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Euripide, Le Troiane - Analisi e commento

Autore: Euripide
Titolo: Le Troadi (o Le Troiane)
Datazione e pubblicazione: furono portate in scena, per la prima volta, inserite in una tetralogia (la sola euripidea che narra il ciclo troiano) che comprendeva l'Alessandro, il Palamede e il dramma satiresco Sisifo, intorno al 415 a.C., all’indomani della distruzione della città di Melo da parte degli Ateniesi, evento a cui la tragedia si rifà sia in termini di critica alla guerra sia per quanto concerne la descrizione della distruzione della città di Troia.

Trama
Gli eventi narrati vanno collocati nel periodo immediatamente successivo alla distruzione della città di Troia da parte degli Achei. Sulla scena, con funzione di prologo, irrompe Poseidone, che al contrario della tradizione iliadica, è schierato dalla parte dei Troiani, ormai costretto a rammaricarsi per la distruzione della città, senza più altari per onorare gli dei. La città, ormai ridotta a luogo di dolore, desolata, è il palcoscenico della divisione, senza diritto di protesta, né d’appello, della spartizione delle donne troiane tra gli eroi Achei, ultima propaggine di una guerra sanguinosa. E Poseidone presenta (al contrario dei canoni classici) Ecuba al pubblico. Al monologo di Poseidone s’intreccia la figura di Atena, che ciecamente adirata per un sacrilegio compiuto nei suoi confronti dagli Achei (Aiace Oileo, impunito, aveva violato il suo tempio prelevando Cassandra dall’altare della dea), tesse, assieme allo “scuotitore di terre” la propria vendetta contro i Greci, sottintendendo i difficili nostoi degli eroi achei. È qui che si colloca l’accesa critica contro l’imperialismo greco (vedi Tematiche). Gli dei escono ed entra Ecuba. L’ormai decaduta regina, prostrata a terra, solleva la sua dignità, e soffre per la sorte, così capricciosa, così ingrata, così imprevedibile. Il lamento diviene l’occasione per ripercorrere rapidamente le fasi della guerra di Troia, causata da Elena, causa suprema di sventura. È qui che inizia un threnos funebre che serpeggia nella tragedia, sino alla fine, ora commovente nella voce rotta di Ecuba, ora patetico nei due Semicori che si alternano, formati dalle prigioniere di guerra. Sanno qual è la loro sorte, la rifuggono eppure a essa sono costrette. Arriva in scena l’araldo Taltibio, il quale sostiene che il sorteggio è ormai compiuto: ogni donna a un guerriero diverso, o come concubina o come schiava - Cassandra (figlia di Ecuba) – Agamennone, Polissena-immolata sul sepolcro di Achille, Andromaca – Neottolemo, Ecuba-Odisseo. Ecuba si lamenta della propria sorte, disprezzando alacremente l’eroe, infangato per l’aver progettato l’inganno del cavallo, per la sua lingua, e per la sua astuzia. Una luce fa presagire il tentativo delle donne Troiane d'incendiarsi per sfuggire alla sorte, ma in realtà la colpevole è Cassandra, sacerdotessa d’Apollo, cui il Dio diede il dono-condanna della preveggenza poiché a lui si era rifiutata; la donna, invasata, celebra l’imeneo della sua unione con Agamennone, rilevando come sarebbe stata la fine della casa degli Atridi, e facendo riferimento all’Orestea di Eschilo. Inutile il tentativo di placare la donna, ormai in delirio. È qui che si colloca il dissacrante affresco della guerra di Troia, un conflitto annoso sorto per una donna, combattuto per un onore che non è, nel principio (ma sì nello svolgimento) desiderio di fama, ma soltanto risposta a un’offesa subita. Mentre i Troiani hanno combattuto per difendere la patria, si sono sacrificati per un ideale, di cui Ettore, il grandissimo eroe, è emblema imperituro. Il reiterato delirio della donna si conclude con la maledizione verso Taltibio, essere alle dipendenze dei potenti, e all’annuncio che Ecuba morirà a Troia, in patria, e che non sarà serva di Odisseo, costretto a navigare in mare per anni e anni. La donna è trascinata via, da Agamennone, da un irritato Taltibio. Non prima però di aver stracciato i paramenti sacri, trasformandosi in Erinni vendicativa verso Agamennone. Ecuba, in preda