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Petronio: Satyricon

Se nel corso del XIX secolo nasce e si afferma il movimento decadente in tutte le sue rivisitazioni e sfaccettature, non è da escludere che anche la letteratura latina dimostri, sin dai tempi di Nerone, l’esistenza di canoni di vita che possono rimandare al decadentismo.

Caius Petronio, così come lo descrisse Tacito nei suoi Annales (XVI, 18-19), fu un eccentrico uomo che visse durante l’epoca neroniana: secondo l’ultimo grande storico di Roma egli riposava durante il giorno e di notte si dedicava alle occupazioni e al godimento dei piaceri; si vantava della propria indolenza, ma il suo comportamento era considerato raffinato tanto che lo stesso Nerone, quando Petronio lasciò la sua carica di console in Bitinia, lo accolse nella sua ristretta cerchia, considerandolo arbiter elegantiae e attenendosi esclusivamente al suo giudizio.

Lo stesso Oscar Wilde, nell’XI capitolo de Il ritratto di Dorian Gray, fa affermare al giovane e bellissimo ragazzo, non solo di voler diventare un polo per il buon gusto dell’alta società vittoriana, come lo era stato Petronio per quella neroniana, ma addirittura di voler superare questo progetto elaborando “un nuovo modello di vita che si ispirasse a una filosofia e a dei principi ordinati, trovando nella spiritualizzazione dei sensi il suo più alto compimento”.

Il suo intelletto eccelso, il suo amore per le cose di classe e la sua capacità di intrattenitore fanno di lui il primo "dandy" conosciuto e lo identificano con il probabile autore del Satyricon. Il titolo di quest’opera, genitivo plurale di forma greca, al quale va sottinteso il sostantivo libri, significherebbe “libri di cose satiriche” o “libri delle cose dei Satiri”, rievocando così titoli di altri romanzi greco - ellenistici, che Petronio sembrerebbe aver parodiato e dichiarando programmaticamente di voler trattare materia anomala, inusuale e fuori dall’ordinario.

Egli espone nella sua opera l’esaltazione dei piaceri (soprattutto quello sessuale) ma al contempo critica la società corrotta in cui i liberti, schiavi affrancati, acquisiscono il ruolo sociale di parvenus accentuando il degrado diffuso in un’epoca difficile come quella di Nerone. Usare il termine “romanzo” per gli scritti di età imperiale è errato poiché il termine è da attribuire ai racconti scritti nel Medioevo in lingua “romanza”. Tuttavia, questo termine è stato usato sia per inserire in una categoria il genere narrativo di Petronio, sia per creare un collegamento diretto con il romanzo greco - ellenistico di cui egli scrive una parodia.

L’opera petroniana, infatti, non risulta essere uniforme né dal punto di vista formale, né dal punto di vista tematico. Il romanzo greco nell’età ellenistica raggiunge la forma di genere autonomo, cioè, estesa narrazione in prosa in una struttura fissa e ricorrente. Di solito il tema cardine era quello amoroso idealizzato, casto e fedele che coinvolgeva una coppia di innamorati eterosessuali con un forte senso morale divisi dal fato che, dopo una serie di peripezie, si ricongiungevano in un lieto fine. Il primo elemento parodico va ricercato proprio nel distacco di Petronio da questa linearità del romanzo greco - ellenistico: i personaggi del suo “romanzo” sono tre giovani omosessuali coinvolti in diverse vicende amorose, tra loro e con altri personaggi, che spesso ridono di sé e appaiono privi di valori morali, tutti protesi verso il soddisfacimento del piacere; le vicende, nella maggior parte dei casi, presentano una forte connotazione erotica che serve soprattutto a porre in rilievo il carattere corrotto e privo di scrupoli del mondo rappresentato.

