Ilaaa96 di Ilaaa96
Ominide 787 punti

Giovenale


Nacque ad Aquino tra il 50 e il 60 d.C., intento alle faticose e umilianti occupazioni del cliente: condizione sociale ed economica non elevata. Ebbe un'ottima formazione retorica, morì dopo il 127. Scrisse 16 satire in esametri, divise in cinque libri.

Composte in un periodo successivo alla morte di Domiziana, da dopo il 100 a pochi anni dopo il 127, sceglie di operare in un fecondo rapporto dialettico con i predecessori, ai quali si riallaccia espressamente, citando come suoi modelli Lucilio e Orazio nella satira I, quasi interamente dedicata ad argomenti letterari. Riprende quell'atteggiamento di critica verso la letteratura moderna che, aveva già assunto Persio: attacca la cultura contemporanea traendo spunto da una delle sue manifestazioni più caratteristiche, le recitationes, presentate come istituzioni inutili e fatue, e svaluta la mitologia, come Persio e Marziale.

Espone le ragioni che lo hanno spinto a scegliere il genere satirico: un'appassionata requisitoria, che ci aggredisce con abbreviazioni, delitti, scandali e perversioni. La realtà appare come l'elemento più nuovo nella concezione del poeta. Il verum coincide con il quotidiano, con situazioni e personaggi che non hanno nulla di eccezionale o di straordinario. Tende invece a enfatizzare gli eventi che riporta: il matrimonio di un runico, l'esibizione di una matrona in veste di gladiatrice, l'ostentazione di ricchezza di un farabutto, la brillante carriera di un'avvelenatrice; sono sentiti e presentati come casi mostruosi, che provocano sdegno.

Nella satira I enuncia l'argomento principale della sua poesia, cioè il comportamento umano, ma visto nel suo aspetto deteriore, dato il livello di corruzione raggiunto nella Roma del suo tempo. La tematica si avvicina a quella di Perso, ma a differenza del suo predecessore, non si propone di educare e di correggere, bensì di denunciare non gli individui ma i vizi. Il mezzo di cui si serve è l'indignatio, invece del ludus. La fase più importante è quella dell'indignatio, rappresentata nelle prime sette satire. Lo sdegno è un atteggiamento scelto dall'autore per provocare adeguate risposte emotive nei lettori: il poeta non è solo sdegnato, ma vuole apparire tale e desidera suscitare l'indignazione del pubblico. L'indignatio, insieme con la necessità di scrivere satire, è l'unica caratteristica importante del personaggio del satirico.

Le prime sette satire sono di concezione assolutamente negativa della realtà. Inaugurando la maniera satirica moderna, conduce una requisitoria accanita e impietosa contro i principali aspetti della società contemporanea, denunciandone il marcio con forza ed efficacia. Assume come punto di riferimento fondamentale il mos maiorum, che costituisce il metro costante secondo cui egli misura la perversità e la corruzione dei tempi moderni. Il poeta considera i costumi contemporanei nelle loro ripercussioni sociali, ossia nelle conseguenze che hanno per gli altri. Il caso più significativo è quello della valutazione delle divitiae, motivo così ricorrente da apparire centrale nella poesia di Giovenale. Pone in primo piano i loro effetti sul vivere associato. La ricchezza appare infatti rilevante per i comportamenti negativi che induce in chi la possiede.

Grande importanza è il tema della clientela; individua nell'antico istituto del patronato un elemento originario e centrale del mos maiorum, in grado di garantire l'armonia tra i poveri da una parte e i ricchi e potenti dall'altra.

Satira I e III --> Nella satira I c'è un'ampia sezione che descrive la giornata umiliante e meschina dei clienti. Il tema, ampliato, viene trattato nella satira III, in cui il satirico, dopo una breve introduzione, cede la parola a un altro personaggio, l'onesto e povero cliente Umbricio, che pronuncia un implacabile atto d'accusa verso l'intera vita di Roma, marcia per una corruzione che le è ormai connaturata. Emerge la profonda avversione dell'autore per i popoli dell'oriente.