alla disperazione cede a un progressivo ateismo, e si crogiola nel dolce ma doloroso ricordo dei benefici persi. La conseguenza è una drammatica visione, alquanto pessimistica, sulla condizione umana: la felicità, prima del trapasso, è effimera. Il coro riprende voce, e decanta un reiterato lamento per Troia, rievocando l’inganno del cavallo, e abbandonandosi alle dolorose immagini della caduta della città. Arriva Andromaca, con al petto il figlio Astianatte. Il fantasma di Ettore rievocato dalle due donne, una madre e una sorella, riecheggia della disperazione delle due, ed emerge con patetico compianto il destino triste di un eroe troppo presto sottratto alla vita, a causa dell’incoscienza di Paride. Bersaglio di questa sfiducia è il divino, logorato dal dolore, lacerato dall’ingiustizia. Andromaca annuncia la morte tragica di Polissena. La tragedia è catarsi del dolore. Andromaca sostiene come la sorte di Polissena sia preferibile, la morte come fine del dolore; a questa visione risponde alacremente Ecuba, che, portavoce di un attaccamento tutto greco alla vita, positivo nella speranza che in essa rimane. Eppure Andromaca è colpita da un radicale pessimismo. La donna, famosa per essere brava madre e brava moglie, è dilaniata da una dicotomia interiore: se parteciperà attivamente al letto di Neottolemo, arrecherà danno a Ettore, al contrario incorrerà nell’odio di Neottolemo. Ecuba la invita a cedere a Neottolemo per garantire un sicuro futuro al figlio, ma l’Araldo entra in scena e svela il futuro di Astianatte: sarà ucciso, gettato da una torre. Sotto minaccia di non sepoltura, alla donna è tolto anche lo sfogo della maledizione. L’Araldo si commuove. Grande è lo strazio della donna, che pateticamente si rivolge al figlio, in un ultimo, disperato addio. Accetta l’imbarco, maledice i Greci ed Elena, la quale irrompe sulla scena, al seguito di Menelao, deciso a riprendersi la moglie e a ucciderla ad Argo, come espiazione dei danni arrecati dalla guerra, e aggiunge che la guerra non era un nuovo ratto di Elena, ma una punizione nei confronti di Paride. Ecuba invoca la giustizia. Elena, saputo il suo destino, erompe in un’apologia spassionata nella quale la donna figura come vittima impotente di Eros, che l’ha soggiogata, e come pedina nelle mani degli dei, vittima dei loro capricci. Inoltre accusa Ecuba, la madre, e Priamo, re morto, che non l’aveva ucciso nonostante il sogno premonitore di Ecuba. Accusato è anche Paride, colpevole di non essersi curato della moglie. A tale difesa risponde Ecuba, esasperata verso la donna, e la quale accusa violentemente Elena. Assurdo è il far passare le tre dee come delle sciocche capricciose, e sostiene che in realtà la sua stessa mente è divenuta Afrodite alla vista del bellissimo Paride, da lei seguito spontaneamente, per vivere nel lusso, e soprattutto non aveva chiesto aiuto. Elena sarà imbarcata su una nave differente affinché Menelao non subisca il fascino mellifluo della sua prorompente bellezza. Si leva il pianto delle vedove, per i mariti insepolti, e per la condizione di schiave costrette a imbarcarsi lasciando i bambini piangenti. Entra Taltibio che trasporta Astianatte, ormai morto, pulito parzialmente dalle ferite, e affidato a Ecuba, che pur compiangendo i segni dello strazio, rivelando la sua forte moralità, e la sua tenacia, nonostante l’avversità, decide si concedere gli onori funebri al nipote, originariamente destinato a un grande futuro. Inoltre inveisce contro i Greci, crudeli, e compiange la caducità del destino degli uomini. Il lamento funebre prosegue, alternando Ecuba e il Coro, al fine di conferire significato alla sciagura, divenuta ormai occasione di canto (quasi una riflessione meta-poetica). Troia intanto è incendiata, la partenza si affretta. La tragedia termina con gli ultimi gesti rituali, che testimoniano l’assurdità della guerra mentre la città di Troia rimbomba della propria rovina. Tutto diventa cenere, deserto, fumo vacuo. Rimane soltanto il dolore silente di passi verso la schiavitù, il dolore sì un destino spezzato, di una vita ormai finita.

