fra9295 di fra9295
Eliminato 567 punti

Quintiliano

1. Dati biografici

Marco Fabio Quintiliano nasce a Calagurris (Spagna) tra il 30 e il 40 d.C.. Studia a Roma dove svolge prima l’attività di avvocato e, poi, quella di insegnante di retorica, per cui ottiene anche un riconoscimento pubblico: la prima cattedra statale finanziata su iniziativa di Vespasiano nel 78 d.C.. Nel 94, abbandonati gli insegnamenti, Domiziano gli affida l’istruzione di due suoi pronipoti, probabili discendenti al trono; nello stesso anno ottenne le insegne consolari.
Scrisse prima un trattato, il De causis corruptae eloquentiae (che non ci è pervenuto) e poi l’Istitutio oratoria, composta tra il 90 e il 96 e conclusa prima della morte di Domiziano. Non si conosce la data precisa della sua morte ma è presumibile che non sia molto posteriore alla fine dell’Età Flavia.

2. Institutio oratoria

È un trattato diviso in 12 libri e dedicato a Vittorio Marcello (personaggio famoso alla corte di Domiziano). Nel trattato confluiscono la sua dottrina e i frutti dell’esperienza di insegnante.
Enuncia di voler scrivere un’opera completa e sistematica, indicando la formazione dell’oratore fin dall’infanzia, con i problemi e gli argomenti della scienza retorica e dell’attività oratoria. Scrive un trattato didascalico e di carattere precettistico, simile ad un’Ars (manuale scolastico).
Si pone in linea con Cicerone per la concezione della retorica come scienza che deve formare il cittadino e l’uomo moralmente esemplare. Poi, affronta il problema del rapporto tra retorica e filosofia: sulla linea isocrateo-ciceroniana polemizza con la pretesa dei filosofi di riservarsi l’educazione dei giovani, mentre la filosofia è solo una delle scienze che deve contribuire alla loro educazione. In questo caso la sua posizione corrisponde a quella di Cicerone nel De oratore. In contrasto con quest’ultimo è, invece, l’ostilità nei confronti dei filosofi contemporanei; questo perché in epoca flavia era molto acceso il dibattito secondo cui la corruzione dell’oratoria era legata alla decadenza della società civile; da parte di Quintiliano vi fu l’adesione agli orientamenti degli imperatori flavi, in particolare Domiziano, promotore dell’espulsione di ben due filosofi da Roma.

3. La decadenza dell’oratoria

L’Institutio oratoria può essere considerata come una summa (raccolta)della teoria retorica antica. L’autore cita fonti greche e latine e discute le posizioni dei predecessori con equilibrio e pacatezza di giudizio; imposta i problemi con chiarezza, svolgendo la trattazione in tono discorsivo. La sua opera può essere letta come una raccolta di materiale che conserva le acquisizioni della scienza e della tecnica della comunicazione e della persuasione.
L’opera ha anche implicazioni rispetto alle condizioni storico-culturali in cui si colloca e in particolare rispetto a due problemi:
- la mutata funzione dell’oratore nella società civile;
- le nuove tendenze stilistiche.
Entrambi i problemi sono impostati in termini di “corruzione”, e Quintiliano indica le cause della decadenza dell’eloquenza in fattori di ordine tecnico e morale. Egli individua in Cicerone il culmine e il modello dell’oratoria romana.
È assente la prospettiva storica il che lo porta a riproporre modelli di eloquenza legati all’età repubblicana come attuali, fingendo di ignorare il fatto che Senato e popolo non hanno più potere decisionale rispetto all’imperatore. In realtà, l’impostazione moralistica cela un’abile operazione di copertura ideologica del regime. Ciò è evidente quando, sulle orme di Catone, Quintiliano definisce il perfetto oratore come vir bonus dicendi peritus; per Cicerone il “vir bonus” era il cittadino impegnato in politica a difendere gli interessi degli ottimati. In questo senso, per Quintiliano, l’oratore doveva operare gli interessi dello Stato: il “vir bonus” è colui che antepone gli interessi pubblici a quelli privati (communis utilitas).

4. Lo stile

Lo stile assume una posizione equilibrata: critica l'atticismo per la semplicità troppo spoglia, e con tendenze arcaicizzanti; combatte lo stile moderno con l’accusa della mancanza del senso della misura, che è dovuto alla ricerca del consenso dei lettori, mirando solo a delectare anziché movere; in particolare critica l’abbondanza di sententiae nella scrittura di Seneca Filosofo.
Lo stile di Quintiliano è ricco di figure retoriche per non lasciare il testo troppo disadorno e poco elegante. Le differenze rispetto a Cicerone sono l’abbondanza dei traslati, la sintassi meno ampia, ma più mossa e variata, la ricerca di una maggiore concentrazione del pensiero e una maggiore rapidità e incisività.

Hai bisogno di aiuto in L'età imperiale?
Trova il tuo insegnante su Skuola.net | Ripetizioni
Registrati via email