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L’oratoria

Stiamo studiando la letteratura greca del V secolo a.C. ad Atene. Sappiamo che questo è il secolo d’oro della città di Atene, nonostante le guerre. C’è stato il consolidamento della democrazia e le testimonianze che noi abbiamo di oratoria, come il teatro e la storiografia, appartengono ad Atene. Diceva bene Pericle quando affermava che Atene era il faro della civiltà greca.

La cultura greca è da sempre una cultura basata sulla parola. Se pensiamo all’Iliade e all’Odissea, ritroviamo passi e momenti in cui l’oratoria era fondamentale, per esempio lo scontro tra Achille e Agamennone, oppure quando Priamo va da Achille a chiedere il corpo di Ettore. Tutti questi sono pezzi di oratoria, sono dei discorsi che Omero fa fare ai suoi personaggi e che risultano diversi gli uni dagli altri. Ogni discorso che Omero fa, lo cuce addosso al personaggio che lo deve pronunciare; quindi, siamo già a dei livelli alti di strutturazione del discorso.

Anche Esiodo dirà che le Muse fanno il dono dell’oratoria a chi governa; infatti chi governa può, attraverso la parola, gestire al meglio questo gravoso compito.

L’oratoria quindi non viene fuori nel V secolo a.C., ma aveva già dei suoi precedenti; del resto, anche nelle tragedie ci sono dei pezzi bellissimi di discorsi. Il fiorire dell’oratoria dev’essere per forza ad Atene, perché è la democrazia che la fa fiorire.

Ci sono tre tipi di orazione:
- l’orazione giudiziaria, quella che si tiene nei tribunali e nei processi;
- l’orazione deliberativa, chiamata anche politica, che si faceva nelle assemblee e aveva come scopo quello di prendere una decisione;
- l’orazione epidittica, che serviva a dimostrare qualcosa, anche chiamata celebrativa, in cui si celebravano gli eroi caduti in battaglia, un personaggio famoso, una ricorrenza, la fondazione di una città.

Con Lisia avremo l’orazione giudiziaria, con Demostene quella deliberativa.

Dalle commedie di Aristofane, sappiamo quanto i Greci fossero legati ai processi giudiziari. Nelle “Vespe”, ritroviamo la storia di un padre che vuole assolutamente assistere ai processi in tribunale; il figlio lo ritiene una malattia e gli fa fare i processi in casa.

In Grecia, affinché la magistratura avviasse un processo, bastava che un cittadino qualunque denunciasse la cosa in tribunale; poteva essere sia qualcosa che lo riguardava da vicino, sia qualcosa che era venuto a sapere, ma che non lo riguardava. L’azione poteva partire soltanto se il cittadino andava dal giudice a denunciare, altrimenti non partiva alcun processo. Le due parti si presentavano davanti a quello che noi oggi chiamiamo giudice di pace e cercavano di raggiungere tra di loro un accordo; se l’accordo non veniva raggiunto, destinavano la causa ad un determinato tribunale.

In Atene c’erano quattro distinti tribunali:
- l’Areopago, quello istituito da Atena per l’uccisione di Clitemnestra, che giudicava i delitti di sangue, gli omicidi volontari. Se l’accusato veniva ritenuto colpevole, la pena andava dall’esilio alla pena capitale;
- il Palladio, così chiamato perché si trovava vicino alla statua di Pallade, portata ad Atene da Troia, rubata da Ulisse e Diomede; giudicava gli omicidi involontari, o i tentativi di omicidio, o gli omicidi volontari e involontari nei confronti non di cittadini, ma di meteci, schiavi e liberti. La pena andava dalla confisca dei beni all’esilio;
- il Delfinio, situato nei pressi del tempio di Apollo Delfinio; giudicava gli omicidi casuali, oppure quelli legittimi, cioè l’adulterio quando c’è flagranza di reato;
- il Freatto, in cui si giudicava chi, già accusato di omicidio, era andato in esilio e aveva commesso un altro omicidio. L’omicida era su di una barca, in acqua, e il consesso giudicante era a terra, proprio per evitare che la presenza di quell’uomo contaminasse la terra.

Ma come si svolgeva un processo?
L’accusato e l’accusatore si recavano davanti al giudice e tenevano un discorso: se erano capaci, il discorso veniva elaborato da loro; in caso contrario, il discorso veniva fatto comporre da un logografo, come Lisia. La scansione del discorso (che doveva essere molto breve, ma incisivo) era divisa in cinque parti:
- il proemio;
- la narratio, cioè la descrizione dell’avvenimento;
- l’argumentatio, ossia l’argomentazione, con un discorso chiaro, lucido e elegante riguardante le motivazioni;

- la confutatio, il momento in cui si confutano i capi portati avanti dall’accusa;
- la peroratio, cioè il momento finale, in cui si chiede ai giudici di stare dalla propria parte.

I giudici non erano avvocati, ma erano cittadini qualunque che a caso, con sorteggio, venivano scelti. Al termine del processo, i giudici dovevano immediatamente decidere chi ha ragione e chi ha torto. Si prendevano due ciotole e ogni giudice deponeva il dischetto: se era pieno si aveva assoluzione, se era forato si aveva la condanna. Al termine del conteggio, si esprime la condanna o l’assoluzione.

Le condanne potevano andare dalla confisca dei beni, all’esilio, al bando (l’allontanamento temporaneo dalla patria), alla prigione, alla pena capitale, alle pene corporali.
La prigione e le pene corporali erano per gli schiavi; per i cittadini, le pene corporali non venivano applicate. Esse erano la fustigazione, la macchiatura al fuoco, l’agogna.

Se l’accusato o l’accusatore era una donna, non poteva essere lei a perorare la propria causa, o ad accusare un altro; infatti, donne, schiavi e minori, dovevano essere necessariamente rappresentati dall’elemento maschile della famiglia.

Quella del giudice era un’attività remunerativa, infatti da un obolo si passò a tre oboli. Come si faceva a stabilire se uno aveva ragione o torto?
Ad Atene non c’era il diritto, cioè un insieme di leggi costituite. C’era invece il diritto consuetudinario, una raccolta di norme che più volte avevano regolato quel tipo di causa. Ecco perché l’orazione era importantissima: un’orazione ben fatta poteva far sì che il giudice si appassionasse ad uno invece che a un altro, e poteva quindi salvare la vita di una persona.

La costruzione del discorso prevedeva quelle fasi che abbiamo già studiato con Cicerone: l’inventio, la dispositio, l’elocutio, la memoria e l’actio.

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