Personaggi

- Poseidone: la divinità, che apre la tragedia, è figura atipica: in nessun’altra tragedia, infatti, è la divinità a introdurre un personaggio (qui Ecuba), e soprattutto il suo dialogo con Atena rappresenta l’inizio della fine, ovvero, l’antefatto che andrà ad aggravare i nostoi degli eroi achei; un’ira, quella della divinità, in chiara antitesi con la tradizione comune (dove è alleato con i Greci); d’altra parte è l’antitesi a dominare nella tragedia, spesso incarnandosi nella dicotomia interiore del personaggio, spesso ammiccando, in maniera piuttosto critica alla società coeva, e riproponendo nei dialoghi dei personaggi i moti interiori di esseri (umani o divini) costretti ad affrontare il futuro, la terribile meraviglia dell’inaspettato. Il personaggio di Poseidone è anche necessario per ribadire il canone tradizionale di rispetto delle divinità, il saper trovare giusti mezzi per non eccedere nella tracotanza. Eppure l’immagine tradizionale delle divinità sembra sbiadire, logorata da una pulsione innovativa di cui la caratterizzazione psicologica euripidea è chiaro emblema; la “hybris” sembra più un pretesto, o meglio, sembra trasfigurarsi in un canone imperituro, in una sentenza: la giusta misura, in cui echeggia una tradizione che affonda le proprie radici nei sette savi. È vero che gli altari del dio grondano sangue: la conseguenza è la distruzione. Questo il contrappasso dell’eccesso.

- Atena: la dea appare qui caricata con tinte molto vendicative, che sembrano quasi adombrare le tradizionali qualità della dea (tra cui la tattica) anche se a ben vedere è in questo ribaltamento, in un’Atena feroce come Ares che ancora il ribaltamento si perpetua, un capovolgimento continuo che sottende a Le Troiane. Eppure si avverte sullo sfondo, la lucida, fredda, calcolatrice mentalità di una dea che sembra racchiusa nell’autoreferenza dell’egotismo, il complotto divino che sottende alla sorte degli uomini. La dimensione non è quella della religione manzoniana: la divinità non è emblema di provvidenza ma pura Moira, fatalità. Una sorte capricciosa, che si riversa inevitabilmente sull’uomo.

- Ecuba: è il personaggio più strettamente patetico dell’opera, eppure quello in cui la forza morale si scontra con la nuova condizione di schiava: la regina è lo spazio della lacerazione dell’unità; una coerenza interiore posta in crisi dal mutare della realtà, e che pure è riscoperta, alla fine, cangiante nell’inesauribile forza morale della donna, nella sopportazione audace delle sciabolate del fato, resistenza disincantata a un destino già segnato. È forse assurdo opporsi all’ineluttabile? Forse sì, eppure nelle parole della figlia Cassandra tutto sembra mutarsi, distorto da una galleria di specchi, i cui riflessi sembrano oscurare un destino apparentemente già segnato. Eppure non è questo il cuore pulsante di Ecuba, non è il pensiero della schiavitù, che pure la attanaglia: è il dolore per la distruzione di se stessa, ovvero di Troia, del marito, dei figli e delle figlie, una sofferenza inesauribile, lacrimevole, dirompente che pure si piega alla sepoltura del nipote, Astianatte, la cui sepoltura è simbolicamente tracollo della città. Lo spirito della regina però rimane, nonostante tutto, ad avvampare l’odio della donna per Elena, a sciogliere la lingua nelle esortazioni alle altre prigioniere: una regalità che non è attributo di Ecuba ma sostanza stessa dell’ormai decaduta regina. Odio e compassione (o forse amore) resistono, non ancora scalfite dalla distruzione, sentimenti che si accavallano furiosamente, a cui la mente soggiace, tantoché in fondo la razionalità è demolita, e soltanto un ordine perentorio spinge i piedi a incontrare il destino.

