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TEMI PRINCIPALI nelle TROIANE di EURIPIDE

NUOVA VISIONE DELLA GUERRA

Presentando in modo antieroico la guerra, vista dalla parte degli sconfitti, e accumunando nella stessa sorte vinti e vincitori, Euripide vuole offrire un'immagine della guerra alternativa al bellicismo dominante di quegli anni. Le Troiane, scritte tra la presa di Melo e la spedizione in Sicilia, denunciano gli orrori della guerra che colpisce gli innocenti (Ecuba, Andromaca, Astianatte) e che non risparmia neppure i vincitori (future vittime di Atena come Odisseo).
La voce di Euripide è rappresentata dalla sacerdotessa di Apollo Cassandra, non a caso, infatti è segnata da un compito crudele: predire con esattezza il futuro, ma non essere mai creduta.

(Cassandra, nel I episodio, : “Guerra, bisogna che la fugga chi ha giudizio”)

CONCEZIONE DEGLI DEI

La guerra è un'esperienza che sconvolge e stronca la vita di uomini e donne, ma è anche un feroce passatempo per divinità meschine e capricciose, proiezioni mitiche dei bassi impulsi dell’uomo. Viene messa in scena la completa assenza di dei garanti di giustizia e di dei che ascoltano la disperazione dell’uomo.

L’intima tragicità del dramma è nel contrasto tra il frivolo, becero complotto degli dei nel prologo –un’Atena vendicativa si allea ad un Poseidone ringhioso, per la rovina dei Greci- e il patimento umano, reale, devastante, incarnato dalla figura di Ecuba prostrata sulla scena durante tutto il dialogo tra le due divinità.

(“Ma perché salti così da un sentimento all’altro e sei sempre esagerata nei tuoi odi ed amori, a casaccio?” Poseidone ad Atena, nel Prologo)
(Poseidone, nel Prologo "Ecuba, ognuno può vederla, è là che giace fuori dalle porte e piange, tante e per tante cose le sue lacrime")

LA POSITIVITA' DELLE DONNE

Due soltanto sono i personaggi maschili presenti: Taltibio, l'araldo, che compare ad annunciare l'assegnazione di ogni donna, l'esecuzione di Astianatte e a riportarne il corpo sullo scudo del padre, (Taltibio, al secondo annuncio "sposa d'Ettore, non m'odiare, non di mia iniziativa messaggero, reco messaggi dai Greci"). E Menelao, che anticipa l'arrivo in scena di Elena. Entrambi hanno una connotazione negativa, il primo perchè pur rendendosi conto dell'orrore di cui è portavoce esegui gli ordini che gli vengono assegnati senza dire nulla, e il secondo perchè appare ancora sottomesso alla donna che lo ha ingannato.
Il modello positivo di comportamento è incarnato invece dalle figure femminili, ognuna personificazione di un lato della guerra:

1. Ecuba, esplicitazione chiara dell’irrazionalità data dai conflitti, è l'indiscussa protagonista e la figura di compattezza della tragedia. E' profondamente legata alla sua terra, di cui prima rifletteva lo splendore e di cui ora raccoglie la disperazione, (Ecuba, al coro "Lasciatemi giacere qui dove caddi: è questo che si addice a chi soffre, ha sofferto e soffrirà quello che tocca a me") e alla sua gente, ai figli e al marito che non ci sono più, così come ai alle persone care ancora in vita. Nonostante la sua infinita sofferenza, si preoccupa degli altri e vive con dignità il suo lutto mantenendo la regalità che il suo ruolo di un tempo le imponeva.
2. Cassandra, la voce delirante di chi denuncia a vuoto gli orrori, rappresenta la pazzia e la perdita della ragione portata da una grande sofferenza
Elena, bellezza fatale, rappresenta il prototipo di una femminilità sempre vittoriosa, pronta a capovolgere il modo di vedere le situazioni. Risorge con lei la concezione greca della donna subdola –mista di sospetto, disprezzo e paura- che aveva ispirato il mito antico di Pandora.

L'AMORE E LA LEALTA' DELLA SPOSA

L'ultima grande figura femminile che presenta Euripide è quella di Andromaca, la vedova dell’eroe. Incarna tutti i valori del matrimonio contrapponendosi ai principi che dettarono la scelta fatale di Elena. Di lei viene infatti esaltata la devozione per il marito, la promessa di amore eterno per lui, la volontà di ricordarlo per sempre

- (Andromaca ad Ecuba: "Mi fa schifo colei che, perso il primo sposo, per nuove nozze fa l'amore con un altro");
- (Ecuba a Menelao "Chiunque amò una volta ama per sempre" Menelao a Ecuba "Ciò dipende dal cuore dell'amato);
- (Ecuba, nel II episodio: “No, figlia, il vedere la luce non è lo stesso che morire. Questo, sai, è il nulla: nella vita ci sono pur sempre speranze.” Andromaca:“[…] Il non esser nati è uguale, io dico, al morire. Pure è meglio la morte che vivere nei dolori. Chi è morto, sai, non soffre per nulla, non sente più i suoi mali. Ma chi era contento e cade nella sventura, è tutto sconvolto per la passata felicità. […] A me, vedi, neppure la speranza rimane, la cosa che resta a tutti a questo mondo”).

CRUDELTA' E VITTIME INNOCENTI

Uno dei punti maggiormente drammatici di tutta la tragedia è sicuramente quello riguardante Astianatte. Egli è l'emblema delle vittime innocenti e la sua morte conclude un ciclo di orrori e soprusi che sembra non avere fine. Altrettanto ricco di pathos è il momento della riconsegna del cadavere ad Ecuba, ormai sfinita dal susseguirsi di dispiaceri.

(All'arrivo della notizia, Andromaca "Greci inventori di supplizi barbari, è un bambino, non ha colpa di nulla, perchè l'uccidete?")
(Nell’esodo, Ecuba "E tu mentivi quando, saltando sul mio letto mi dicevi «O madre un lungo ricciolo per te reciderò delle mie chiome, e guiderò schiere di compagni al tuo sepolcro, a te rivolgerò dolci saluti» [...] Un poeta che mai potrebbe scrivere sulla tua tomba? «Questo fanciullo lo uccisero gli Argivi poichè lo temevano» epigrafe vergognosa per gli Elleni")

CIVILTA' DELLA VERGOGNA

Per quanto ci sia presentata da Euripide la guerra in tutta la sua atrocità, egli non manca di mostrarci anche un altro lato, quello proprio della civiltà della vergogna. L'etica eroica nell'Iliade è improntata alla ricerca della gloria e dell'onore che possono essere conquistati in un solo modo: combattendo in battaglia. Oltre alla spinta che porta a perseguire ciò, agisce sull'eroe anche la pressione sociale legata alla vergogna, cioè il timore che scaturisce nell'eroe dal mancato riconoscimento del proprio statuto eroico da parte della comunità.

MUTAMENTO DELLA SORTE

Sono perfettamente consapevoli, i personaggi, di essere sottoposti alla sorte, che rimane un'entità astratta ma costante nella tragedia.

- Andromaca a Ecuba: "Mi trascinano via come preda con mio figlio: nobiltà che rifinisce in schiavitù: questo è il mutamento della sorte";
- Ecuba: ”Stolto quell’uomo che, credendo saldo il benessere, gode: la fortuna, per sua natura, come un matto, salta di qua e di là: che sia la stessa persona ad essere felice, non accade”.

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