Satira V --> nella satira V narra il banchetto offerto dal patrono Virone: momenti fondamentali della vita del cliente e il motivo tradizionale della cena. Il cliente Trebio viene attaccato con violenza dal poeta per la mancanza di dignità che lo spinge ad accettare ogni umiliazione in cambio di un invito a cena. Viene dimostrata l'indegnità del trattamento riservato al cliente, al quale sono offerte le vivande peggiori.

Satira VII --> dedicata alla clientela: denuncia le intollerabili ristrettezze in cui versano poeti, storici, avvocati, retori e grammatici.

Satira IV --> La satira IV prende di mira la corte imperiale di Domiziano. Trae spunto da un aneddoto: il dono fatto all'imperatore di un enorme rombo. Le dimensioni del pesce creano problemi di cottura e l'imperatore convoca il consilium principis. La sproporzione tra la solenne importanza del consenso e l'inconsistenza della decisione da prendere genera un movimento parodico che affoga nel ridicolo la corte imperiale.

Satire II e VI --> le satire II e VI toccano punti importanti dei mores romani. La II si scaglia con sdegno contro l'omosessualità maschile, considerata grave vizio e tradimento dell'ideale di fierezza virile trasmessa dagli antenati. La satira VI, più lunga, è una torrenziale e feroce requisitoria contro la donna. Lo spunto è offerto dall'insano proposito di sposarsi dell'amico Postumo.

Il secondo Giovenale


A partire dalla satira VII comincia ad assumere caratteri e movenze sensibilmente diversi. Rinuncia ad una prospettiva totalmente negativa: vuole proporre anche comportamenti corretti e positivi. Riprende quel filone moraleggiante prevalente nell'opera dei suoi predecessori.

Riappare la concezione di fondo della diatriba, l'idea che gli unici veri beni sono quelli interiori, mentre quelli esteriori non sono che apparenza, indifferenti dal punto di vista della felicità. Muta anche la valutazione della ricchezza: era ritenuta fonte di un potere ingiusto, ora diviene un falso bene, desiderabile solo dalla stoltezza umana.

Queste tendenza rendono più pacati i componimenti, senza spegnere del tutto l'impeto e la foga che ora si indirizzano contro l'errore e gli illusi. Mostra variabilità: da un momento iniziale, pieno di tensione e fortemente unitario, passa alla fase successiva più varia ed eterogenea.

Le più autentiche novità che aprono la via alla moderna concezione satirica: l'abbandono della satira di puro intrattenimento, la scelta dell'atteggiamento appassionato e concitato, invece di quello dimesso e pacato dei predecessori; una visione iperbolicamente negativa del mondo.

Adesione alla realtà, ma ricerca nella vita quotidiana i segni dell'eccezionale e del mostruoso. Il reale, che nella satira I è contrapposto polemicamente alla mitologia, finisce poi con l'essere equiparato al mito per la sua straordinaria efferatezza. Riscrive la realtà mediante una sorta di deformazione espressionistica. L’assimilazione della situazione del mito e della vita reale rende possibili quelle aperture verso lo stile elevato che satirici tradizionalmente rifiutavano. Assume perciò le movenze dell'epos.

L'enfasi, il calore, la tensione che sostengono il discorso di Giovenale danno spesso l'impressione di una requisitoria o di una perorazione e sono in netto contrasto con il procedere rilassato e informale dei sermones oraziani. Grande spicco hanno le sententiae, talvolta così efficaci da essere divenute proverbiali.

L’aspetto linguistico è particolarmente complesso. Vi troviamo la componente colloquiale, cui si aggiungono alcuni vocaboli volgari, frequenti i grecismi e le parole greche, cui si accompagnano isolati barbarismi e voci infantili. Si innestano poi vocaboli e costrutti elevati.

Hai bisogno di aiuto in L'età imperiale?
Trova il tuo insegnante su Skuola.net | Ripetizioni
Registrati via email