- Coro di prigioniere troiane: Euripide utilizza il coro come forza narrante, eco delle parole di Ecuba, anello di congiunzione delle varie scene tramite il ricordo del mito, delle leggende, terreno fertile della produzione euripidea, eppure mutuato all’esigenza dell’autore. Un mito in cui brilla un sentimento areligioso (non necessariamente ateista) che è cifra distintiva delle Troadi.

- Taltibio: il messaggero è l’abrupto, la meraviglia, l’imprevedibile, il futuro che si disvela con tutta la propria irruenza, sventura, mezzo, la parola: frasi che battono contro un destino funereo, clessidra inarrestabile della fatalità. Ogni termine rimbomba, ogni espressione è riserva di disperazione; il periodo che si scioglie dalla bocca del messaggero è ciò che annichilisce le speranze, ciò che palesa la sfrenatezza dell’inevitabile. Ogni singolo suono, anche quello più compassionevole, è ipocrisia, ogni tono una ferita inflitta, ogni articolazione vocale un corpo sempre più martoriato. Finché, nel gioco dei ribaltamenti, le parole del messaggero degli Achei si trasformano nel canto di cigno di Troia, una caduta libera che è lo schianto di una città al suolo. L’ambasciatore è esso stesso incarnazione della sventura. Portatore di pene. E nemmeno la sua umanità può riscattare l’inappellabilità delle sue parole, grida strazianti partorite dall’Ade.

- Cassandra: straordinario è, in Euripide, il personaggio di Cassandra: alla tradizionale figura della profetessa invasata, delirante, si affianca quella della donna lucida, che vive nella realtà, e che in essa rintraccia il senso di un destino ormai sfrenato, privo di qualsiasi vincolo divino. Cassandra parla, in Euripide, anche senza delirio, con una razionalità che le permette di comprendere la sua situazione e quella di tutti gli altri. Questa è la sua cifra distintiva nei confronti delle forze del destino che incombono sull’uomo e sembrano opprimerlo, senza più mediazione divina. Nella contrapposizione, invero esasperata, tra delirio e lucidità Cassandra matura un pensiero disincantato, che reagisce alla cruda realtà degli eventi passati minuziosamente in rassegna, non semplicemente aderendo (come le altre troiane) al destino, ma tentando se non di opporvisi, almeno di finalizzarlo ai propri intenti. La sua morte sarà la sua vendetta. Cassandra, proprio per la sua divinazione, che lascia spazio alla ragione, conosce il suo futuro, eppure ciò non implica la giustificazione dello stesso: è proprio nell’inconcepibilità di questa sorte, che prende forma la grande forza della donna. Il coraggio di guardare nell’abisso della morte, senza rimanerne atterriti, di saper puntare uno sguardo lucido sul suo destino. La vera eroicità del personaggio sta nel saper piegare il destino ai propri voleri. La potenza di Cassandra sta nella conoscenza del momento e delle modalità della propria morte: non il terrore risponde, ma una fermezza che scuoterebbe gli eroi omerici. A suo modo, la sua è un’amara vittoria. È forse per questo che Cassandra sembra esultare per il suo destino: ha dato un fine, uno scopo alla propria vita.

