Vita
Publio Virgilio Marone nasce ad Andes presso Mantova nel 70 a.C. da una famiglia di modeste condizioni economiche. Studia presso Cremona e, dopo l’assunzione della toga virile, la sua formazione prosegue presso le città di Milano e Roma, conducendo numerosi viaggi a Napoli dai quali trarrà il contatto con i circoli epicurei. L’opera rivelativa saranno le Bucoliche, scritte intorno al 42 a.C. dopo la sconfitta di Bruto e Cassio a Filippi, la quale gli procurò lauta fama e ammirazione, come quella da parte di Asinio Pollonio. Verso il 38 a.C. entra a far parte del Circolo di Mecenate. Fra il 37 e il 29 a.C. scrive le Georgiche. La sua più grande opera sarà l’Eneide scritta nel suo ultimo decennio di vita, la quale verrà pubblicata per volere di Augusto, con il quale aveva buoni rapporti, dopo la sua morte nel 19 a.C., nonostante il poeta ebbe espresso il desiderio di distruggerla in quanto non fece in tempo a revisionarla.

Le Bucoliche
Scritte tra il 42 e il 35 a.C., le Bucoliche, o Egloghe, sono costituite da 10 componimenti pastorali in esametri dattilici (una sillaba lunga e due corte) e dipingono le vicende di pastori poeti che immersi nella natura, trascorrono le giornate badando al gregge, dialogando tra loro, improvvisando canti per lo più d’amore o sfidandosi in pacifiche competizioni poetiche. L’opera riflette non solo le esperienze biografiche dell’autore, ma anche il clima di incertezza e di illegalità, dato dai lutti e dalle devastazioni delle guerre civili. Vi è quindi una realtà che è animata da speranze di rinnovamento e quindi l’attesa di una palingenesi (purificazione) universale, e si può notare, da riferimenti espliciti, come Virgilio abbia espressioni di gratitudine nei confronti di Ottaviano, ritratto come un deus pacificatore. Altro argomento trattato è la fragilità della bellezza la quale soccombe di fronte alla morte.
Le Bucoliche appaiono quasi una sperimentazione delle forme espressive e dei modelli ideologici e letterali. L’autore infatti si ispira al greco Teocrito di Siracusa, considerato l’iniziatore del genere pastorale, vantandosi di aver a sua volta introdotto lo stesso genere nell’ambiente romano. Virgilio però si distingue dallo scrittore greco poiché compone con lo scopo di commuovere e non di divertire. Cerca infatti di creare dei personaggi nei quali i lettori possono immedesimarsi. Altra originalità contrastante è lo sfondo delle vicende: Virgilio ama la mezza stagione, il colore sfumato, l’ora del tramonto, che si distingue dal meriggio estivo e autunnale teocriteo. E’ una vera e propria raffigurazione affettiva del paesaggio, su quale si proiettano i sentimenti della malinconia, del ricordo, del rimpianto che invasano gli animi dei pastori.

Alcune egloghe sono ambientate in Italia, ma raramente l’autore scandisce le coordinate spaziali in modo esplicito. Caratteristica particolare è comunque la visione di un Arcadia idealizzata, che assume i contorni irreali del locus amoenus. Virgilio da una visione tanto fiabesca quanto artificiosa probabilmente poiché egli non riesce ancora a capacitarsi della realtà, volendo quindi trovare la fuga e l’isolamento in un mondo ricostruito attraverso le sole leggi dell’arte. I paesaggi allegorici virgiliani hanno quindi un profondo valore simbolico, e nel corso degli anni, nelle sue tre opere, testimoniano lo sviluppo anche ideologico della sua arte. I personaggi, dietro la maschera grecizzante, nascondono allusioni a personalità realmente esistite del tempo; si tratta di omaggi meta letterari ai suoi modelli artistici più ammirati, amici e protettori, i quali hanno la possibilità di ascoltarsi e giudicarsi a vicenda, variando e arricchendo la propria doctrina. Viene rappresentato Virgilio stesso nel Titirio della prima egloga e nel Menalca della nona.

