Terenzio, Publio Afro - Biografia e opere

Nacque nel 185 a.C. a Cartagine, in Africa settentrionale e morì nel 159 a.C. dopo essere partito per la Grecia in cerca di ispirazione.
Le poche notizie biografiche di Terenzio le conosciamo grazie ad un libro, scritto da Svetonio, che ne narra le vicende. Sappiamo che Terenzio fosse un ex schiavo che divenne un grande esperto: il senatore Terenzio Lucano (da cui prese il nome) lo condusse schiavo a Roma e, vedendo le sue grandi doti, lo fece educare da maestri greci e lo liberò. Così egli entrò in amicizia con il cosiddetto “circolo degli Scipionici”, un gruppo di intellettuali che diffondeva i modelli greci, e questo sarà un aspetto molto importante della sua vita.
Terenzio fu il primo esponente della cultura filellenica e uno degli intellettuali impegnati ad avvicinare la cultura romana a quella greca.

Egli scrisse sei palliate: Andria (La ragazza di Andro), Hécyra (La suocera), Heautontimorumenos (Il punitore di se stesso), Eunuchus (L'enuco), Phormio (Formione), Adelphoe (I fratelli).

L'opera di Terenzio è fedele ai modelli della commedia néa, caratteristica facilmente notabile dalle trame e dai personaggi tipici: schiavi fedeli che aiutano i loro sventurati padroni, amori ostacolati dai genitori, scambi di persona ed equivoci, contrasto generazionale, agnizione finale. Innovazione è l'introspezione psicologica del personaggio: le figure diventano il mezzo per esprimere una sensibilità nuova, volta a comprendere il comportamento umano.
Infatti, alla comicità fine a sé stessa, le battute ad effetto, i colpi di scena, i troppi intrighi, egli preferiva un linguaggio piano, un'espressione misurata, un intreccio lineare, senza tanti intrighi o equivoci, in modo tale che le sue storie risultassero perfettamente aderenti alla realtà (motivo per cui si trovò in sintonia con Menandro) e cronologicamente ordinate. Le sue vicende non sono esagerate e i personaggi non sono soggetti alla legge dell'eccesso né hanno profili inverosimili. La verosimiglianza provoca nello spettatore un processo di immedesimazione nella vicenda e nello stato d'animo del personaggio.

Durante il periodo in cui visse Terenzio è da collocare il fenomeno dell' ellenizzazione, attraverso il quale, a Roma, si diffusero i principi dell' humanitas, e quindi l'attenzione all'uomo, ai suoi bisogni, ai suoi interessi, alla sua psicologia.

La sua adesione ai principi dell' humanitas è resa esplicita dalla sua celebre frase:

“Homo sum: humani nihil a me alienum puto.” (Sono un uomo: non considero estranea a me nessuna cosa che riguarda l'uomo)

Il suo teatro aveva quindi l'obiettivo di mantenere vivi i canovacci tradizionale con l'aggiunta di contenuti nuovi che conducessero alla riflessione sull' uomo.
I personaggi di Terenzio risultano essere anticonvenzionali, cioè non seguono i clichés della tradizione comica. (+humanitas = -volgarità, +umorismo ed ironia)
Tuttavia, non bisogna pensare che egli eliminò del tutto la comicità: essa era fatta di sfumature, pertanto non era evidente né immediata.

Le commedie terenziane sono commedie di carattere, dette statariae, statiche, poiché in essa prevaleva il dialogo più che il movimento, al contrario delle commedie plautine, dette motorie.
Terenzio preferì i dialoghi perché consentivano il confronto delle idee e la messa a fuoco dei caratteri dei personaggi, che non erano statici, ma dinamici e drammatici.

Terenzio apportò alcune modifiche: egli ridusse le parti liriche, dando spazio solo a quelle recitate (in senari giambici) e ai recitativi (in settenari e ottonari giambici); portò a 150 i versi consecutivi che un personaggio poteva recitare; aumentò a quattordici il numero totale di personaggi. Tutto ciò perché solo la diversità dei personaggi e il loro continuo alternarsi permetteva di evidenziare l'educazione, la mentalità, gli interessi e i sentimenti di ciascuno e studiare i diversi tipi umani.
Il prologo è un elemento fondamentale dell'opera di Terenzio; esso, che poteva essere recitato solo dal capocomico al contrario di quello plautino, era un prologo polemico più che espositivo perché serviva all'autore per anteporre alcune riflessioni artistiche e per difendersi dalle accuse che gli venivano fatte: quelle più frequenti erano legate all'uso della contaminatio, alla presunta collaborazione dei membri del circolo scipionico alla stesura delle sue commedie, e al plagio (furtum). Alla prima accusa egli replica affermando che anche i suoi predecessori avevano fatto uso di questa pratica e che ciò, allo stesso pubblico che ora lo attaccava, era piaciuto. Alla seconda accusa replica dicendo che non si sente offeso da tali dicerie, bensì onorato dall'udire il suo nome accostato a quello degli Scipioni. Dalla terza accusa, infine, si difende evidenziando il fatto che lui non sapesse che il Colax di Menandro fosse già stata tradotta in latino e dicendo che tutti gli autori ricorrevano agli stessi modelli e usavano gli stessi personaggi, affermando che non ci sia nulla di nuovo da dire che non sia già stato detto prima.


Un'altra differenza che si trova tra il teatro di Plauto e il teatro di Terenzio è che lo scopo del primo era di liberare le tensioni del pubblico mediante la risata, quello del secondo era di rappresentare la realtà nel modo più veritiero possibile e di offrire al pubblico degli spunti di riflessione per non accettare, senza pensare, tutto ciò che gli veniva imposto. Il teatro di Terenzio veniva definito pedagogico, perché era luogo di dibattito ancorato alla realtà quotidiana su temi importanti per la società del tempo.

Il messaggio fondamentale del teatro di Terenzio è che non esiste una sola via per affrontare i problemi della vita, ma piuttosto la migliore, che va ricercata di caso in caso attraverso la propria sensibilità e intelligenza.

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