- Andromaca: Andromaca è in Euripide il sentimento spezzato, o meglio, l’istintualità che si piega, pur non volendo, alla fatalità, la chiara dimostrazione che l’uomo è schiavo della fatalità. Al contrario di Cassandra che ne sa approfittare (ma conosce il destino in se stesso), per Andromaca il futuro è un insieme di dolore, sacrificio, antinomia: eppure tutto è mescolato, tutto è sfumato. Nella morte del marito, e nella drammatica morte del figlio, la sua anima si spezza, si perde nell’addio al figlio, struggente, eppure rassegnato. Non c’è il dimenarsi di membra: soltanto l’agitazione di un sentimento materno che con un’indolenza aborrita, eppure imposta, cede all’ineluttabile. E incombe poi il fantasma del marito, il glorioso Ettore; salvaguardare la sua memoria o essere amata, per quanto possibile, dal suo nuovo marito, dal suo nuovo padrone Neottolemo? Tutte le personalità maschili che incontra sembrano destinate a una battaglia col destino di cui rimangono inevitabilmente vittime. Il tutto cede inevitabilmente a un pessimismo di fondo, a una drastica visione della vita: un luogo in cui le iniziative dell’uomo si spengono, dove l’agire equivale all’abbandono, dove la speranza è la dolce illusione di poter battersi contro il fato, di ergersi al di sopra degli dei, che pure ne sono vittime. Non essere nati è come essere morti, ed essere morti è meglio che vivere, e dunque soffrire. Nel gioco dei ribaltamenti euripidei, anche la fama, la tradizionale aspirazione dell’uomo e della donna greci/troiani, si ribalta in un elemento di sventura, non prova ma certezza di colpevolezza, anzi, condanna scritta: è la fama di buona donna, di buona moglie, e di buona madre che sancisce il triste futuro di Andromaca. E a una madre ormai giunta sull’orlo della disperazione, ormai ammutolita dai dolori, cui è tolta anche lo sfogo della maledizione; la donna che non può agire di forza, tenta di maledire l’esercito, ma augurare il male è sinonimo d’insepoltura: gli istinti della donna, definitivamente messi a tacere, si spengono in un lamento accorato, e l’esplosione del personaggio si mutua in un tragico, silenzioso, assenso. Ad Andromaca è stato tolto anche il gusto del male.

- Menelao: simbolo degli eroi achei, è bersaglio di una critica alla guerra che traspare sin dalla prime pagine dell’opera, e che risiede specialmente nella critica alle motivazioni del conflitto: una donna, una persona. O ancor peggio: un ideale astratto: la reputazione. Menelao dichiara guerra per vendicarsi dell’affronto di Paride, ma dalle sue parole traspare l’evidente desiderio che lo spinge verso Elena, un amore invitto che la donna continua a esercitare, tantoché è Ecuba a tuonare di non osservarla, di non spingere Eros a scagliare di nuovo la sua freccia sull’uomo: Elena deve essere uccisa, in pubblico, come esempio. Mentalità misogina, amore inestinguibile: questa l’antinomia di Menelao, che pur nella sua eroicità, appare quanto mai ingenuo, e soltanto l’aiuto di Ecuba riesce a spronarlo alla decisione di trucidare la donna. Ecco un nuovo ribaltamento: Ecuba, nemica dei greci, aiuta un greco a uccidere una donna, anch’essa greca, che pure era moglie del figlio. Tanto imprevedibili sono i moti dell’animo umano.

- Elena: Elena appare come l’antinomia di Cassandra, colei che aderisce pienamente al destino, e che in esso sa trovare una giustificazione agli eventi. La sua autodifesa è la consacrazione del capriccio degli dei, di una volontà umana interamente soggiogata al fato, tantoché tanto vale navigare secondo la corrente. È il chiaro simbolo dell’imperscrutabilità della sorte, e della necessità di non opporvisi, altrimenti l’assurdo. Anacronistica è invece la condanna di Ecuba, foriera ancora di una morale della responsabilità di cui Euripide avverte tutta l’effimera inconsistenza. D’altra parte all’inizio dell’opera, la stessa Ecuba sostiene “naviga secondo la corrente, naviga secondo il destino” (v.102), ma è altrettanto vero che quando si tratta di accusare, e la condanna è dettata dall’esasperazione, dal dolore, anche le proprie convinzioni cedono il passo agli intenti. Così Elena sarà vittima di un triste destino, e forse allora non è l’esatto opposto di Cassandra: anche lei sa utilizzare il fato ai propri intenti (l’autodafé), ma con una notevole differenza: Cassandra, che conosce l’esatto esito del fato, finalizza la propria vita, Elena, che lo vede nebbiosamente, lo utilizza come pretesto, quando invece dovrebbe essere la costatazione iniziale, ineludibile.

