Il problema delle origini della letteratura latina


• Espansionismo e assimilazione
Il popolo romano, all’inizio dell’età arcaica, ovvero dal VIII al V secolo a.C., occupava quella parte della penisola italica chiamata Latium vetus, delimitata a nord dalla valle del Tevere e a sud dai colli Albani. Ben presto, però, per ottenere la supremazia del territorio, dovette entrare in contrasto con le popolazioni vicine, riuscendo a sconfiggere e conquistare così tutto il Lazio, per poi continuare ad estendersi in Toscana, dove risiedevano gli Etruschi, la Pianura Padana, controllata dai Galli e il
Sud della penisola occupato dai Greci.
I Romani, però, non annientarono le popolazioni conquistate, bensì attuarono un processo di assimilazione, ovvero assorbirono molti tratti caratteristici delle altre civiltà. Dagli Etruschi, ad esempio, acquisirono le tecniche della divinazione, alcuni tratti della religione, l’architettura, ecc. Dalla colonia greca Cuma provennero i Libri Sibillini, una raccolta di profezie, autori e generi della
letteratura greca, e persino l’alfabeto, che fu preso come modello per ideare quello latino.
Questo processo di assorbimento non deve essere visto come conseguenza di una incapacità dei romani di comporre o ideare, ma piuttosto come un prendere elementi utili da ciascun popolo in modo da accrescere il loro livello di conoscenza e arricchire quindi il proprio patrimonio culturale.
Ciò si può spiegare con una caratteristica tipica dei romani, ovvero lo spirito pragmatico che li spingeva a cambiare i propri usi e costumi a favore di altri ritenuti migliori, più “utili”, mantenendo
sempre la propria identità culturale e politica.
Se analizziamo a fondo la cultura latina, notiamo infatti che, pur acquisendo elementi da tante popolazioni, conserva i propri tratti originali, a partire dalla parola sacra dei romani, la pietas, ovvero: rispetto sacro per la famiglia, rispetto e amore per la patria, rispetto per la divinità. (Enea infatti, nella fuga da Troia, dopo aver combattuto per essa –patria-, porta con sé il padre -famiglia- e i penati -divinità-.
Una forte caratteristica che li differenzia è appunto il rapporto con il divino: mentre per i Romani Dio era un entità che incuteva terrore e sottomissione, per i Greci ad esempio le divinità erano molto vicine alla natura dell’uomo, infatti si riteneva partecipassero alla vita terrena, commettessero errori, litigassero ecc.
Inoltre i poeti greci, ma in generale tutti gli uomini, erano portati all’idealizzazione e alla passione per la filosofia, mentre i romani avevano la tendenza a concretizzare, agire, fare solo cose utili alla società, infatti i poeti dovevano occuparsi solo di questioni politiche o etiche, e chi, come Catullo, che introdusse l’elegia, trattava temi di tipo amoroso o filosofico non veniva visto di buon occhio. Ciò si collega ad un'altra caratteristica romana, che è quella della collettività e della collaborazione nel migliorare la società, le leggi o estendere i propri domini, infatti Roma si alleava spesso con le popolazioni vicine o amiche per conquistare nuovi territori, mentre nella mentalità ellenica predomina l’idea dell’individualità, testimoniata dal fatto che la Grecia non riuscì mai a formare un impero a causa dei numerosi scontri tra le polis divise le une dalle altre e spinte solo da interessi
personali e mai comuni.
• Le forme preletterarie
La Letteratura latina ha inizio nel 240 a.C., quando Livio Andronico organizzò, sotto richiesta di uomini politici, la prima rappresentazione teatrale in lingua latina, in occasione della vittoria su
Cartagine della prima guerra punica (264-241 a.C.).
Prima di questa data, quindi mezzo millennio dalla fondazione di Roma, datata 753 a.C., non abbiamo alcuna opera di tipo strettamente letterario.
