Ominide 62 punti

Le odi - Orazio

Orazio fornisce alla letteratura latina il capolavoro della poesia lirica.
La straordinaria maturità di Orazio è dovuta sia ai temi sia alla forma: egli mostra di saper utilizzare uno stile calibrassimo ed elegante, ereditato anche dalla tradizione lirica greca.
Le Odi sono divise in 3 libri e pubblicate nel 29 a.C. Orazio vi lavorò per circa 7 anni dopo le Satire e gli Epodi e vi ritornò sei anni dopo per comporre il cosiddetto Carmen saeculare in metro saffico: un’invocazione agli dei perché assicurino la prosperità su Roma e su Augusto.
Poi egli aggiunse un quarto libro ai precedenti e l’ultimo componimento databile risale al 13 a.C.

Metri: Egli sperimenta vari metri tra cui la strofe alcaica, la strofe saffica minore e la strofe asclepiadea. Le odi raggiungono 3034 versi, tra odi brevissime e odi più lungo di 80 versi.

Struttura: Le odi di apertura e chiusura sono indirizzate a personaggi di riguardo e anche il secondo posto, il penultimo e quello centrale sono sedi privilegiate. Il criterio favorito di organizzazione del libro è quello della variatio: sia dal punto di vista metrico-formale sia da quello contenutistico.

Destinatario: Le sue odi hanno quasi sempre una impostazione dialogica e sono rivolte a personaggi reali, immaginari, un dio o la musa o alla collettività.

Imitatio: La sua poesia può intendersi solo se in stretto contatto con la tradizione greca. Come negli Epodi era erede di Archiloco, qui egli si trova in un rapporto di imitato che significa obbedienza alla lex operis. Questa è una componente del linguaggio poetico e non un ostacolo all’originalità.
Orazio è fiero di aver divulgato per primo Alceo e si comporta con molta libertà, unendo a temi e occasioni greche una sensibilità tipicamente romana.

I modelli greci: Alceo fu il modello prediletto perché in lui poteva trovare l’attenzione per le vicende comuni e per la sfera privata.
I due, però, hanno significative differenze:
Alceo era un aristocratico impegnato nelle lotte politiche mentre Orazio era disinteressato alla res publica.
Orazio componeva per la lettura, mentre Alceo per il canto durante i simposi
Anche Saffo fu modello per Orazio tanto che la inserì nell’ode in cui egli immagina Saffo e Alceo in uno sfondo infernale in cui le ombre sembrano preferire il cantore delle tempeste civili alla poetessa dell’amore.
Orazio si ispirò anche a Pindaro tentando una lirica ‘pindarica’ e ricercando il sublime: periodo ampi, solenne gravità delle sentenze, ammonimenti improvvisi. E da Pindaro Orazio apprende idee importanti come la coscienza dell’alta funzione della poesia, l’immortalità del poeta etc..

La meditazione filosofica: Nelle Odi non abbiamo una ricerca morale, ma una raccolta meditazione su poche fondamentali conquiste della saggezza. Il punto centrale è la coscienza della brevità della vita, che ha come conseguenza il carpe diem, che non va inteso come un banale invito al godimento. Egli è consapevole che quel piacere è caduco, come lo è la vita e non resta che fabbricarsi di fronte all’incalzare della morte.
Con questa consapevolezza, il poeta è sereno e libero dai tormenti della follia umana.
Saggezza, serenità, equilibrio e l’aurea mediocritas di chi sa fuggire gli eccessi non sono possessi sicuro, acquisiti ora per sempre.
Egli è consapevole della forza delle passioni e conosce le debolezze dell’animo ma sa che la saggezza si scontra con queste ultime e la conseguenza è una richiesta di energie ed eroismo.


La dimensione intima
Quasi un quarto delle odi possono classificarsi come “erotiche” e la poesia amorosa di Orazio sembra nutrirsi del distacco ironico dalla passione poiché l’amore viene analizzato come un rituale scontato. Egli osserva il giovane amante e la serietà con cui ognuno interpreta la sua parte.
Anche l’amicizia gioca un ruolo rilevante perché fornisce ai singoli poemi un ampio ventaglio di destinatari.
Il luogo dell’equilibrio è la campagna, con tutti i caratteri del locus amoenus. Pe ritrovarsi gli basta un qualunque pezzo di quieta campagna o una spiaggia solitaria. Orazio chiama questi luoghi-simbolo “angulus”: i luoghi del canto, del vino e della saggezza.

La poesia civile: La lirica civile non manca di originalità perché egli ha saputo combinare spunti nazionali, suggestioni dell’epica e della storiografia.

L’immagine di Orazio cantore della grandezza di Roma è poi caduta perché la sua lirica non può limitarsi a propaganda in versi.
Egli sa farsi interprete di incertezze e timori, di scoraggiamenti e gioie e la sua lirica condivide l’impostazione moralistica: la crisi deriva dalla decadenza dei costumi e dall’abbandono di quel mos maiorum che aveva reso grande Roma.

Vocazione poetica: Egli si sente un vate in rapporto con le muse e le altre divinità ispiratrici e crede nel poesia come strumento di immortalità.

Carmi conviviali: Questi rimandano ai carmi da simposio di Alceo per quel che riguarda i paesaggi e l’invito a bere per vincere la malinconia di vivere.

Gli inni: Egli conserva il formulario e l’andamento ma poi lo intesse di riferimenti e sviluppi di caratteri letterari.

Non è sempre facile collocare le odi in un tipo ben definito anche perché il poeta stesso ama contaminare la sua produzione con categorie liriche diverse.

Hai bisogno di aiuto in L'era Augustea?
Trova il tuo insegnante su Skuola.net | Ripetizioni
Registrati via email
Consigliato per te
Orazio, Quinto Flacco - Odi