Le Georgiche
Scritte tra il 37 e il 29 a.C. circa, periodo nel quale va affermandosi l’autorità di Ottaviano su Roma, le Georgiche sono un poema epico didascalico, composto da quattro libri in esametri dattilici, dedicati alla coltivazione dei campi e all’allevamento del bestiame. Lo scrittore stesso afferma che i componenti del circolo di Mecenate lo hanno indotto verso ideologie augustee. Nelle Georgiche l’autore si ripromette di “cantare cose un po’ più impegnative”. L’opera didascalica infatti si presenta come messaggio di speranza rinnovata e di fiducia orgogliosa nelle capacità dell’uomo, il quale, attraverso l’esaltazione dell’ars (arte), deve ricondurre in terra l’età dell’oro (secondo Esiodo è l’età che precede quella attuale del ferro in cui gli uomini vivevano senza lavorare), mediante quindi la fatica, l’impegno ed il lavoro.

Per la composizione delle Georgiche, Virgilio si ispira sia modelli greci come Esiodo e Nicandro di Colofone, sia a modelli latini come Catone il Vecchio e Varrone Reatino. L’influsso di questi poeti rende del tutto originale il progetto virgiliano che aveva lo scopo di offrire un manuale tecnico in versi sulla conduzione di un’azienda agricola, il quale, in realtà, aveva un fine prettamente ideologico.
L’opera nasce in un clima di instabilità del mondo contadino italico per via dell’ascesa dei latifondi. Virgilio mira quindi a descrivere l’azione positiva che l’uomo, attraverso le sue artes, può e deve esercitare nei confronti della natura. Il lavoro viene quindi assorbito dal mos maiorum e viene presentato non più come punizione, ma bensì come grande dono di Giove, affinché l’uomo non anneghi nell’ozio, il quale genere solo fiacchezza, vizio e offusca la mente. L’ideologia virgiliana combaciava con l’orientamento politico di Ottaviano, il quale aveva saputo trasformare il conflitto con Antonio, in una battaglia fra il forte Occidente e il debole Oriente, con il fine di affermare l’assoluta centralità dell’Italia. Questo poteva avvenire tramite un programma di riforme, di distribuzione di terre e prestiti agevolati, così da impiantare nuove aziende agricole di medie e piccole dimensioni, che avrebbero ricostituito il ceto di agricoltori e piccoli proprietari che storicamente aveva costituito la base politica e militare della Roma repubblicana. Il dovere del contadino doveva quindi tornare ad essere moralmente lusinghiero oltre che economicamente vantaggioso. Nel secondo libro Virgilio afferma che la terra non vanifica il faticoso lavoro dell’uomo ma bensì lo ricompensa in maniera equa, tramite il personaggio del vecchio di Corico, contadino che si adoperava a coltivare un bellissimo giardino il quale fruttava in ogni stagione, rendendo l’uomo “ricco come un re”.

Eneide
L’Eneide è un poema epico avviato intorno al 30 a.C. e mai definito fino alla perfezione per via della morte dell’autore. In 12 libri composti in esametri dattilici, si raccontano le peripezie del principe troiano Enea. L’opera si apre con la fuga dalla città di Troia in fiamme, del protagonista che, insieme al padre Anchise, al figlio Ascanio e a un gruppo di profughi, è in cerca di una terra in cui fondare una nuova città. Prima di raggiungere il suo obbiettivo affronterà svariate avventure. Tra le più importanti ricordiamo la breve ma intensa relazione d’amore con Didone, regina di Cartagine. Il volere degli dei, al quale il protagonista deve necessariamente sottostare, viene compitamente chiarito nel VI libro, durante l’incontro negli inferi tra l’anima del defunto padre ed Enea. Questi ha il compito di fondare Roma, la quale, grazie all’aiuto della gens Iulia, diventerà caput mundi.
Ancora una volta Virgilio prende esempio da modelli classici, in questo caso dall’Iliade e l’Odissea di Omero. Possiamo notare una fitta eco di rimandi, citazione e allusioni dall’incipit alla conclusione, nella quale la morte di Turno richiama la morte di Ettore che concludeva l’Iliade, mentre la pacificazione fra troiani e latini riprende quella che, nell’Odissea, seguiva la strage dei proci. Virgilio riesce a superare la struttura omerica, riuscendo in 12 libri a sintetizzare ambe opere. I primi 4 sono infatti odissiaci, impegnati cioè sul tema del viaggio, il V e il VI rappresentano una pausa e una saldatura, gli ultimi invece iliadici, fondati sui motivi della guerra. L’intendo i Virgilio è proprio quello di creare un’opera per la civiltà romana che avesse lo stesso spessore e la stessa importanza che avevano avuto i poemi omerici per la civiltà greca.