Gli storici hanno spiegato questa assenza con due diverse interpretazioni: la prima afferma che la società romana, non era ancora in grado di produrre composizioni letterarie in quanto rurale e arretrata, ma secondo la maggiorparte degli storiografi ritiene che i romani, proprio per la loro mentalità pragmatica, avesse usato la scrittura solo per intenti pratici, di natura politica, e avesse privilegiato l’attività militare, in primo luogo le guerre d’espansionismo, difatti ricorsero al dramma
per celebrare la vittoria di una battaglia che gli era valsa l’egemonia sul Mediterraneo.
Le uniche testimonianze scritte precedenti il III secolo sono rappresentate da alcune iscrizioni di leggi o trattati, elogi funebri ed epigrafi.Tutti gli elementi che riguardavano credenze religiose, riti, costumi e regole venivano elaborati e tramandati oralmente e sono arrivati fino a noi perché furono
rimandati di tante generazioni fino a quando un erudito decise di trascriverli.
I riti religiosi, le formule d’augurio o di incantesimo vengono chiamati carmen (“composizione poetica in versi”), cioè una sorta di combinazione tra la prosa e la poesia, caratterizzata da un carattere ritmico molto forte e ripetizioni foniche che hanno la funzione di suscitare attenzione e
imprimersi nella memoria.
I carmen sono spesso caratterizzati da una versificazione saturnia, un tipo di metro poetico estremam libero chiamato in onore del dio italico Saturno, forse il dio della semina, identificato poi con Crono, il padre di Giove. Molti autori latini, tra cui Ennio, Marrone e Orazio, mettono in risalto l’arcaicità e l’arretratezza del saturnio, rispetto ad esempio alla raffinatezza della metrica greca che sarebbe
penetrata poi nel mondo romano.
Per quanto riguarda poi la commedia, si basa principalmente su quella greca ed era fondata sull’improvvisazione; le prime forme teatrali erano:
- l’atellana, un tipo di spettacolo comico campano improvvisato da attori che ripetevano maschere fisse, Maccus, lo sciocco sempre affamato, Pappus, il vecchio rimbambito, Dossennus, il furbo.
- i fescennini, che consisteva in scambi di battute irrisorie e oscene, risalente all’usanza dei soldati di prendere in giro il loro comandante in occasioni particolari, come nei trionfi.
- i ludi, rappresentazioni etrusche con evidente valore rituale, in quanto aveva lo scopo di allontanare le pestilenze, e la satura, messa in scena da giovani romani con l’aggiunta di canti, danze e recite.
- i canti d’occasione, improvvisati in cortei trionfali, funerali e banchetti, accompagnati questi ultimi
anche da musica e danza.
Alle famiglie nobili era poi riservata la laudatio funebris, un elogio funebre che aveva la funzione di
accompagnare il defunto con esaltazioni della gens alla quale apparteneva e delle sue glorie.
• Le prime testimonianze scritte
Le prime testimonianze scritte dal punto di vista politico risalgono al 451 a.C. con la pubblicazione nel foro delle leggi delle XII Tavole, basate sostanzialmente sul principio “occhio per occhio, dente per dente”, in modo che tutti potessero verificare in ogni momento le leggi e non fossero così
modificate dai nobili e dal pontefice in base ai loro interessi personali.
Nel304a.C. furono promulgati ius Flavianum,una serie di norme di diritto civile, la cui elaborazione
fu curata dal liberto Flavio sotto commissione del censore Appio Claudio Cieco.
Alla fine del II secolo a.C. uscì poi una raccolta di 80 libri chiamati Annales maximi che contenevano tutti i più importanti avvenimenti religiosi e politici e avevano la funzione di ricordare
al popolo romano i principali eventi dell’anno.
Fra le prime epigrafi troviamo il Cippo del foro, un cippo in tufo rinvenuto nel 1899 sotto la pavimentazione di marmo che, secondo la tradizione, copriva la tomba di Romolo; su di esso troviamo alcune iscrizioni risalenti al 500 a.C., scritte in caratteri greco-etruschi e con un andamento bustrofedico, cioè che va da sinistra a destra e poi da destra a sinistra in modo alternato.
Dal III secolo in poi, forse sotto influenza greca, si cominciò a scrivere in modo più esteso includendo anche il nome e le imprese del defunto.
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