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La storia dell’età augustea: da Livio a Svetonio

Nell’ultimo secolo della Repubblica Cesare e Sallustio avevano scritto delle opere storiografiche che presentano una fonte preziosa di conoscenza degli eventi narrati. Cesare aveva scritto i Commentarii sulla guerra gallica e i Commentarii sulla guerra civile, che al valore storiografico uniscono un alto valore letterario; Sallustio (oltre a un’opera andata perduta, intitolata Historiae) aveva scritto La guerra giugurtina e La congiura di Catilina. Però fu sotto il governo di Augusto che visse e operò uno fra i più importanti storici romani, Tito Livio. Nato a Padova nel 59 a.C. e morto nel 17 d.C., Livio scrisse una storia di Roma in centoquarantadue libri, intitolata Ab urbe condita (“Dalla fondazione della città”, ossia la “città” per antonomasia, Roma).
L’opera seguiva il sistema usato dei cosiddetti “annalisti”, i primi storici di Roma, che descrivevano gli eventi anno per anno; un vero spirito poetico anima le pagine migliori di Tito Livio: Roma viene celebrata come l’idea della giustizia che si è incarnata nel mondo, il segno di un potere divino che agisce nel mondo tramite il popolo romano. Livio, del resto, era un fiero sostenitore della grandezza dei Romani, a suo giudizio capaci di coltivare i valori più nobili; e, poiché tra questi valori egli poneva in primo luogo la libertà, la sua opera contiene una tale esaltazione della Repubblica da indurre Augusto a chiamare affettuosamente Livio “il mio repubblicano”.

Livio, tuttavia, mostra anche di avvertire una certa perplessità di fronte al futuro di Roma: la nascita del principato (e del futuro Impero) porta con sé i primi germi di una decadenza tanto temuta quanto inarrestabile. Questa segreta convinzione si trova espressa timidamente nelle pagine che fanno da prefazione all’opera: nel corso della storia poi la paura del presente si trasforma nella romantica nostalgia del passato glorioso della Repubblica.

Le molte ombre dell’Impero vengono sottolineate impietosamente da Cornelio Tacito, oratore e politico, nato circa un secolo dopo Tito Livio e vissuto all’epoca degli imperatori flavi e di Traiano. Le sue due principali opere storiche, gli Annales e le Historiae, abbracciano il periodo compreso fra la morte di Augusto e quella di Domiziano (cgli anni che vanno dal 14 al 96 d.C). La storia di Tacito è una storia morale, non economica, non amministrativa e nemmeno politica. Nelle sue pagine compaiono grandi ritratti deformati degli imperatori; la natura ipocrita degli uomini venne condannata dallo storico, che si serve a questo proposito della sua grande abilità di psicologo, analizzando nel profondo l’anima dei suoi personaggi e scoprendo i vizi più nascosti: opportunismo e conformismo, perversioni e crudeltà.

Questo procedimento artistico, se conferisce un alto valore letterario alle opere tacitiane, che hanno sempre riscosso un grande successo, non può che incidere anche sui contenuti storici: il proposito, manifestato nel proemio degli Annales, di raccontare la storia dei primi anni dell’Impero “senza rancore o parzialità” non viene sempre seguito dall’autore. Questo è il motivo per cui gli storici di età moderna continuano a discutere sull’attendibilità della sua testimonianza.

Come fonte storica, infine, non deve essere sottovalutato Svetonio, che scrisse Le vite dei Cesari (da Cesare a Domiziano). Anche se i suoi toni scandalistici inducono a valutare con una attenzione critica alcune parti del suo racconto, l’opera di Svetonio costituisce un documento molto interessante poiché l’autore aveva personalmente accesso agli archivi di corte.

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