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Quintiliano

Quintiliano nacque in Spagna e, figlio di un retore, si traferì presto a Roma dove seguì i primi studi. Tornò poi in Spagna per qualche anno per tornare nuovamente a Roma, intraprendendo l’insegnamento di retorica dopo che Vespasiano gli diede l’incarico di occuparsi della riorganizzazione della cultura romana e dell’insegnamento delle nuove generazioni su basi culturali differenti rispetto all’età precedente. Se ebbe molto successo nella sua vita pubblica, anche come avvocato, nella vita privata fu assai sfortunato, avendo visto sia la morte della moglie che dei due figli.

L’incarico affidatogli da Vespasiano testimonia perfettamente la volontà imperiale di fare un passo indietro per recuperare gli elementi classicisti. Così facendo, determinò la figura del nuovo intellettuale, esperto dell’ars dicendi, ma subalterno al potere.

Il suo impegno intellettuale si riscontra nella sua opera Institutio oratoria, una summa di tutta la sua riflessione sull’arte del dire. Quintiliano delinea di volta in volta la figura del perfetto oratore, rispolverando il modello di Catone il Censore, a cui Cicerone aggiunse la filosofia tra le discipline necessarie alla formazione del perfetto oratore. Ma Quintiliano, pur essendo ciceroniano nel senso stretto, omise la presenza della componente filosofica, poiché, volendo creare un intellettuale perfettamente inserito nel contesto del potere imperiale, doveva per forza di cose escludere una disciplina che poteva far nascere un senso di critica nei confronti del potere. Da qui si evince come il ciceronismo di Quintiliano sia visibile più nella forma che nel contenuto.

L’opera è suddivisa in 12 libri, dove, nei primi due si trovano i primi insegnamenti fatti durante l’infanzia degli allievi; nel terzo libro avviene una spiegazione sull’origine della retorica; nel libro 5-6-7 sono spiegate le fasi che compongono un processo; nel decimo libro avviene un excursus sulla storia della letteratura latina e nel dodicesimo libro c’è la conclusione dell’opera.

Come già accennato, nei primi due libri è il pensiero pedagogico a trovare largo spazio. Sostiene la necessità che lo studio, nei fanciulli, non risulti troppo pesante e che è fondamentale che sia avvertito come un gioco, proponendo anche dei premi per i più meritevoli, dando vita ad una forma di meritocrazia. Il magister deve comportarsi nei confronti degli allievi come un padre, evitando quindi di essere troppo duro e allo stesso tempo di essere troppo permissibile. E non solo, spiega se sia più utile la scuola privata o la scuola pubblica, dove la prima era l’insegnamento individualizzato impartito nella casa stessa dello studente, mentre la seconda era intesa come l’istruzione garantita a un gruppo di persone paganti un determinato maestro. Quintiliano fu in favore della scuola pubblica, dicendo che era l’unico modo per confrontarsi con i propri coetanei, stimolando anche la singola competitività.

Ad una poco attenta lettura sembrerebbe che l’opera di Quintiliano sia mera imitazione dei suoi predecessori e in particolare di Cicerone, ma così non è in quanto l’autore si dedicò in linea di massima ad un lavoro di emulatio.

Nel X libro, come si è detto, sono analizzati moltissimi degli autori greci e latini del passato, di cui ci dà un sintetico ma profondo giudizio critico. Tuttavia, va sottolineato che il giudizio dell’autore è semplicemente di carattere formale, poiché non valuta i contenuti e la portata delle opere scritte.

Nonostante lo scrittore sia ampiamente ciceroniano, pur criticando Seneca, si riscontrano molti degli influssi dello stile di Seneca, rendendo meno arida una disciplina come la retorica.

I limiti della sua opera si riscontrano nella mancanza di senso storico, che gli impedisce di capire quali sono le motivazioni che hanno portato alla crisi dell’eloquenza. Queste motivazioni erano di carattere storico-sociale, ma Quintiliano fu sempre convinto che fosse dovuto alla mancanza di buoni insegnanti.

Oltre a quest’opera, Quintiliano ne scrisse anche altre che però a noi non sono pervenute e, sicuramente, in una di queste, fu discusso appunto del problema della crisi dell’eloquenza.

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