Analisi e tematiche
Quando Euripide scrive le Troiane, la guerra del Peloponneso era all’apice del suo corso e della sua violenza. La grandezza di Atene volgeva alla fine. Ben presto l’esercito spartano invase le strade e le piazze della città, e le lunghe mura furono abbattute. Ma, più profondamente delle vicende della città che fu la patria dell’età classica, è qui decisiva la crisi di un’intera cultura, i cui valori avevano trovato espressione e forma nelle storie e nel culto degli dei. Nella società arcaica il mondo era pieno di dei, non nel senso di un rigido panteismo, quanto invece nel proliferare di miriadi di divinità facenti capo a Zeus che proliferavano arrogandosi ora il predominio di un ambito, ora quello di un altro. Obbedire a queste divinità, comportava il seguire la giustizia. Trovare la propria collocazione in quest’ordine era la condizione per la realizzazione di qualunque speranza di felicità. È in questa dimensione che la vita dell’uomo acquisisce un significato, si completa, per così dire di un senso. Eppure il rapporto con le divinità è quanto mai ambiguo, e anche in Solone che pure rivendica il valore della giustizia incarnata da Zeus, così come poi sarà per Eschilo: infatti il rispettare la giustizia, non costituisce una garanzia per il proprio futuro, non è un qualcosa che possa permettere la felicità del giusto e l’infelicità dell’ingiusto. Non è dunque un caso che il terrore per il divenire, per l’imprevedibile dovesse portare a due fondamentali conseguenze che la tragedia euripidea mette debitamente in luce: da una parte un’imperscrutabilità divina, dall’altra parte la necessità di ridefinire la giustizia, e di ricreare dunque un ordine. Alla prima istanza, e alle sue conseguenze, risponde Euripide ne Le Troiane, all’altra risponderanno la filosofia platonica e quella aristotelica, introducendo, il primo, il concetto di armonia, il secondo, quello di equità, fino a “degenerare”, sulla spinta della preoccupazione per l’aldilà, al cristianesimo che offrirà nuove risposte. Tornando a Euripide va innanzitutto notato questo, ovvero il rovesciamento dei canoni classici, dai valori alla religione, fino all’acutezza e penetranza critica che permea la sua produzione e che si colloca nel periodo della crisi del superuomo greco. Tutto, in Euripide, anche ciò che si fa tradizionale è o parodia o motivo di critica. Il primo passo è la scarnificazione delle divinità, o meglio la metamorfosi degli dei. Se infatti nella religione tradizionale erano considerati come un qualcosa di concreto, o come un qualcosa che acquisisse concretezza grazie alla cieca fiducia della popolazione, che anzi trasferì su essi anche i vizi e le virtù dell’uomo, nel mutato contesto sociale le divinità sono solo simulacri, simboli di una nuova visione della realtà trascendente cui l’opera risponde. Affermare, come fa Ecuba, che le leggi del mondo derivano dal “capriccio degli dei”, deve far porre l’attenzione non sul secondo, ma sul primo termine, capriccio: tale è la sorte. Ed ecco che nella difficile e incompiuta metamorfosi delle divinità in incarnazione del fato, che pure loro è superiore, le Troiane si dilatano: non più riflesso della condizione delle prigioniere di guerra ma emblema della condizione umana, nell’ottica di una visione della società che sembra preludere al concetto di assurdo e di libertà che sarà poi presente in Camus (“la vera libertà è quella del condannato a morte”). Tutti sono come i prigionieri troiani, destinati a combattere contro un destino a cui non si vuole cedere e che, pure ci viene imposto, in una direzione dal trono esistenziale. E sebbene il politeismo persista come paradigma base della società, esso diviene il simbolo di una visione più razionale della realtà, basata sul passaggio da una legge che deriva dagli dei, a un ordinamento divino del mondo, dove il divino indica l’imperscrutabile. Testimonianza di ciò si ha nelle parole di Ecuba che tenta, seppur difficilmente, di scardinare i canoni classici, tantoché lo stesso Menelao, si stupisce dell’innovazione nella preghiera agli dei (“O tu, fondamento della terra e che sulla terra hai dimorato, chiunque tu sia, inconoscibile, o Zeus, necessità di natura o intuizione dei mortali, io ti supplico: avanzando per tragitti di silenzio guidi secondo giustizia le vicende degli umani”, vv. 883-887). Proprio questo tentativo di ridefinire il canone classico, che ancora non ha trovato una propria esemplificazione (a testimoniare la difficoltà di creare una nuova visione del trascendente). E paradossalmente, questa nuova visione sembra rifarsi alla terra, a una natura ctonia che sfocerà nelle Baccanti, con la figura estremamente emblematica di Dioniso, divinità genetica. Tale nuova spinta contro la religione tradizionale, s’innesta nel quadro storico-sociale della guerra del Peloponneso, un clima dunque bellicoso ripreso nelle Troiane, e che diviene motivo di riflessione su quelle che sono le cause e le conseguenze delle guerra. Quello delle Troadi è un mondo in cui indistintamente vincitori e vinti soffrono: i primi