L’originalità sostanziale di Virgilio sta nella concezione dell’azione eroica, la quale passa dall’essere oggettiva all’essere soggettiva. Per Virgilio infatti l’uomo è subordinato alle sue rifrazioni sentimentali e psicologiche, quindi dai fatti esteriori si passa a quelli interiori. Inoltre si apre una frattura tra il mondo soprannaturale e quello reale, dove gli uomini sono privi di riferimento e sono vittime della reciproca malvagità e della storia. Altra peculiarità distintiva è una maggiore attenzione sulle figure femminili, caratterizzata dalla cultura ellenistica, ispirandosi precisamente ad Apollonio Rodio, che fu successiva all’era di Omero. Altro elemento ellenistico è il gusto per l’eziologia, ossia gli approfondimenti più specifici. Virgilio vuole superare anche i celeberrimi Annales di Ennio, autore venerato come padre della poesia romana. Virgilio quindi decide di esaltare il patrimonio mitico leggendario di tradizione greca che si andrà a contrapporre con quello romano di Ennio e Nevio.
La scelta di Virgilio va contro le aspettative di Augusto, il quale auspicava a un poema storico dedicato alle guerre civili vittoriosamente combattute contro Antonio.
L’autore però, non voleva riaprire la ferita delle guerre intestine, e le allusioni alla contemporaneità avrebbero avuto solo un ruolo di raccordo o excursus. Virgilio intende riportare alla luce il mito della grandezza di Roma partendo dal presente e per cercare un giustificazione nel passato. Egli è riuscito nella grandiosa impresa di fare entrare tutta la storia (presente, passata, futura) nell’episodio iniziale della nascita di Roma, nonché le nozze tra Enea e Lavinia. Le direttrici principali dell’opera sono quindi quella di descrivere l’ordine del mondo attraverso la fondazione di Roma e quella di analizzare le profondità dell’animo umano. L’anima augustea del poema consiste nella grandiosa concezione della missione di Enea voluta dal fato, grazie a cui sono state rese possibili la fondazione di Roma e la successiva sua salvezza per mano di Augusto.
Nel VI libro troviamo la catabasi, ossia la discesa del protagonista nell’oltretomba. Qui Enea riceverà dal padre Anchise la conferma della propria missione e la visione delle future glorie romane. Nelle ultime scorgiamo ancora una volta il valore encomiastico dell’opera, in quanto il protagonista ha il compito di fondare Roma e viene ancor più spronato dalla rivelazione della futura grandezza della città per mano di Augusto. Virgilio prende spunto dal libro XI dell’Odissea, nel quale è raccontata l’evocazione dei morti di parte di Odisseo. Entrambi i personaggi hanno come obiettivo quello di acquisire nuove conoscenze, ma le opere differiscono tra loro in quanto nell’Eneide si ha una discesa fisica, nell’Odissea vi è solo l’evocazione dei morti. Anche la dottrina platonica della metempsicosi ha una funzione encomiastica che l’autore orienta verso una visione totalmente umana e storica, già rivista nel Somnium Scipionis di Cicerone. Virgilio esalta infatti il munus, ossia il dovere da compiere per ricevere la ricompensa dopo lo morte, che in questo caso è prodigarsi per il bene dello Stato.
Il tema della guerra viene portato avanti da Virgilio come una triste necessità. Nell’opera non viene infatti mai esaltata, così come nessuna morte appare mai gloriosa. Ricordiamo di fatto che per l’autore le guerre che lui stesso ha vissuto gli hanno provocato un forte trauma e una forte sofferenza. Di qui l’attenzione per i vinti, giovani eroi caduti prematuramente.
Il personaggio di Enea è un personaggio moderno, in quanto è un uomo-eroe comune che si fa carico del destino collettivo. Enea è l’eroe della pietas,che con Virgilio assume una sfumatura in più rispetto alla concezione del termine nel I secolo a.C. . Precedentemente infatti era intesa come devozione verso gli dei, verso la patria e la famiglia, adempiendo i propri doveri verso queste tre realtà che dovevano costituire il cardine della vita collettiva e individuale. Ora il termine pietas assume il senso di solidarietà verso il prossimo. L’uomo che ha fatto personalmente l’esperienza della sofferenza, acquisisce una sensibilità particolare che lo mette in condizione di percepire la fragilità e la moralità altrui. Enea è un personaggio autentico, detentore di una volontà relativa. Quando infatti si innamora di Didone e ricerca in lei la pace dal fardello che grava sulle sue spalle, dovrà riporre fatica e sofferenze per riparare alla dimenticanza del proprio dovere, perdendo, così, gli affetti più cari. Di qui il suo autocontrollo e la sua capacità di leader, nonché il valore della gravitas. La sua figura è quindi quella del pater familias ideale che riassume in se le virtù attribuite al mos maiorum.
Notevole peso hanno esercitato Euripide, Catullo e Apollonio Rodio su Virgilio, il quale attribuisce una particolare importanza alla donna. Tra le figure femminili dell’Eneide un rilievo eccezionale spetta a Didone, considerata l’ostacolo maggiore un quanto rappresenta il momento di maggiore incertezza nella missione dell’eroe. Il dramma della donna nasce dalla volontà di sottrarsi ai propri doveri verso la comunità e di distoglierne anche il protagonista, che invece deciderà di abbandonare la propria donna amata per adempiere il proprio compito storico. L’excursus tragico della regina di Cartagine non è però tutto frutto dell’autore. Prendendo spunto da Nevio, che attraverso il Bellum Poenicum aveva fornito una versione leggendaria dell’incontro, rielabora il mito con qualche variante, combinandolo con altre fonti letterarie.

