va imitato come oratore per la sua tecnica e come uomo per la sua figura d’intellettuale e di cittadino dicendi peritus che mette la sua esperienza al servizio dello Stato.
Per quanto riguarda lo stile critica, come Cicerone, l’atticismo per la sua semplicità disadorna e arcaicizzante ma combatte soprattutto lo stile sentenzioso (dirà di Seneca: arena sine calcem). Il difetto principale di questo stile definito vitiosum et corruptum è la mancanza del senso di misura nell’uso dei procedimenti retorici : il fine degli oratori nuovi è la voluptas di chi ascolta; gli oratori mirano a delectare, scambiano quello che è un fine secondario per quello principale che è movere, "persuadere".

Si attiene all’impostazione tradizionale; tuttavia, sa che in qualche caso essa è divenuta fine a se stessa e che la forma conta più del contenuto. Lo stile di Quintiliano è, come egli stesso afferma, elegante “nitoris”,con un ampio uso di figure retoriche. Le differenze con Cicerone sono molteplici: sintassi meno ampia e più varia, maggiore incisività. (spesso a cicerone erano rimproverati prolissità e lentezza). Q. considera Cicerone un modello insuperato ma non insuperabile.

Per Q. lo stile ordinato è un’abitudine al pensare ordinato e va acquisito fin dall’infanzia: la sua aspirazione è proprio quella di formare questa figura di cittadino e professionista e prendersene cura quando è ancora in fasce; da qui la preoccupazione pedagogica che hanno fatto di lui un pedagogista ante litteram (molte riflessioni di acuta sensibilità psicologica sul modo di apprendere e insegnare al bambino).
La parte più complessa dell’opera è riservata ai problemi tecnici della complessa formazione retorica. Riprende i maggiori autori, da Aristotele a Cicerone, sia greci che romani, ma tempera l’aridità della precettistica con una sensibilità pratica, prettamente romana, e con una continua attenzione alla prassi processuale e alle situazioni concrete. A differenza di Cicerone che nella formazione dell’oratore aveva valorizzato la pratica filosofica, Quintiliano è interessato poco alla filosofica e maggiormente alla letteratura che attraverso l’imitazione insegna a produrre grandi modelli stilistici. Infatti, il 10° libro è dedicato alla rassegna di autori latini e greci. La sua valutazione di questi autori obbedisce ad un criterio moralistico e scolastico non letterario: egli valuta un autore in relazione alla maggiore o minore utilità che esso può avere nella formazione retorica. Si spiegano così alcuni giudizi negativi e limitativi: Quintiliano non li considera per il valore delle loro opere, ritiene semplicemente che il loro stile non sia consigliabile all’imitazione dei suoi allievi. Secondariamente gli autori sono sottoposti a un vaglio moralistico: egli valuta di volta in volta l’opportunità di far leggere ai ragazzi determinati autori.

L’Institutio oratoria è un trattato in 12 libri dedicato a Vittorio Marcello in cui l'autore fa confluire la sua ricchissima dottrina e i frutti della sua esperienza di insegnante. Egli enuncia subito, nel proemio, l’intenzione di scrivere un’opera completa, sistematica, delineando la formazione dell’oratore fin dall’infanzia e trattando tutti i problemi e gli argomenti, teorici e pratici attinenti alla scienza retorica e all’attività oratoria. Pur rifacendosi spesso a Cicerone le cui orazioni costituiscono per lui i modelli insuperabili di eloquenza, Quintiliano non scrive un dialogo come il De oratore ma un vero e proprio trattato didascalico precettistico molto simile ad un Ars, un manuale.
Egli si pone sulla linea di Cicerone per quanto riguarda la concezione della retorica come scienza che non si limita alle sole competenze tecniche ma si propone di formare il perfetto oratore e l’uomo esemplare.
Subito dopo affronta il problema del rapporto retorica - filosofia dibattuto a lungo nella tradizione greca e latina. Egli polemizza con la pretesa dei filosofi di riservare a sé l’educazione dei giovani e afferma che la filosofia è solo una delle scienze che contribuiscono alla cultura enciclopedica dell’oratore. Le sue posizioni corrispondono a quelle sostenute da Cicerone nel De Oratore in quanto la filosofia viene ricondotta nell’ambito comprensivo dell’oratoria. Lontana è la dichiarazione di ostilità verso i filosofi contemporanei affermando che ai suoi tempi “sotto la filosofia si sono celati i vizi più gravi”.
L’Institutio oratoria si può considerare una summa della teoria retorica antica. L’autore cita numerose fonti greche e latine; egli, inoltre, ha il pregio di impostare sempre i problemi con esemplare chiarezza e concretezza.
L’opera contiene importanti implicazioni in rapporto alle condizioni storico-culturali e in particolare a due problemi dibattuti in altri testi contemporanei: quello della mutata funzione dell’oratore nella società civile e quello delle nuove tendenze stilistiche che si affermano nella prima età imperiale. Quintiliano imposta i problemi in termini di “corruzione” e indica le cause della decadenza dell’eloquenza in fattori di ordine tecnico (eccessivo spazio alle declamazioni futili) e morale e individua classicisticamente il culmen dell’oratoria in Cicerone.
Stupisce l’assoluta mancanza di prospettiva storica che induce a considerare modelli legati alle condizioni storiche repubblicane ancora attuabili nel principato, quando l’oratoria ha ormai perso la sua funzione. Parla come se nulla fosse cambiato dai tempi di Cicerone e cela, dunque, un’abile operazione di copertura ideologica del regime.

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