L’opera, inoltre, si afferma grazie al suo genere composito e nuovo per la tradizione romana: all’interno del Satyricon ritroviamo una commistione di generi tra cui la poesia epica utilizzata per narrare la presa di Troia e la guerra civile e per criticare il tono celebrativo impresso da Virgilio, così come quello troppo polemico di Lucano; la satira menippea di cui ricalca il tono ironico e l’intersezione di più generi, la commedia nuova alla quale si ispira per descrivere l’interiorità dei personaggi. Questa intersezione tra generi è riflessa anche dalla trattazione di più temi (decadenza dell’eloquenza, polemica contro i liberti) che si intrecciano con i tre temi fondamentali dell’opera: il sesso, la morte e il denaro. Il primo è sottolineato dall’esigenza continua e ossessiva dei personaggi di soddisfare il bisogno primordiale dell’uomo senza ritegno; la continua ricerca del denaro a qualsiasi costo e con qualsiasi mezzo, l’avidità nel custodirlo, la pacchiana ostentazione di ricchezza di Trimalchione è ciò che muove i personaggi nelle loro azioni; l’unico dato certo con il quale tutti i personaggi devono confrontarsi è la morte e ciò lo dimostrano le riflessioni ossessive dei personaggi che a volte ne sono spaventati, altre incuriositi, tanto che Trimalchione inscenerà le “prove generali” del suo funerale costringendo i commensali a spargere finte lacrime e ad elevare grida di disperazione durante la cena.

Petronio guarda al mondo che rappresenta e ai suoi nuovi valori in maniera disincantata e scettica senza però adottare toni catastrofici o severamente moralistici ma, al contrario, rappresentando gli atteggiamenti dei personaggi in maniera comica e ribaltando la normalità della vita. In ciò è possibile ritrovare il movimento controcorrente di Petronio: Seneca aveva costruito, attraverso i suoi Dialogi, un percorso stoico morale e valoriale che l’uomo del suo tempo avrebbe dovuto seguire per sfuggire al caos della vita; Petronio ribalta l’ottica di Seneca, e l’anormalità diventa la norma a cui si ispirano tutti i suoi personaggi: egli mette in evidenza il degrado del suo tempo ritenendo impossibile trovare una via di fuga dal presente, neanche attraverso un percorso morale quale quello tracciato da Seneca. L’intersezione tra differenti piani tematici e compositivi fornisce al Satyricon uno “schema labirintico” atto a generare confusione nel lettore che, proprio grazie a questo non-schema, deve ricavare da sé i valori di riferimento.

Per Petronio è essenziale rappresentare la società in maniera diretta e poco filtrata: il sermo plebeius e il linguaggio colloquiale permettono all’autore di riprodurre la vita di una società “ribaltata”, quella che Petronio teme possa nascere dai disvalori del suo tempo e in cui lui non si augurerebbe di vivere mai.
L’affresco che l’autore ci ha lasciato della società neroniana ha fatto spesso parlare di “realismo petroniano”: risulta quasi naturale, infatti, paragonare la fedeltà al reale dei suoi racconti a quella veridicità tanto cara alla generazione dei realisti ottocenteschi. Esiste tuttavia una sostanziale differenza tra il realismo dell’arbiter elegantiae e i grandi veristi del XIX secolo: mentre questi ultimi si avvalgono di una competenza storica, economica, politica, vedono la nascita del darwinismo sociale e della sociologia in quanto scienza foriera di verità, riuscendo così a documentare i loro scritti e le loro descrizioni, Petronio, così come tutti gli autori dell’antichità, non possiede competenze culturali (economia, scienze sociali, storiografia moderna) che possano permettergli lo studio della società, costringendolo, così, allo studio dei singoli uomini e del loro animo, al di là della rilevanza storica e politica della società. È proprio per questo motivo, infatti, che E. Auerbach afferma che “per la letteratura realistica antica, la società non esiste come problema storico, ma tutt’al più come problema moralistico, e inoltre il moralismo si rivolge più all’individuo che alla società. La critica dei vizi e delle aberrazioni, anche mostrando abiette e ridicole un gran numero di persone, pone sempre il problema come problema d’individui, cosicché la critica della società non porta mai alla scoperta delle forze che la muovono”.

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