per aver insanguinato gli altari, per empietà, per una hybris che in definitiva non è così strettamente legata all’ambito divino (o almeno questo è solo un pretesto), quanto invece indice della violenza, degli strascichi di dolore che un conflitto porta con sé; i secondi per la schiavitù cui sono aggiogati. È un mondo crudele, impietoso, dove le pagine scandiscono la distanza dal baratro, ovvero la distruzione di Troia. Si legge indirettamente la crudeltà dello scontro tra Ateniesi e Meli, la ferocia dei primi, la disperazione dei secondi. La condanna euripidea non si arresta a una delle due fazioni, ma si estende alle motivazioni che spingono al conflitto; ragioni che con dissacrante lucidità, l’autore disvela in tutta la loro inconsistenza; così la vendetta personale, così l’onore, la fama, una donna, il denaro figurano come effimero accidente dell’uomo, eppure come motori privilegiati delle sue azioni. È chiaro, dunque, sin da ora come l’opera di Euripide rappresenti un punto di frattura, o meglio, il riflesso di una spaccatura insanabile tra la società classica, ormai tramontata e una nuova società il cui inizio sarà crisi definitiva della libertà della polis. E una rivoluzione così vasta trova riscontro nella caratterizzazione psicologica dei personaggi euripidei, che spesso dimostrano una dicotomia interiore tanto intensa da rasentare la schizofrenia. L’angoscia che permea le opere del tragediografo è simbolo della solitudine dei personaggi che affollano la tragedia così come la Grecia classica in crisi: la mancanza di valori consolidati, le prime tensioni ateistiche dissolvono progressivamente i baluardi della sicurezza, dando spazio a una società liquida che fluttua incontrollata verso la catastrofe, verso la disfatta. Ecco perché le Troiane possono essere considerate come un’opera primitiva: il primo esempio di una società mutata e mutante, il primo balzo verso l’inquietudine di una società non più pagana. E la prima domanda che questa società in disgregazione chiede è “se Zeus non esiste, quale il fine del mondo"? Quale la legge?” Il kosmos tradizionale, l’ordine del “giustizia=salvezza”, entra inevitabilmente in crisi, ed Euripide è costretto a trovare nuove spiegazioni al trascendente: un sovrumano che non è più tale perché, come sopra spiegato, ctonio, terreno, forze naturali che dominano il mondo. A questa insicurezza di fondo, nelle Troiane, corrisponde una successione di quadri staccati, scene scollegate, contenutisticamente pregnanti, ma formalmente inverosimili (per quanto successivamente ne potrà dire Aristotele). Non che questa sia una caratteristica permanente dello stile euripideo, tantoché altre tragedie saranno considerate da Aristotele come esempio delle proprie congetture formali; eppure le ultime tragedie del tragediografo greco sembrano permeate da quest’oscillazione, di cui il tessuto della tragedia stessa risente fortemente. Quello di Euripide non è un racconto, ma quasi una riflessione filosofica per immagini e scene. L’uomo di Euripide si affaccia sull’abisso dell’insicurezza e ne è ora atterrito, ora intimamente scosso. Molti hanno criticato la tragedia euripidea per un femminismo ante litteram che da essa trasparirebbe (mentre il maschilismo dominante sarebbe interpretato da Taltibio), eppure questo è un aspetto marginale, tantoché la condizione delle prigioniere troiane si estende spesso a tutta l’umanità che da esse è incarnata in una finzione scenica di grande potenza narrativa (non è un caso che le prigioniere parlino tra di loro generalmente facendo riferimento all’umanità, e non all’umanità femminile, per così dire). Il tema centrale, come sopra espresso, è la condizione dell’uomo che ormai privo delle certezze della religione tradizionale è gravato dal peso opprimente di un vuoto, di una solitudine ancora peggiore della morte; in un mondo finito, come quello di Euripide, la ricerca di un fine non è solo priorità ma ricerca “esigenziale”, spasmodica, quasi parossistica. Se le divinità dimostrano tutta la loro inconsistenza, non rimane che ammettere come la trascendenza non sia più sinonimo di verità, ma come sia strettamente necessario aderire a nuovi valori, la cui accettazione richiede enorme sforzo intellettuale. E la prospettiva è più terrena, più umana: forse la divinità è il solo intelletto umano, eppure il destino è un qualcosa che non può essere posto da parte, tale è la sua importanza negli “affari del mondo”. Qual è dunque l’esito? Una tragedia disperata, così come l’esito dell’opera di Euripide: non la quasi distesa terminazione di alcune opere di Eschilo e Sofocle, ma un terrore che trova corrispondenza nell’incapacità di fornire una soluzione soddisfacente alle istanze umane. Non è un caso che dopo Euripide non vi saranno più tragediografi di spessore: il teatro lascerà spazio alla filosofia, ai sistemi platonico e aristotelico che per vie differenti tenteranno di inquadrare il mondo in una dottrina, salvo mai raggiungere una soluzione definitiva e soddisfacente, o comunque priva di antinomie. Euripide è il tragediografo filosofo.