Il linguaggio delle Bucoliche e delle Georgiche, in apparenza semplice e quotidiano, se sottoposto a esame minuzioso si rivela raffinatamente letterario e accuratamente realistico. Nell’Eneide vi sono pochi arcaismi e poetismi che vengono selezionati e trasformati in un fattore di classicismo. Il tratto più tipico dello stile virgiliano è la polisemia, ossia la molteplicità di significato che può assumere una stessa parola. Sul piano metrico ha attribuito all’esametro regolarità ma allo stesso tempo una varietà necessaria a evitare ogni monotonia e artificiosità, limitando il ricorso dell’allitterazione, spezzando e dilatando il ritmo sintattico, utilizzando frequentemente enjambement, creando effetti musicali.

Le api
E’ un brano del IV libro delle Georgiche. Virgilio, affascinato dalla personalità collettiva delle api, ne descrive dettagliatamente la loro res publica. Non solo Virgilio ma tutto il mondo classico aveva un forte interesse per le api, delle quali parlano celeberrimi personaggi come Aristotele, Varrone, Nicandro di Colofone e Cicerone. Queste erano tenute in grande considerazione poiché fornivano il miele, utilizzato dagli antichi come dolcificante, ed erano enormemente ammirate per il modello di società compatta e ordinata. La loro organizzazione sociale fa pensare che esse siano partecipi della celeste anima divina. Hanno inoltre una “mente divina” identificata in un dio e non in una divinità o culto. Il poeta descrive quindi la loro organizzazione comunitaria, creando una metafora della società umana. Le api sono fedeli alla casa, alle leggi, alla condivisione delle risorse e alla spartizione del lavoro, al sacrificio del bene comune e all’assoluta devozione al capo. Risulta quindi chiara l’allusione del poeta alla situazione contemporanea, l’affermarsi di Augusto. Dal brano si riflette la speranza e la fiducia che l’autore ripone nel princeps, ideologia impartitagli dal Circolo di Mecenate che ebbe in lui grande influsso.

Il proemio
Come avviene nell’Iliade e nell’Odissea, anche l’Eneide si apre con un proemio. Nei primi 7 esametri del proemio vengono esposte in breve le peripezie che il protagonista, per volere del fato, affronta con sofferenza anche per via dell’ira di Giunone. La dea infatti è a conoscenza che da Enea si originerà il popolo romano che un giorno annienterà Cartagine, città a lei consacrata dalla regina Didone. Questa parte si conclude con la prefigurazione del destino non solo dell’eroe troiano e della gloriosa stirpe di Roma. Il poeta non si pone scrupoli ad anticipare la conclusione del racconto. Non gli interessa infatti creare, suspance narrativa sulla sorte dei personaggi, in quanto il mito di Enea era già conosciuto ai lettori del tempo. Ciò che interessa all’autore è designare l’eroe Enea, la sua sofferenza, il suo percorso caratterizzato da continue lotte, di conflitti personali, di incertezze, di sacrifici che porterà il protagonista al suo scopo: la fondazione di una città e la continuazione della stirpe troiana su una nuova Terra. Negli altri 4 esametri si parla dell’ira di Giunone, da sempre ostile ai Troiani. Il poeta si chiede, quasi con stupore, come sia possibile che gli dei possano provare un ira così tremenda. Vengono utilizzate figure retoriche come enjambement, iperbati, assonanze, il suo esametro è regolare ed armonico. Apparentemente sembra un lessico semplice, in quanto privo di arcaismi, ma, con esame più attento, si nota l’efficacia nella trasposizione poetica del linguaggio grazie ad calcolatissima disposizione delle parole.

