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Lettura di Prometeo, benefattore degli uomini


Il mito di Prometeo è un passo di grande importanza per una pluralità di motivi: anzitutto è un passo altamente significativo all’interno della Teogonia stessa, perché l’unico luogo della Teogonia dove compaiono gli uomini. Prometeo si configura come intermediario fra i due mondi, umano e divino.

Prometeo è una delle figure più significative e complesse che noi ritroviamo all’interno delle cultura greca e Esiodo ci da una delle testimonianze più antiche e significative di questo mito.
Della figura di Prometeo si occuperà Eschilo (Prometeo incatenato, non integrale), poi Sofocle ed Euripide (tragedia greca). Prometeo è il protagonista del libro “Protagora” di Platone: il mito ci è narrato da Protagora stesso, nel quale torna il tema della condizione dell’uomo.
La significatività di questo passo ci fa seguire un percorso diacronico nella letteratura greca che parte da Eschilo e arriva a Platone.

L’inizio è tradizionale e narra le genealogie di Giapeto, uno dei Titani. Si tratta di una delle molte genealogie narrate. Nei versi immediatamente successivi Esiodo viene ad evidenziare la sorte che colpisce Menezio e Atlante, su cui concentra la propria attenzione in questa sequenza. In entrambi i luoghi viene evidenziata la volontà di Zeus e come tutto si venga a svolgere per suo volere (Zeus è portatore di ordine e giustizio). Non si sa la colpa di Menezio, ma ci riporta ad un atto di ubris: Menezio trova sorreggere la volta celeste per volere di Zeus, che conserva l’ordine già precedentemente conseguito, ponendolo sotto la sua volontà ordinatrice secondo giustizia.
Zeus è chiamato saggio nel testo (metienta, da metis), poiché aveva ingoiato la moglie Metis, la saggezza.
Prometeo=pro+metis, colui che pensa prima, che quindi possiede una forma di saggezza e benefica l’uomo stesso, al contrario di Epimeteo
Epimeteo=epi+meteo, colui che pensa dopo, che quindi è ingenuo e sciocco e danneggia l’umanità

Dal verso 521 i protagonisti diventano Prometeo e Zeus. Peraltro Prometeo è già introdotto nel verso 510 e viene accompagnato da due aggettivi, quasi degli epiteti: il Titano viene definito “dal pensiero ricco e versatile” (dal testo greco aiolometis e poikilos, che rimanda all’epiteto dell’Odisseo omerico). Prometeo è intelligente (astuto), mentre a caratterizzare Epimeteo c’è la parola sciocco ed Esiodo lo indica come colui “che per primo fece del male agli uomini laboriosi”. Dal punto di vista narratologico è la prima prolessi.
Esiodo ci viene a narrare la pena che Zeus infligge a Prometeo, per poi concedere la sua liberazione per mano del figlio Eracle: questa anticipazione viene fatta per attirare l’attenzione del lettore, che conosceva già il mito e non faceva fatica a seguire la narrazione, e per indicare l’importanza di Zeus nella narrazione esiodea.

Punizione di Prometeo: è legato ad una colonna con catene che non può spezzare e ogni giorno un’aquila gli rode il fegato. La pena inflitta da Zeus è definita terribile.
Nella microsequenza successiva Eracle libera Prometeo, per volere di Zeus (nulla può accadere se non per volere di Zeus). A verso 530 e 532 ci viene offerta una spiegazione sul perché Zeus accetti di liberare Prometeo: vuole accrescere la gloria del figlio Eracle. Esiodo qui tace un particolare sul mito, che significa che gli ascoltatori sapevano già la storia di Prometeo. Il Titano custodiva un segreto, ovvero sapeva chi avrebbe posto fine al regno di Zeus stesso. Zeus ha bisogno di Prometeo per venire a conoscenza di questo segreto. Facendo così, Esiodo non fa vedere la debolezza di Zeus, ovvero la paura di questo segreto.
Esiodo sceglie di operare questa ampia prolessi, costruendo una fabula in cui viene anticipata la conclusione della vicenda stessa: da una parte del poeta c’è la volontà di tenere attento il pubblico e di stupirlo, dall’altra vi è la volontà di evidenziare già come nella contesa fra Zeus e Prometeo, la vittoria non possa che spettare a Zeus. Per Esiodo, chiunque osi trasgredire la volontà del padre degli dei si macchia di ubris.