L’unica fine possibile, quella più diplomatica, anzi, meno rischiosa, risiede nel dominio del fato, tantoché le preghiere di Ecuba per la giustizia delle divinità vengono disattese, e tutto crolla, come un risveglio dopo l’illusione della magnificenza. Unica ancora di salvezza resta la poesia, la forza della parola, capace di attraversare barriere, penetrare nell’animo, unica forza inestinguibile, ispirata dalla mente (e non più dal divino), consacratrice di fama, unica potenza imperitura. Una serenità troppo grande per non essere annichilita dalla pessimistica visione della realtà da parte di Euripide: ecco che incombe nuovamente il destino, il fato, ciò che cancella, più immane del tempo tanto da spingere il tragediografo ad affermare in maniera quanto mai disincantata: “Persino il nome di questa terra sarà sconosciuto. Tutto si disperde. Troia infelice non esiste più”. E questi posti da Euripide non sono interrogativi che possono essere taciuti, o a cui non si può dare risposta: sono istanze urgenti, che richiedono rapida e ponderata risposta, una decisione la cui dimensione è il fuggevole istante che separa la libertà dalla schiavitù (sempre che la libertà non sia la schiavitù stessa, ovvero la mancanza di responsabilità, nonostante questa visione possa sembrare eccessivamente moderna per Euripide). A questi interrogativi devono rispondere i personaggi di Euripide. Con queste esigenze tutti gli uomini sono destinati a confrontarsi.

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