La caduta di Troia
Il brano è contenuto nel II libro dell’Eneide e che da inizio al triste racconto di Enea sulla caduta di Troia. Dopa la morte di Laocoonte, i Troiani decidono sotto consiglio si Sinone, che si finge un greco impostore, di portare il cavallo dentro le mura della città, ignari dell’inganno. Ma durante la notte, Sinone stesso fa uscire i guerrieri dal cavallo, e costoro, uccise le guardie, spalancano le porte della città. Allora tutto l’esercito greco, ritornato con la flotta da Tenedo, irrompe nelle vie e nelle piazze di Troia immersa nel sonno, saccheggiandola, incendiandola, e uccidendo gli abitanti. Ad Enea appare in sogno l’ombra dolente di Ettore, figlio di Venere, che lo esorta a fuggire con i sacri Penati, ossia le divinità protettrici di Troia per salvarle e trovare per esse una nuova sede voluta al di là del mare. Svegliatosi di soprassalto, l’eroe sale sul tetto e, rendendosi conto della terribile realtà, prende le armi e si getta nella mischia. Rimane però sopraffatto e, solo con due compagni superstiti, giunge alla rocca per tentare di proteggerla. Lo scopo del racconto è quello di scagionare Enea da una possibile accusa di vigliaccheria, essendo l’unico eroe superstite dalla tragedia abbattutasi su Troia. Virgilio difende l’eroe spiegando ch’egli, sconvolto dal furore e dall’ira, dimentica il avvertimento di Ettore e segue il suo istinto eroico che lo spinge a cercare una morte gloriosa in battaglia per difendere il suo popolo.

L’incontro di Enea e Didone agli Inferi
Nel VI libro dell’Eneide troviamo l’incontro fra Enea e Didone agli inferi. Il protagonista spiega alla regina di Cartagine i motivi della sua partenza, subordinata al volere di Giove. La donna rimane in silenzio con lo sguardo rivolto per terra, come incapace di comprendere la missione di Enea, alla quale egli stesso non si può sottrarre. Ciò che infatti non è stato chiarito nella terra è destinato a rimanere per sempre irrisolto. Nonostante Enea abbia cercato di “lenire quell’anima ardente da torvo sguardo”, Didone fugge nel bosco dal marito Sicheo, il quale sarà l’unico capace di comprendere le sue pene e di ricambiare pienamente il suo amore.

Lacoonte
Il racconto si trova nel secondo libro dell’Eneide. Laocoonte sospetta che l’enorme cavallo di legno, che si trova nelle spiaggia di Troia, sia un inganno dei nemici e decide di scagliare contro il suo ventre una lancia, provocando un rumore sinistro. Gli dei si vendicano facendo emergere dal mare due mostruosi serpenti che si avvinghiano ai figli del sacerdote di Apollo uccidendoli. Il padre in preda alla disperazione, corre in loro aiuto, rimanendo anch’egli vittima dei due animali. Questi ultimi si rifugiano nel tempio di Minerva, acquietandosi sotto i piedi della dea. All’orribile visione la folla decide di portare il maestoso cavallo all’interno delle mura, concependo la tragedia di Laocoonte e dei suoi figli come punizione divina per aver consigliato di rifiutare il dono.

La missione di Roma
Il brano appartiene al VI libro dell’Eneide. L’eroe scende negli inferi dove incontra il padre Anchise, il quale gli mostra le future glorie di Roma e i traguardi conseguiti al prezzo di sacrifici, guerre civili e sofferenze che gravano sulle spalle del figlio, che dovrà stabilire la pace (pax Augusta). I versi di Virgilio hanno sempre toni encomiastici, tesi ad esaltare le ideologie Augustee. Illustra infatti le imprese di Marco Claudio Marcello, figlio di Romolo, che viene visto da Enea insieme a un altro giovane del quale chiede informazioni. Anchise spiega all’eroe che costui è il figlio di Ottavia e del primo Marcello ed è suo omonimo, e per via della sua morte precoce, non riuscirà a mostrare pienamente il suo valore. Virgilio illustra quindi l’amaro rimpianto di un eroe scomparso prima di realizzarsi come il padre.

Hai bisogno di aiuto in L'era Augustea?
Trova il tuo insegnante su Skuola.net | Ripetizioni
Registrati via email