Da verso 535 a 561 è evidente che all’interno di una ampia sequenza, ciò che viene detto a verso 556-557 è uno scarto rispetto al racconto del muthos. Il soggetto cambia (gli uomini), il periodo è introdotto da un connettivo (per questo) e il tempo verbale cambia (si passa al presente).
A Mecone si trovano sia gli dei che gli uomini, e ovviamente ciò che viene celebrato in comune è un pasto: un bue è stato cotto e Prometeo ordisce un inganno ai danni di Zeus. Viene raccontato da verso 537-538: da un lato mette la carne sotto la pelle, ingannando così la vista. Dall’altra mette il bianco grasso, molto più allettante, sotto cui però ha messo le ossa, ovvero la parte non commestibile. Prometeo inganna (exapatao) con arte ingannevole (tekne dolie) Zeus, in modo da aiutare gli uomini, offrendogli la carne. Prometeo, sorridendo (sorriso di scherno), si rivolge a Zeus con parole ingannevoli e con tono adulatorio per ingannarlo: Zeus sceglie che l’inganno di Prometeo si realizzi, benché sapesse sin dall’inizio la verità.
Il mito è un mito eziologico, poiché dà l’aition (l’origine) del rituale del sacrificio, pratica rituale di fondamentale importanza all’interno della società umana. È evidente che anche all’interno della messa cristiana vi sono degli elementi che l’avvicinano ad un sacrificio dell’Antica Grecia.
I fatti di Mecone sanciscono una divisione incolmabile fra mondo umano e mondo divino, perché fino a questi eventi uomini e dei siedono allo stesso banchetto, condividendo lo stesso pasto e vivendo in unione fra loro. Da Mecone in poi questa comunione fra uomini e dei cessa di esistere e si pone una distanza incolmabile fra i due universi. Contemporaneamente però i fatti di Mecone sanciscono la nascita del sacrificio, che deriva dalla spartizione della vittima sacrificale fatta da Prometeo. L’animale, sgozzato, va cotto e gli dei si devono cibare dei fumi del sacrificio stesso, laddove invece le carni (parte che può andare in putrefazione) viene riservata agli uomini che di loro si ciberanno in un pasto rituale condiviso al termine del sacrificio stesso. L’opera di Prometeo si qualifica sin da qui per il caratterizzarsi del suo statuto ambiguo, perché da un lato è colui che danneggia gli uomini, ponendo fine alla comunione con gli dei, ma nello stesso tempo si qualifica come benefattore dell’umanità, perché da questa sua nascita discende il sacrificio, attraverso il quale gli uomini possono temporaneamente ritrovare un collegamento con il mondo divino.
Prometeo ci appare come un eroe civilizzatore (anche nel mito del fuoco), ovvero un eroe che ha istituito pratica fondamentali per la società umana.
Gli elementi che caratterizzano Prometeo compongono un trickster (rivedere da appunti di qualcuno): una figura che troviamo in molti miti antropologici, che è costituita dal briccone di vino. È una figura caratterizzata da scaltrezza, da una condotta ingannevole, è colui che gioca tiri mancini al proprio antagonista, schernendolo. È una figura che si pone come mediatrice fra il mondo divino e il mondo umano, tramando inganni per beneficare gli uomini, fermo restando che il suo stesso inganno ha sempre uno statuto ambiguo: porta con sé elementi positivi e negativi.
Racconti del folklore: proverbi, fiabe.
Zeus si adira e punisce Prometeo: punendolo, danneggia anche gli uomini stessi, a vantaggio dei quali Prometeo ritiene d’aver agito. Zeus sottrae il fuoco agli uomini ( nella versione della Teogonia il fuoco è dato come elemento che gli uomini già possedevano): una punizione terribile, poiché il fuoco è l’elemento che segna il passaggio dalle caratteristiche ferine alle caratteristiche di una civiltà. Permette di riscaldarsi, di cuocere la carne, di proteggersi e rende possibili le teknai, le arti, poiché il fuoco è fondamentale per la metallurgia, permettendo di costruire tutti gli utensili fondamentali per lo sviluppo della condizione umana (armi e attrezzi agricoli).
Prometeo reagisce rubando il fuoco e per portarlo agli uomini lo nasconde. L’azione di Prometeo avviene sempre con l’inganno e di nuovo è colui che agisce a vantaggio dell’uomo: anche per questo secondo aspetto Prometeo si configura come un eroe civilizzatore.

Prometeo usa l’astuzia per rubare il fuoco (dolos). A verso 565 gli viene attribuito l’aggettivo benefico (dal greco eus=prode, capace, buono, da cui è ricavato benefico): usando questo aggettivo, l’autore della traduzione vuole identificare Prometeo come il salvatore dell’umanità che inganna la divinità. Tutta la parte conclusiva del mito è dedicata alla creazione della prima donna, Pandora (il nome ci viene nominato nelle Opere e i giorni). Efesto la crea con la terra, per volere di Zeus: la terra è un elemento riferito alla nascita dell’uomo anche nell’Antico Testamento. Alla creazione della prima donna concorre anche Atena, che la cinge di abiti dal potere fascinatorio (bianchi, per simboleggiare una purezza solo apparente), le copre il capo con un velo (cela la sua figura con un vela thauma=meraviglioso), sul capo le pone la corona dorata.
Dopo questo viene descritto Efesto, ekfrasis=descrizione di soggetti che si trovano in un’opera d’arte.

Bellezza=charis, grazia


La prima donna e ciò che la orna irradia bellezza, ma gli animali della corona sono “strani”, incutono paura: quest’ambiguità con cui Esiodo vede la donna si rafforza ancora di più con l’espressione kalòn kakon (splendido male, ossimoro alliterante): attraverso questa espressione il poeta definisce la donna.
Per precisare ancora di più il male della donna, Esiodo la definisce, a verso 589, abisso ingannevole, senza rimedio per gli uomini: amechanen, senza tecnica per gestirla.
A verso 594 parte una similitudine, in cui le donne vengono paragonate a dei fuchi, poiché sfruttano e si cibano della fatica compiuta dagli altri: sono esseri passivi, secondo Esiodo.
Da qui le cose conclusive di cui Esiodo discute della condizione dell’uomo: Esiodo prospetta per l’uomo tre possibili destini. Il primo è quello di non sposarsi e di fuggire il matrimonio, ma è un destino negativo e triste, poiché implica solitudine e mancanza di cure, non vi è possibilità di continuare la stirpe. La seconda possibilità è quella di sposarsi, per sottrarsi alla solitudine: ma nel caso si scelga una donna malvagia, la condizione dell’uomo sarà triste, piena di sofferenza. Nella terza possibilità ci si può sposare con una donna buona (moralmente), ed è l’unica possibilità buona (pessimismo esiodeo). In questa occasione di vita l’uomo conosce l’alternarsi di bene e male, sanità e malattia.
La conclusione ci pone davanti ad una struttura tipica, che è quella della ring composition (struttura circolare): come il resto del passo vuole rimarcare il potere di Zeus.
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